franco califano

Spesso ricordato più per il suo stile di vita sregolato e dissoluto, che perseguì sin dall’adolescenza, Franco Califano è stato un cantautore sottovalutato, se non sbeffeggiato, eppure è un artista che è rimasto nel cuore degli italiani.

Di origini campane, Califano nasce a Tripoli, a causa del padre che è mandato in missione in Libia dall’esercito durante il fascismo. Ma la sua vita è legata soprattutto a Roma dove vivrà il resto della sua vita.

Il “Califfo” come era soprannominato, non aveva forse la raffinatezza stilistica delle ballate di un De André, né le doti intellettuali di De Gregori o di Battiato, ma la sua era soprattutto una poetica esistenziale, capace di parlare con grande efficacia dell’illusione romantica e la disillusione rispetto ai rapporti umani, a dispetto delle sue numerose e pubblicamente vantate avventure.

Quello di Califano è il grido di un uomo che cinico e disilluso prende coscienza della sua solitudine: “N amico che nun ricordavi più / lo incontri ‘n giorno co’ diec’anni ‘n più / c’ha tante rughe che te fa’ pietà / e odi le parole: tempo fa ! / Perché nun poi fa’ a meno de pensà / che pure tu sei nato pe’ ‘nvecchià / e te fai ‘n pianto sulla vita tua / perché la trovi inutile follia” scriverà nella canzone È la Malinconia.

Neanche il ritorno di un vecchio amore che lo strugge può consolarlo: “Se tu pentita ritornassi qui / cor nodo ‘n gola te verei ad aprì / convinto de volette ancora bene / ma nun te potrei dì tornamo ‘nzieme, / perché non troverei nell’occhi tua, / l’antico amore della vita mia / e te direi co’ tutta l’onestà / perché stai qui!… che sei tornata a fa !…È la malinconia! È la malinconia!”.

Solitudine e malinconia, in uno spleen esistenziale che piuttosto che i bei sentimenti celebra l’intensità dell’attimo, della passione, che si reitera ad ogni nuovo rapporto. Se l’amore è destinato prima o poi a finire sotto i colpi della vita reale, delle imperfezioni dell’uomo e della donna, la tensione erotica eleva la vita reale in quel rapporto tra principio di piacere e la morte, l’Eros e Thanatos, descritti così bene dalla psicanalisi di Freud.

In Io nun piango il Califfo scriverà versi nei quali ci avverte di non provare commozione per nessuno tranne: “quanno casco nello sguardo / de’ ‘n cane vagabondo perché, / ce somijamo in modo assurdo, / semo due soli al monno. / Me perdo, in quell’occhi senza nome / che cercano padrone, / in quella faccia de malinconia, / che chiede compagnia”. Quello che sembrerebbe il ritratto di un cinico è in realtà la professione di realismo di un uomo disincantato.

Ccome lascia intendere la sua canzone manifesto Tutto il resto è noia: “Si, d’accordo l’incontro / un’emozione che ti scoppia dentro / l’invito a cena dove c’è atmosfera / la barba fatta con maggiore cura. / La macchina a lavare ed era ora / hai voglia di far centro quella sera / si d’accordo ma poi. / tutto il resto è noia / no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia / maledetta noia. […]

Si d’accordo il primo anno / ma l’entusiasmo che ti resta ancora è brutta copia di quello che era / cominciano i silenzi della sera / inventi feste e inviti gente in casa / così non pensi almeno fai qualcosa / si, d’accordo ma poi. / Tutto il resto è noia / no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia / maledetta noi”.

La ricerca dell’Assoluto nel sentimento amoroso viene perpetuamente frustrata dalla realtà, una condizione che è estremamente comune ai grandi amanti. Un idealismo quello di Califano, che lo rende forse l’ultimo dei romantici, ma nel frattempo anche un artista più moderno di molti cantanti e rapper che invadono la scena italiana, nel perseguire la via dionisiaca alla comprensione di questo mondo.

Perché la solitudine e la malinconia dell’uomo romantico, rappresentato da Califano, conducono l’artista stesso a una grande professione di libertà. Ora la frustrazione diventa ricerca solitaria della passione, per rivivere perpetuamente quella pulsione di morte che è insita nel piacere, ma diviene anche consapevolezza: “Ho una chitarra per amica e con voce malandata canto e suono la mia libertà. Se sono triste canto piano, se sono in forma suono forte, così affronto la mia sorte. Se non amo grido abbasso anche se non mi è concesso dico sempre quello che mi va. Se voglio un corpo e un po’ d’affetto, faccio un giro cerco un letto e una donna che ci sta. Chi mi vuole prigioniero non lo sa che non c’è muro che mi stacchi dalla libertà. Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà. Vivo la vita così alla giornata con quello che dà sono un artista e allora mi basta la mia libertà. Da una finestra si affaccia una donna che un sorriso mi fa. E’ una di quelle, ma è bella e stasera mi va. Passo un’ora in sua compagnia e poi vado via. Non mi fido di nessuno sono rose e crisantemo suono e canto la mia libertà. Se sono triste suono piano, se sono in forma canto forte così affronto la mia sorte. Una donna innamorata anche quella più pulita prima o poi le corna te le fa”. Così canterà in La mia libertà, canzone del 1981.

Eppure Califano, forse per il suo voler cantare in romanesco o forse per il suo realismo, confuso spesso con maschilismo, è stato sempre ammirato per i suoi rapporti con le donne, che negli ultimi anni gli valsero una certa fama nel pubblico giovanile e nel mondo dello spettacolo. Anche in questo caso si riconoscono nell’uomo Califano i tratti della sua indipendenza. Califano stesso ha sempre alimentato quella sua fama di “sciupafemmine” impenitente, attirato dal successo che da ciò gliene derivava.

Con qualche remora in più nei confronti del giudizio altrui, forse l’artista romano sarebbe ricordato oggi nel modo più adeguato, ma non sarebbe stato più il Califfo che tutti abbiamo conosciuto. Va tuttavia ricordato che Califano a dimostrazione delle sue doti poetiche ha scritto per altri artisti brani come Minuetto di Mia Martini ed è stato paroliere per Mina, Ornella Vanoni, Edoardo Vianello e altri importanti cantanti italiani.

Del resto ce lo ha ricordato lui stesso: “Se avessi sbagliato le volte che han detto, direi col coraggio che ho dentro ‘lo ammetto’. Se mi vestissi da uomo pietoso, sarei meno odiato in questo mondo schifoso. Se fossi un ruffiano mischiato ai ruffiani… Ma vivo una vita che va come il vento di ciò che faccio non mi pento e passo il mio tempo scrivendo poesie amando le mie malinconie. Io sogno le strade che portano al mare, chi è prigioniero e invece muore, io sono un uomo che è stato tradito e per questo ora resto da solo, per certi pentiti, per falsi poeti sarò solo, seguendo il destino scappando lontano laggiù solo, dall’alto sorvolo con la fantasia i codici nuovi dell’ipocrisia.

Da solo, spiegando le ali su infami ed i vili, starò solo, scegliendo una donna per starci due ore il tempo che basta per fare l’amore,
poi il tempo vola ed io non amo più. Io non sono nato fra baci e biscotti non ho sopportato mai i ricatti parvenze d’amore le ho sempre scartate e per questo son rimasto, da solo”.

UN COMMENTO

  1. È un mio pensiero, ho trovato in Califano il mio secondo Padre! Perche il mio l’ho perso ad appena un anno , quindi mai conosciuto, sentendo nei suoi monologhi quella voce Vera!! Di uno che non ti abbandona mai ! L’ho conosciuto nel agosto 2012 una sera , gli sono piombato addosso per fargli una foto, e lui mi fece sedere vicino a lui , per me era un sogno !! Poi che dire delle sue opere per me è in avvicinabile da qualsiasi artista! Ha scritto cose pazzesche, forse tanti non sanno che un certo Robert Plant fece il suo primo 45 giri con il brano la musica è finita in inglese , poi tutto il resto è noia!!

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