Filippo Corridoni era un uomo senza vincoli, tranquillamente, un eretico. Non per nulla egli si proclamava “sindacalista rivoluzionario”, per non confondersi con gli statali sindacalisti della riformista Confederazione Generale del Lavoro, un’istituzione che pontificava dal 1906 a Torino e a Milano, dopo la violenta cacciata di quelli come Corridoni dal Partito Socialista.

L’Italia dell’epoca era governata da Giolitti e Zanardelli, estranea quindi ai conflitti del lavoro, e alla rivoluzione propagandata dal sindacalista marchigiano. Quest’idea di Patria rappresentava l’opposto di quella corridoniana: da una parte, il pacifismo riformista, dall’altra, la rivoluzione. I primi, gli procurarono galera e manette, emigrazioni e persecuzione; la seconda idea, troverà applicazione nella parte finale della sua vita, dalle “radiose giornate di maggio”, alla morte nella Trincea delle Frasche. La sua idea di Sindacato si contrapponeva ad uno Stato corrotto da trasformismo e riformismo.

Il Sindacato corridoniano richiedeva un proletariato forte e preparato ad ogni sacrificio, proveniente da una borghesia parimenti forte e decisa a difendersi, distruggendo il nemico che si annidava nei cantieri, nelle macchine, nei campi. I tentativi di Corridoni erano mirati a colpire il costo della vita: far crescere i salari, adeguarli alla quotidianità; parliamo infatti di un’epoca in cui il costo del pane incideva per un quarto sul valore di mercato della giornata lavorativa. La borghesia capitalista dell’epoca (così come in parte, quella odierna), tendeva a fornire concessioni per conquistare periodi di tregua dalle lotte sociali. Lo Stato tendeva ad indebolire la borghesia, che da sola, nella visione corridoniana, non sarebbe riuscita (senza il proletariato), ad ottenere le sue vittorie.

Un esempio di lotta fu quella tra i borghesi dell’Agraria di Parma nel 1908 ed i contadini. Quel poco che chiedeva la classe che lavorava nei campi era sacrosanto, ma i dirigenti dell’Agraria lo ritenevano foriero di successive e più pressanti richieste. E se la lotta non vide alcun vincitore, il proletariato ne uscì più forte ed il Sindacalismo “eretico”, rivoluzionario. E Parma fu teatro di cariche della cavalleria governativa, al pari di Copparo, Argenta e altri luoghi emiliano – romagnoli.

Filippo Corridoni aveva inteso che l’unica soluzione sarebbe stata il sostituirsi ad uno Stato che proteggeva il ciclo economico borghese, surrogandolo col Sindacato di mestiere in tutti i suoi poteri, dopo averlo distrutto. Corridoni, assieme ai sindacalisti rivoluzionari e ai socialisti dell’ala estrema di Benito Mussolini, voleva a tutti i costi un rovesciamento, a costo della vita stessa. In quest’ottica si situa la Grande Guerra come conflitto di “rigenerazione morale e nazionale”, visione che avevano grandi intellettuali come Gentile o Omodeo, di tutt’altro orientamento.

_SK_3295Corridoni voleva la “Nazione armata”, ossia un popolo che fosse in grado di difendere i propri interessi dinnanzi a qualsiasi nemico, interno ed esterno. Da buon mazziniano, non aveva alcuna simpatia per i repubblicani ufficiali, e da sindacalista rivoluzionario, provava profondo disprezzo per il riformismo di Leonida Bissolati, Angelo Cabrini ed Ivanoe Bonomi. E non sempre le sue simpatie si conciliavano con i socialisti rivoluzionari di Mussolini. Anche quando le Leghe sindacaliste milanesi ebbero aderito al Comitato dell’Azione Diretta di Parma, ed ebbero mantenuto tale decisione quando quell’organo si era trasformato in Unione Sindacale Italiana, staccandosi dalla Camera socialista del Lavoro, Corridoni, succedendo a Mussolini come oratore in un comizio di protesta alla Camera del Popolo per gli eccidi proletari, gridava di parlare con il cuore e non solo con la voce.

Corridoni si appropriò della formula: “L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi”, leggendo avidamente autori quali G. Sorel, E. Leone e G.Hervé. Egli pensava che il sindacalismo operaio potesse creare uno stato nello stato e, successivamente, procedere alla conquista del potere. Austero, incurante di pericoli e di privazioni, sapeva infondere nella folla il fascino dei suoi ideali. Sostenne con stoica fermezza una lunga serie di battaglie e persecuzioni, nonché, per qualche tempo, l’esilio.

A partire dal 1907 condusse un’aspra lotta contro la Confederazione generale del lavoro, dando prova di grande ardire in mezzo a scioperi ed agitazioni. Nel 1908 lo toviamo al fianco di Alceste De Ambris a Parma per guidare quello che “sarebbe stato ricordato come il più lungo, drammatico e imponente sciopero generale agrario del sindacalismo rivoluzionario italiano”.

In mezzo a dure esperienze in Italia e all’estero, le sue concezioni sindacaliste si allargano e si modificano. Propagandista e volontarista, insieme con la rivolta delle masse operaie, Corridoni predicava la rivolta della borghesia per l’avvento d’una classe dirigente più consapevole ed atta ad affrontare una lotta decisiva. Ed eccolo nel 1914, sul finir dell’autunno, organizzare la prima grossa riunione rivoluzionaria per l’intervento. Si trattava di portare l’azione diretta del proletariato all’interno della guerra. Se questa classe sociale – dopo averla voluta – fosse giunto a combatterla fino in fondo, allora i diritti alla rinascita si sarebbero accumulati, e la borghesia avrebbe finalmente cessato il suo operato. È proprio questa l’ora in cui Corridoni riepiloga tutta la sua fase di preparazione dottrinaria: l’intervento in guerra italiano contro l’Austria.

Nelle piazze, Corridoni aveva proclamato la necessità di ridurre progressivamente – e ovviamente con violenza – le distanze tra ceto proletario e quello borghese. E i sindacalisti rivoluzionari, capeggiati da Sorel, sapevano perfettamente che il perdente finiva sempre per essere colui che, per difendersi, dimenticava qualsiasi possibilità di sconvolgere, con violente iniziative, i piani altrui. La distanza sociale, in quel momento, per Corridoni poteva apparire come un elastico, e per definitiva decisione rivoluzionaria, esso si sarebbe rotto, andando ad infrangere gli interessi di proletariato e borghesia. Tuttavia, ancor prima della lotta per l’intervento, molte azioni rivoluzionarie aveva condotto.

Antistirneriano, vedeva il suo primo esilio a Nizza, tra il marzo e il maggio del 1906. Un secondo gli toccò in Svizzera, a Zurigo, tra il luglio del 1908 e il marzo del 1909. Convinto antimassone, quanto George Sorel e Vilfredo Pareto, studiò a fondo la questione nella sua Pasula, prima di far ritorno, sempre nel 1909 a Milano. Perché, sebbene tribuno ed agitatore, ricordiamo che Corridoni fu anche scrittore e giornalista. Eppure, la Patria non fu generosa con Corridoni, quando era in vita. Troppo rivoluzionario, troppo pericoloso per la normale e tranquilla vita dell’Italia abituata a chiudere gli occhi ed accontentarsi del “parecchio”.

Così scriveva alla donna amata, il 12 settembre 1915: «Io ho amato molte donne cercando sempre la donna. In te mi pareva d’averla trovata e quando più mi compiacevo di questa insperata fortuna, la guerra ci ha violentemente allontanati. E’ un altro affetto, e non dei minori, che io ho sacrificato sull’ara della Patria. Patria amata tanto più disperatamente, tanto più ingrata con me, generosa soltanto in manette e prigione».

E negli appunti autobiografici, si comprende ancora meglio il suo stato d’animo: «Le mie idee non mi procurarono che prigione e povertà, ma se la prigione mi tempra per le battaglie dell’avvenire, se la prigione mi nutrisce l’anima e l’intelletto, la povertà mi riempie d’orgoglio. Se avessi avuto un’anima di speculatore o se avessi per un attimo solo transato con la mia coscienza, ora avrei una posizione economica invidiabile; ma siccome io so, sento che un soldo illecitamente guadagnato costituirebbe per me un rimorso morale e mi abbasserebbe talmente innanzi a me stesso da uccidermi spiritualmente, così io posso tranquillamente prevedere che la povertà sarà la compagna indivisibile della mia non lunga vita».

_SK_3299Questo basta per capire l’onestà, la tensione ideale e la moralità di un uomo dello scorso secolo, morto prematuramente per il suo ideale. Animo dell’interventismo popolare, commosse, convinse, trascinò. E non fu l’unico eroe in famiglia. Pochi sanno che il fratello, gravemente ferito e permanentemente invalido sin dal primo mese di guerra, venne poi pugnalato durante l’azione squadrista di Piazza Mercanti a Milano, il 15 aprile 1919. Solamente il dopoguerra tributò al primo giusta memoria e al secondo giustizia.

Tuttavia, per capire quale fu l’ultima fase della vita dell'”Arcangelo Sindacalista”, dobbiamo inoltrarci nel clima delle “radiose giornate di maggio”, che lo porteranno a “morire in una buca”, nella Trincea delle Frasche, presso San Martino del Carso. Per i suoi contemporanei dovette in effetti risultare assai strano vedere l’agitatore marchigiano animare manifestazioni irredentiste e tenere accesi comizi dai toni bellicisti giacché pochi anni prima era stato fervente antimilitarista ai tempi della spedizione di Libia (1911-’12) e nel condurre le battaglie sindacali sembrava aver aderito convintamente ai postulati del marxismo a scapito del mazzinianesimo al quale pur in gioventù si era accostato. Nelle sue letture giovanili tuttavia figurava anche Friedrich Nietzsche e questa miscela intellettuale lo avrebbe portato ad assumere atteggiamenti così variegati, eppure tutti vissuti in prima persona, a costo della libertà personale in varie occasioni e della vita in conclusione.

Proprio durante un periodo di detenzione che scontava a causa del ruolo di capopopolo assunto a Milano durante le agitazioni della Settimana Rossa, scoppiò la Grande Guerra e “Pippo” Corridoni comprese che al termine di questo conflitto il mondo non sarebbe più stato lo stesso: i grandi imperi multinazionali erano destinati a crollare sotto i colpi dei nazionalismi, si trattava di far sì che i popoli fossero partecipi di tale sconvolgimento e l’Italia in particolare confermasse che “la grande proletaria” si era definitivamente mossa verso un ruolo da protagonista sulla scena europea, ma in nome di una giustizia sociale al suo interno.

Uscito dal carcere, Corridoni fondò i Fasci d’Azione Internazionalista assieme fra gli altri ad Alceste De Ambris ed il suo giornale Avanguardia divenne portavoce di questo interventismo di sinistra ben prima che Mussolini abbandonasse la direzione dell’Avanti! per poi fondare Il Popolo d’Italia. Il sindacalista di Pausula (ribattezzata Corridonia nel 1931) non aveva comunque dimenticato le rivendicazioni sindacali, come testimonia lo sciopero dei gassisti milanesi organizzato a fine gennaio 1915; nuovamente imprigionato ad aprile, approfittò della detenzione per scrivere un saggio dai toni chiaramente mazziniani, intitolato “Sindacalismo e Repubblica”, nel quale veniva tratteggiata l’Italia che avrebbe dovuto sgorgare dal terribile cimento bellico. Dopo pochi giorni di carcere fu, però, scagionato e poté quindi vivere da protagonista le “radiose giornate di maggio”, dando vita in particolare ad un’imponente manifestazione presso l’Arena Civica di Milano assieme al futuro Duce.

All’entrata in guerra del Regno d’Italia, Corridoni si arruolò volontario nonostante la tisi che lo perseguitava: giunse fino alla prima linea nei ranghi del 32° Reggimento di Fanteria della Brigata Siena, che nella terza battaglia dell’Isonzo (ottobre-novembre 1915) avrebbe dovuto partire dalle postazioni di San Martino del Carso all’assalto delle terribili Trincee dei Razzi e delle Frasche. Espugnata quest’ultima dal suo plotone, Corridoni si espose per richiamare l’attenzione delle truppe di rinforzo, ma morì fulminato da una pallottola in fronte. Medaglia d’Argento al Valor Militare (convertita in oro da Mussolini nel 1925), la sua salma non venne mai trovata, complice il fatto che la postazione venne abbandonata al cospetto dei furibondi contrattacchi nemici avvenuti lo stesso 23 ottobre.

Quasi assunto in cielo come una figura divina, Corridoni sarebbe poi assurto al pantheon dei martiri prefascisti ed il suo amico Benito Amilcare Andrea (al quale aveva scritto un vibrante messaggio alla vigilia della partenza per il fronte: «Carissimo, fra pochi istanti partiamo per la linea del fuoco. Viva l’Italia! In te bacio tutti i fratelli delle battaglie di ieri sperando nell’avvenire») provvide ad elevare alla sua memoria nel 1933 il totemico monumento che ancora svetta a poca distanza dal sobrio monumento che commemora i caduti della Brigata Sassari.

Quest’opera rientra nel tentativo del regime mussoliniano di presentarsi come l’erede morale dei sacrifici italiani patiti nella Grande Guerra, vista e interpretata come una Quarta Guerra d’Indipendenza che perfezionò il percorso risorgimentale: Benito Mussolini avrebbe quindi presentato Corridoni come uno dei padri nobili del suo stato totalitario, un fascista ante litteram. Opera dell’architetto di Latisana del Friuli Francesco Ellero, nel cippo distinguiamo innanzitutto un fascio littorio che si sviluppa dalla base sino a metà del monumento, alto complessivamente 23 metri. Altrettanto evidente è la mano destra scolpita in maniera da apparire spalancata nel cenno del saluto romano, mentre il nome dell’eroico caduto è sovrastato da un’aquila imperiale, appollaiata nella stessa foggia di quelle che svettavano sui vessili delle legioni romane: il culto della romanità è acquisito in toto ed il fante della Grande Guerra è raffigurato come l’erede del legionario romano.

Alla base del monumento un fregio raffigura l’Italia nell’integrità dei suoi confini, Dalmazia e Corsica comprese, davanti ai simboli del lavoro e della produttività italiana (la spiga di grano, la ruota dentata, la vanga ed il martello). Una seconda aquila svetta in cima al monumento, rivolta minacciosa a oriente, verso quel Regno dei Serbi, Sloveni e Croati, controparte privilegiata nella retorica della “vittoria mutilata”, in quanto già antagonista nella battaglia diplomatica scatenatasi riguardo la sorte di Fiume ed all’epoca ancora dominatore di quell’ampia porzione di Dalmazia che era stata promessa con il Patto di Londra, ma della quale il Regno d’Italia aveva ottenuto solamente l’enclave di Zara ed alcune isole dell’immenso arcipelago grazie al Trattato di Rapallo del novembre 1920.

A dimostrazione dell’attualità del pensiero politico corridoniano, concludiamo con una sua citazione profondamente significativa, oggi come cent’anni fa: «Il popolo non crede ai cultori delle cedole bancarie. Crede all’azione, a chi gli indica le vie del destino. Crede soprattutto a chi gli aprirà le strade vere della giustizia sociale».

 

Valentino Quintana e Lorenzo Salimbeni

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