Nei giorni scorsi il mondo della politica italiana ha sollevato un nuovo polverone populista, poi sparito con la stessa rapidità con cui era sorto, ma che ha portato alla quasi crisi tra Italia e Francia. A puntare il dito contro Parigi è stato il Vicepremier Luigi Di Maio che ha dichiarato: “Se oggi la gente parte dall’Africa è perché alcuni Paesi europei con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare decine di Stati africani”. Nel mirino il Presidente francese Macron che, per il leader 5 Stelle, “prima ci fa la morale, poi continua a finanziare il debito pubblico con i soldi con cui sfrutta l’Africa”. “Se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa non se esce più”, aveva rincarato la dose Di Battista.

Mentre la querelle del Franco CFA appare rientrare (i governi africani interessati, qualora volessero uscire da questo accordo, per utilizzare ognuno una loro moneta, oppure utilizzare una moneta comune che non sia garantita dal Tesoro francese, lo potrebbero tecnicamente fare anche se sappiamo che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare) e mentre la mediazione del nostro Presidente Mattarella ha comunque evitato uno scontro diplomatico con un paese, la Francia, che ha in pancia con le sue banche almeno 285 miliardi di euro del debito pubblico italiano, e dopo che per l’ennesima volta abbiamo ricevuto una “bacchettata” da Bruxelles (“[…] alcune dichiarazioni vengono fatte per uso nazionale, somigliano a provocazioni, perché il contenuto è vuoto o irresponsabile, per cui è preferibile evitare di cedere alla provocazione”, ha detto il commissario agli Affari economici della Ue, il francese Pierre Moscovici) rimangono tuttavia clamorosamente sullo sfondo, ignorati dai media, i veri temi sostanziali: i frutti avvelenati della decolonizzazione collegati al permanere dell’influenza occidentale (non solo francese) in Africa; il nuovo scramble for Africa che vede in prima fila la Cina e partecipare anche l’Italia specialmente nel Corno d’Africa; le possibili proiezioni in senso federale di alcune macroregioni africane, che potrebbero in tal modo superare la debolezza dei singoli Stati indipendenti spesso solo di nome e non anche di fatto; la sostenibilità della strutturazione statale e regionale dell’Africa; il peso del debito pubblico alimentato dai conflitti bellici e inter-etnici scatenati ad arte dai venditori di armi, ecc.

Viene inoltre spontaneo formulare una considerazione di fondo: prima di dire ad “altri” cosa dovrebbero fare, occorrerebbe forse avere un po’ di autocoscienza (o, perlomeno, operare sempre col beneficio del dubbio). Prima che l’Italia si riaffacci allo scramble for Africa occorrerebbe farsi, come italiani, un bell’esame di coscienza sulla nostra storia coloniale, per quanto nefasta e vergognosa sia stata anche quella altrui. Oggi noi italiani ci portiamo infatti ancora appresso un passato che non passa. Lo scandalo Cagnassi–Livraghi di Massaua; gli sprechi e i comportamenti lascivi durante l’amministrazione militare della Colonia Eritrea prima dell’arrivo di Ferdinando Martini; le brutali espropriazioni di Baratieri in Eritrea e il più che disinvolto operato della Società del Benadir in Somalia; la deportazione della popolazione della Cirenaica e l’uso dell’iprite durante la guerra di Libia e di Etiopia; l’apartheid, le leggi razziali e contro il madamato; i lager di Nocra in Eritrea e di Danane in Somalia; il massacro di Addis Abeba e dei monaci e diaconi di Debra Libanos in Etiopia ad opera di Graziani (che finì in bellezza la sua fulgida carriera nella Repubblica Sociale Italiana); i disastri della Cooperazione italiana in Somalia che hanno portato all’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il colonialismo politico italiano è una macchia che oggi i più vorrebbero cancellare senza nemmeno conoscere. Non si può però progettare il futuro senza fare bene i conti col proprio passato. E dovremmo cercare anche di ripensare al tema della nazionalità lasciandoci alle spalle le vecchie influenze del Ventennio fascista.

Sottotraccia, tra Italia e Francia continua comunque la partita del petrolio libico, e che vede da un lato il generale Kalifha Haftar, che controlla le Forze armate libiche (LNA), appoggiato dalla Francia, e Fayez Al Sarraj il premier di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e principale interlocutore dell’Italia. L’offensiva lanciata nel Sud della Libia dal generale Khalifa Haftar, con cui il nostro paese sta in ogni caso tardivamente ricostruendo un rapporto, potrebbe diventare un “game changer” per il processo politico libico e vede comunque la Francia più coinvolta, attiva militarmente sul terreno (anche in Ciad), mentre di fronte all’evolversi della situazione l’Italia sembra non avere ancora una precisa strategia politica.

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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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