I cinque referendum sulla Giustizia non hanno raggiunto il quorum. L’affluenza è stata molto bassa, intorno al 20,9%, lontanissima da quel 50% più uno degli aventi diritto, la soglia minima da raggiungere per la validità della consultazione. E’ la peggiore performance referendaria di tutti i tempi. Anche i tre referendum proposti da Mario Segni e Giovanni Guzzetta nel 2009, tirarono di più. In quel caso andò alle urne il 23% degli italiani.

Il sì ha prevalso in tutti i 5 quesiti. Alle elezioni comunali (900 i Comuni interessati), si è recato alle urne il 54,72% degli aventi diritto. La stragrande maggioranza dei cittadini ha preferito il mare al voto. A pesare è stata indubbiamente anche l’assenza di una adeguata campagna informativa, condotta quasi esclusivamente da un unico corpo elettorale riconducibile all’avvocatura, coesa nel ribadire l’importanza di votare Sì ai quesiti, in special modo quello relativo alle misure cautelari.

Tanti cittadini, condizionati e fuorviati dalla disinformazione mediatica di giornali e TV, hanno evidentemente ritenuto i quesiti un modo per creare sacche di impunità a vantaggio di delinquenti e malfattori. Moltissimi italiani hanno vissuto la chiamata al voto non come un’occasione, ma come uno spreco di tempo, di denaro pubblico, di impiego dei dipendenti comunali.

La diserzione elettorale è stato un atto di preoccupante disinteresse per i temi della Giustizia ma al tempo stesso anche una manifestazione di disobbedienza civile. Un segnale di distacco verso la politica e di delegittimazione del partito unico dell’emergenza permanente, della guerra e della macelleria sociale che sostiene Draghi. Le decisioni politiche assunte dal partito unico composto da Pd, Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali, Lega, Forza Italia, Italia Viva e dagli oppositori intermittenti di Fdi, hanno convinto tanti elettori dell’inutilità del voto.

All’ombra dello stato d’emergenza e d’eccezione permanente, sono state portate avanti la militarizzazione dei territori, la criminalizzazione delle lotte sociali e la repressione del pensiero critico con l’uso massiccio di un linguaggio bellico e di strumenti di disciplinamento sociale.

In un contesto sociale sempre più difficile, con migliaia di nuove famiglie nel baratro della povertà per l’aumento dei prezzi di generi alimentari, carburanti, bollette del gas, dell’acqua e dell’energia elettrica, il richiamo dei referendum è stato molto debole. Dai palazzi che contano il corpo elettorale attende ben altre risposte.

L’orizzonte, in questo torrido giugno, è tutt’altro che limpido.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica

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