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Le prossime elezioni presidenziali francesi del 23 aprile (primo turno) e del 7 maggio (ballottaggio), potrebbero rappresentare il punto di non ritorno per le traballanti e screditate istituzioni dell’Unione Europea. Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la Francia si accinge a sferrare un colpo decisivo al concetto di Europa a trazione tedesca.

Se quasi tutti gli analisti politici europei prevedono per la corsa all’Eliseo una contesa tutta a destra tra il “thatcheriano” Fillon e la “gollista” Le Pen, con un Partito Socialista dilaniato e in caduta libera dopo la fallimentare gestione di Hollande, e con l’europeista Macron nel ruolo di ago della bilancia, un quarto incomodo potrebbe scombinare il quadro politico transalpino: il socialista di sinistra, nonché leader carismatico e indiscusso del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon.

Il programma presidenziale di Mélenchon, definito “populista e antieuropeista” dagli intellettuali della sinistra liberal, rappresenta un unicum nella galassia dei partiti della sinistra europea post 1989. Impensabile fino a qualche anno fa una netta avversione nei confronti dell’Unione Europea e della NATO. Se la riconquista della sovranità nazionale – politica ed economica – è un punto inderogabile, il programma “neo-giacobino” della Gauche mira a rivoluzionare l’assetto istituzionale e costituzionale della Repubblica francese.

“Convoquer l’Assemblée constituante et passer à la 6e République” è uno degli obiettivi primari dell’azione politica di Mélenchon per ridare un democrazia parlamentare alla Francia e rappresentanza ai cittadini, abrogando, de facto, il semi-presidenzialismo. Il diritto alla casa e al lavoro dignitoso e ben retribuito, la proprietà pubblica dei “beni comuni” (acqua, gas, energia), il diritto all’eutanasia, il diritto all’aborto e il contrasto alla maternità surrogata diverrebbero principi costituzionali nella nuova Repubblica.

In una Francia tramortita dalle politiche di austerità, la famigerata “Loi Travail” che deregolamenta il mercato del lavoro spalancando le porte ai licenziamenti senza giusta causa è il nemico giurato del Front de Gauche. La “transizione al socialismo democratico” passa necessariamente per una “riforma del lavoro” che rimetta al centro la questione sociale e i diritti dei lavoratori portando le ore settimanali di lavoro da 35 a 30h, introducendo un salario minimo – da non confondere con la ricetta liberista del reddito di cittadinanza – pari a 1.300 euro supportato da un’imposta progressiva sul reddito e una lotta serrata ai paradisi fiscali. A ciò si aggiunge, come extrema ratio, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese in difficoltà. Conseguentemente al ripristino dei diritti sociali, la supremazia della politica sull’economia viene riaffermata con il rifiuto dell’accordo di libero scambio con il Canada (CETA), e con la divisione tra banche commerciali e d’affari creando un polo bancario a maggioranza pubblico.

Proposte marcatamente socialiste e in controtendenza rispetto alla maggioranza dei partiti della sinistra europea, anestetizzati dalle fantomatiche battaglie sui “diritti civili”

Se l’emancipazione sociale delle classi subalterne e il conflitto capitale-lavoro rientrano nella storica tradizione del movimento socialista europeo, a lasciare sbigottita l’intellighenzia liberal è l’avversione di Mélenchon al progetto dell’Unione Europea. A seguito del fallimento delle strategie di Tsipras nei confronti dell’UE, nella Gauche francese, nella Linke tedesca – in particolare la fazione capeggiata da Oskar Lafontaine – e nell’area di Sinistra Italiana vicina alle posizioni di Stefano Fassina è emersa una tendenza di rottura con lo status quo dell’Unione che punta a programmare un “Plan B” qualora i tentativi di riforme interne si rivelassero vani.

Sul rapporto con l’UE Mélenchon ha le idee molto chiare: se le azioni unilaterali che intraprenderebbe il governo francese come, ad esempio, la nazionalizzazione della Banca di Francia, il controllo dei movimenti di capitali, la rinegoziazione del debito sovrano e la sospensione del controllo sul bilancio statale dovessero ricevere – come prevedibile – un secco rifiuto di Bruxelles e di Berlino, si passerebbe, per l’appunto, al “Piano B”. L’uscita dall’Unione Europea della Francia avverrebbe nel rispetto dell’articolo 50 del TUE, non escludendo il ricorso ad un referendum popolare.

Con l’abbandono dell’Unione e il ritorno alla moneta nazionale, Mélenchon inaugurerebbe una nuova fase di protezionismo economico volto alla tutela dei lavoratori e delle aziende d’interesse nazionale e, aspetto non secondario, dichiarando illegittimo il debito – nel pieno rispetto del Diritto Internazionale – seguirebbe l’esempio dell’Ecuador di Rafael Correa, suo intimo amico.

Per la prima volta dalla ratifica del “Trattato di Maastricht”, una forza politica di sinistra mette nero su bianco nel proprio programma elettorale l’ipotesi di uscita unilaterale dalla moneta unica e dall’Unione Europea.

Ma l’aspetto realmente dirompente del programma di Mélenchon riguarda la politica estera e il rapporto con l’Alleanza Atlantica, dando così un nuovo impulso all’antimperialismo tipico dei partiti e dei movimenti genuinamente di sinistra. L’uscita dalla NATO, presentata come tappa fondamentale per la riconquista dell’indipendenza nazionale, “è la base della rottura con l’attuale atlantismo per una politica estera multipolare, sovrana e pacifica”, e l’avvio di una politica estera sovrana non può prescindere dall’azione “nel Mediterraneo e in una rinnovata cooperazione con le ex colonie africane ponendo fine al “Club di Parigi” e alle dittature che imperversano nel Continente”. Passaggi fondamentali per comprendere in profondità le motivazioni che spingono la Gauche alla rottura con l’egemonia atlantica.

La sinistra francese sembrerebbe quindi aver abbattuto il muro dell’omertà su euro e NATO, riscoprendo i valori fondanti del Socialismo sia in materia economica sia per quanto concerne il delicato equilibrio geopolitico, seppur da un punto di vista prettamente francese.

Al di là di quale sarà risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon, i problemi di cui sono afflitte UE ed euro (e che generano ai singoli Stati in termini di riduzione di democrazia e di sovranità), non sono più un tabù a sinistra. Il dogma acritico dell’europeismo a prescindere, il mantra degli “Stati Uniti d’Europa” nonché la velleità di “riformare l’UE da dentro”, sono sempre più visti come semplici artifici retorici o slogan propagandistici.

In conclusione, dai programmi elettorali dei candidati all’Eliseo si evince – con i dovuti distinguo – come la riproposizione in politica estera della “Grandeur de la France” con lo sguardo rivolto al Mediterraneo e al Continente Africano accomuni Mélenchon a Fillon e alla Le Pen. Un nuovo e rinnovato impegno della Francia nel Mediterraneo dovrebbe quantomeno indurre alla riflessione l’intera politica italiana, di destra e di sinistra.

Antonello Tinelli

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