Russia, il presidente Vladimir Putin

Il partito del presidente russo Vladimir Putin, Russia Unita, ha vinto le elezioni parlamentari. Il margine con il quale il partito di Putin si è imposto, è diventato via via più ampio con il passare delle ore, rendendo molto approssimativi i dati degli exit-poll sui quali i soliti noti già avevano iniziato a costruire castelli in aria. Con tutte le schede scrutinate Russia Unita ha ottenuto il 49,83% dei voti, conquistando così oltre due terzi dei seggi della Duma, la camera bassa del Parlamento. Il numero esatto dovrebbe essere 315.

Lusinghiero il risultato del Partito Comunista della Federazione Russa di Zyuganov, che si piazza dietro il partito del presidente con il 19,56% dei consensi. Terzo con il 7,51% Russia Giusta, a seguire il Partito Liberal Democratico guidato da Vladimir Zhirinovsky (LDPR) con il 7,68% e Nuovo Popolo, quinto con il 5,33%. Tra i partiti esclusi il Partito dei pensionati (2,51%), i comunisti di Russia (1,31%) e Yabloko (1,16%). Tutti gli altri partiti hanno ricevuto meno dell’uno per cento dei voti. Alle elezioni hanno partecipato in totale 14 forze politiche.

Il segretario del consiglio generale del partito, Andrei Turchak, ha dichiarato che queste percentuali permetteranno a Russia Unita di conservare la cosiddetta super maggioranza alla Duma, vale a dire il controllo di oltre due terzi della camera bassa del Parlamento, che dà la possibilità al partito del presidente di riformare la Costituzione.

L’opposizione ha accusato le autorità di massicci e diffusi brogli. “L’elettorato di protesta ha cercato un altro modo per incanalarla e ha scoperto la sigla Nuovo Popolo, privo delle caratteristiche dei nauseanti partiti in Parlamento”, ha affermato Leonid Volkov, un sodale di Alexei Navalny.

L’invito della rete di Navalny era di scartare i partiti piccoli o di recente costituzione in quanto, se non avessero superato la soglia del 5%, i loro voti sarebbero stati redistribuiti tra le altre forze in corsa, facendo il gioco della maggioranza. Non sono mancati gli inviti a votare addirittura per i candidati comunisti, considerati più forti elettoralmente. Ma non si è trattato di un accordo organico e neppure di una desistenza, contrariamente a quanto scritto da diverse testate, anche in Italia. Tale tattica si è rivelata controproducente, perché i seguaci del blogger ed attivista russo di origini ucraine, per la stragrande maggioranza di orientamento occidentalista e liberale, hanno comunque preferito cercare un’alternativa pur di non mettere la croce sulla falce e martello, alleggerendo ulteriormente il loro già non considerevole “travaso” elettorale.

L’esito elettorale ha un peso anche in chiave futura. I deputati eletti dovrebbero infatti essere ancora in carica nel 2024, l’anno delle prossime presidenziali, e il controllo della Duma è di fondamentale importanza per Putin, la cui popolarità continua ad essere notevole. Il presidente, che a ottobre compirà 69 anni, potrebbe così restare al Cremlino ancora a lungo, anche in virtù della modifica della legge costituzionale che vieta a un presidente russo di rimanere in carica per più di due mandati. La legge, varata dopo gli emendamenti alla Costituzione confermati col referendum (con il 77% dei voti favorevoli), ha rimosso il vincolo prima vigente per chiunque avesse ricoperto la carica di presidente prima dell’entrata in vigore dei relativi emendamenti alla costituzione (anno 2020). Pertanto sia Putin che l’ex presidente Dmitrij Medvedev possono candidarsi alla presidenza per altre due volte.

Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica