Il 2 dicembre 2010, quando a Zurigo si votava per l’assegnazione dei due mondiali, qualcosa però andò storto. O meglio, andò secondo i piani di Bin Hamman: con 14 voti contro 8 nell’ultimo ballottaggio i Mondiali finirono in Qatar. Con tutti i gravissimi problemi che ora abbiamo davanti agli occhi (non ultimo il finanziamento sempre più palese al terrorismo di radice islamista).

Come abbiamo visto la denuncia anti-qatariota partì dall’Inghilterra (Sunday Times), nazione delusa dal voto del 2018, e trovò una sponda anti-FIFA negli Stati Uniti, in un asse anglosassone contro i “nuovi mondi”. A supportare il tutto le dichiarazioni del capo degli inquirenti FIFA che indagò sulle mazzette qatariote, l’americano Michael Garcia, che vuotò tutto il sacco proprio all’FBI.

Da qui, all’attacco frontale contro Russia, Sud Africa e Brasile, cioè due quinti del BRICS, il passo è breve (tra gli arrestati c’è anche il sino-costaricense Eduardo Li, grande tessitore delle trame calcistiche tra San José e Pechino). La FIFA venne subito associata alla corruzione, sia in seno al Cremlino (ecco perché la difesa d’ufficio di Vladimir Putin, che deve salvaguardare il suo paese e gli investimenti per i Mondiali) sia a Johannesburg (dove però c’è l’eredità del “buono” Mandela, quindi andiamoci piano!). Per il Brasile bastavano ed avanzavano le “proteste popolari contro Dilma” che poi sono sfociate nei 53 milioni di votanti che hanno scelto la Presidenta nelle successive elezioni politiche (nonostante la debacle calcistica dei verdeoro). Naturalmente il Qatar, alleato essenziale degli Stati Uniti nel Golfo, nonostante sia la pietra dello scandalo principale viene immediatamente scagionato, come battuto dall’Ansa: “L’Inghilterra non intende candidarsi per i Mondiali 2022 se si decidesse di non farli svolgere in Qatar, viste le accuse di corruzione alla Fifa e le conseguenti dimissioni del suo presidente Sepp Blatter Lo ha detto il presidente della Football Association (Fa) inglese, Greg Dyke, uno dei più forti oppositori alla presidenza Blatter. “Sono praticamente sicuro che i Mondiali non andrebbero ad un paese europeo – ha detto Dyke – perché e’ difficile avere due tornei di fila in Europa””. Un modo molto elegante per ribadire al mondo che l’obiettivo non erano i petrosceicchi arabi. Ma il cattivo Zar del Cremlino, l’obiettivo imminente, la Russia e il suo Mondiale del 2018. Gli Stati Uniti non vogliono arrivare “scoperti” come fu per le Olimpiadi Invernali di Sochi. Così hanno scatenato tutto l’armamentario.

Utilizzeranno il Soft power, con le proteste pro-LGBT (magari convocando il calciatore gay Robbie Rogers, che si è già detto preoccupato per la sua sicurezza in Russia…chissà se dovesse andare a giocare i Mondiali del 2022…) o con le pietose richieste filo-ucraine a firma bipartisan Robert Menendez (Democratico) e John McCain (onnipresente provocatore Repubblicano…strano, perché per i neocons “Il calcio è uno sport per poveri, infatti piace a Europa e Sudamerica, posti non abituati a vedere trionfare il migliore, come spesso accade proprio nel calcio” come scritto da Gary Schmitt). Ma hanno scatenato anche l’Hard Power, con la spettacolare irruzione della polizia svizzera su mandato internazionale dell’FBI. Tutto in nome della correttezza e della limpidità, ovviamente. Certo, pensare che l’FBI si muova per qualche “tangentina” da 10 milioni di dollari transitata per un breve periodo in una banca americana risulta quanto meno buffo. Ma tant’è. Qualcuno, a qualche chilometro di distanza parlerebbe di “toghe rosse” o di “giustizia ad orologeria”.

La pressione su Blatter non ha ottenuto risultati nel breve tempo, visto che lo svizzero è stato rieletto e i rapporti di forza interni alla FIFA sono rimasti inalterati (anche il giornalista del Sole XXIV Ore Marco Bellinazzo conferma “Dimissioni Blatter: allentare la morsa dell’Fbi, prendere tempo e scegliere il successore, non la vedrei come una resa incondizionata”). Asia ed Africa rimangono baluardi blatteriani, e i loro voti contano tantissimo (46 federazioni asiatiche e 54 africane… 100 voti su 209). Un “trappolone” dal quale Blatter sembra uscire limpido e comunque invitto.

Ma sul lungo raggio, con le dimissioni del Presidente e le future decisioni in merito all’organizzazione del Mondiale del 2026 e del 2030, le partite sono tutte da giocare.

Gli Stati Uniti non sono ancora scesi ufficialmente in campo per il 2026, ma la volontà sembra quella anche perché in quella data festeggeranno il 250esimo anniversario dell’Indipendenza. Difficile prevedere cosa potrebbe succedere, da qui a qualche anno, ma se le divisioni dovessero accentuarsi non è escluso che il “blocco” di voti legato al BRICS e ai paesi emergenti possa dirigersi verso le nazioni sfidanti degli Stati Uniti, anche se vicine agli interessi americani (Messico, Canada o Australia-Nuova Zelanda) o su qualche terzo incomodo (Kazakistan, Argentina-Uruguay, paesi dell’ASEAN [Singapore, Malesia, Tailandia, Myanmar, Laos, Cambogia, Vietnam, Filippine e Brunei]), sempre che India o Cina (i restanti due quinti del BRICS) non decidano di scendere in campo prepotentemente, soprattutto se Indian Super League e Chinese Super League dovessero continuare a registrare una crescita costante, sia in termini di spettatori che di guadagni.

Tutto è in divenire. Gli Stati Uniti hanno già giocato la loro carta pesante. Ora attendiamo le contromosse. Se poi gli anglosassoni (anche l’Inghilterra ambisce ai due mondiali) dovessero ulteriormente infastidirsi possono sempre creare la loro “federazione interstellare” (cit. Giovanni Armillotta): le 48 stelline yankee (con Alaska ed Hawaii/Sandvic ritornate ai legittimi proprietari), Portorico, l’anglo-corona, e qualche colonia. Se resta Renzi fino ad allora, l’Italy (se ancora esisterà) sarà fra i favoriti. Magari una sorta di “soccer” da giocare per sollazzare i neocons, lasciando il calcio, quello vero, ai poveri e ai “comunisti”.

Una chiosa sulla Palestina: su numerosi siti specialistici si è parlato anche della proposta della Federazione palestinese (che sta lavorando alla grande sui terreni di gioco, fra mille difficoltà) in merito all’espulsione dalla FIFA di Israele. Personalmente ritengo che la richieste era stata avanzata per essere ritirata: portarla ai voti avrebbe voluto dire una vittoria politica israeliana (mai più il 75% dei 209 membri avrebbe votato contro Tel Aviv, forse nemmeno il 25%…), mentre ora è disponibile a tutti un dossier dettagliato e documentato sui crimini sionisti anche nel mondo del calcio.

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Responsabile delle pagine sportive. Nato a Trieste, ha scritto "Con lo Spirito Chollima", "Patria, Popolo e Medaglie", "Vincere con Gengis Khan" e "Due a zero". Gestisce il blog "Chollima Football Fans"

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