Riassumiamo la situazione di ieri: l’elettorato francese ancora una volta ha obbedito alla logica del “fronte repubblicano”, qualcosa di simile al vecchio “arco costituzionale” della Prima Repubblica, qui dalle nostre parti. Il Front National, dopo la quasi schiacciante vittoria al primo turno, ha subito un “ribaltone”, restando con un pugno di mosche in mano. Cinque regioni sono andate al PS di Hollande e sette sono andate a un rinato Sarkozy con i suoi Repubblicani, eredi dell’UMP. I socialisti pur di fermare la Le Pen hanno dato nuovo slancio a Sarkozy, ma a parte ostacolare l’ascesa della Le Pen, non si comprende la ratio di un comportamento come quello di Valls e della sinistra, tranne quello di avvantaggiare i neogollisti. Abbiamo chiesto un parere sulla situazione politica francese ad un esperto di politica internazionale come Andrea Fais, direttore della rivista ‘Scenari Internazionali’.

Allora, caro Andrea, come vanno letti i ballottaggi di ieri?

Beh, sul paragone con la Prima Repubblica italiana ci andrei cauto. In quella fase storica, da noi c’era un sistema proporzionale puro, la situazione interna era molto più complessa e condizionata dal terrorismo politico, e le varie conventiones ad excludendum ai danni del PCI e dell’MSI nascevano dalla volontà di alcune componenti politiche ed industriali dell’Italia di allora, di evitare scivoloni tanto all’estrema destra quanto all’estrema sinistra anche per mantenere discreti spazi di autonomia in politica estera rispetto ai due blocchi e per non restare, dunque, schiacciati dal peso e dalla rigidità della Guerra Fredda. La situazione odierna è completamente diversa, anche in Francia.

Il sistema europeo ha cercato negli ultimi trenta anni di ricalcare il modello bipartitico anglo-americano nel Continente, dove quasi mai aveva trovato spazio per ragioni sociali, culturali e storiche. Di fronte all’esplosione delle contraddizioni economiche e politiche, l’alternanza democratica tra due poli principali, ritenuta per anni il “sale della democrazia” dai leader politici europei, è venuta meno. Appena l’elettorato ha dato fiducia in massa ad una terza forza, i due blocchi di centro-destra e centro-sinistra hanno pensato non a combattere con le armi della politica e dei contenuti ma a congelare lo status-quo, aiutandosi reciprocamente.

Qualcosa di simile è avvenuto due anni e mezzo fa in Italia dopo il successo elettorale del Movimento 5 Stelle. Allora, di fronte alla stasi politica si preferì agire per via parlamentare, attraverso il Quirinale, senza tornare al voto. Così, nei fatti, oggi abbiamo un partito di centro-sinistra che ha acquisto una maggioranza fittizia, imbarcando parlamentari eletti nel 2013 col centro-destra (NCD e ALA), e che legittima il suo ruolo di governo in base ai risultati di elezioni estranee alle politiche, come le europee, le regionali e addirittura le sue stesse primarie interne.

Ormai i partiti tradizionali di destra e sinistra, accomunati da una forte matrice liberale che viene soltanto corredata di contenuti e linguaggi più conservatori o più progressisti, sono costretti a cristallizzare la situazione vigente per impedire di crollare sotto i colpi di un elettorato fortemente deluso dall’integrazione europea e dall’incapacità dell’UE di affrontare seriamente i problemi economici e internazionali. Io non ho particolari simpatie né per la Le Pen né per Beppe Grillo, ma è evidente che la democrazia liberale europea sia ormai giunta ad un punto di saturazione. Per affermare sé stessa, è nei fatti costretta a negare i propri principi.

I francesi hanno risposto in massa alla chiamata alle armi, l’affluenza tra il primo e il secondo turno è aumentata di oltre il 10%. Cosa spinge un Paese che non torna a crescere se non nel tasso di disoccupazione, che presenta da anni numerosi problemi sociali come quello etnico ed immigratorio, a riconfermare il proprio voto alla disastrosa sinistra di Hollande o alla destra sarkoziana responsabile del disastro libico a pochi chilometri da casa?

Senz’altro, la paura. Il Front National resta nell’immaginario collettivo un partito di “destra sociale” o di “estrema destra”, con contenuti di forte presa sui ceti bianchi medio-bassi, ma anche con alcune simpatie di chi, tra le comunità di origine araba, stimava Jean-Marie Le Pen per le sue posizioni filo-palestinesi e anti-sioniste. La figlia Marine ha modernizzato l’atteggiamento, l’iconografia ed il linguaggio del partito, eliminando alcune pregiudiziali del passato, adeguandone maggiormente il programma alla Costituzione e cancellando le uscite estremiste e radicali che avevano reso celebre il padre con l’appellativo dispregiativo di “super-facho” (“super-fascista”) assegnatogli dagli oppositori. Nonostante questo cambiamento, per molti francesi evidentemente il Front rimane il Front ed evoca ancora le vecchie paure di un tempo. In Francia, nella partita elettorale giocano un ruolo fondamentale i cosiddetti “valori repubblicani”. Destra e sinistra si sono accordati contro il FN, appellandosi ai “valori repubblicani”, di cui, da par suo, il FN si è detto unico depositario ed alfiere. Chiaramente, questi valori sono declinati in modo diverso da tutti i partiti. Il FN ha la particolarità di andare molto più indietro nel processo di ricostruzione dell’identità nazionale francese, senza fermarsi alla Rivoluzione del 1789, come quasi tutti gli altri, ma tornando addirittura a rievocare lo spirito della Pulzella d’Orléans e di altri eroi medievali. Questa sfumatura, giudicata da parecchi francesi come réactionnaire, è forse stata decisiva.

Ad ogni modo, più che della spada di Carlo Martello o della lancia di Giovanna d’Arco i socialisti francesi dovrebbero preoccuparsi dei gravi problemi che affliggono il Paese, della disoccupazione, ferma al 10,5% quest’anno (23,8% quella giovanile), della vulnerabilità della rete di sicurezza, emersa in tutta la sua evidenza durante gli attentati del mese scorso, e di una politica estera che, tra Sarkozy e Hollande, ha fatto acqua da tutte le parti e che al confronto con quelle di Mitterrand e Chirac somiglia veramente ad una barzelletta.

Nonostante lo scippo delle regioni al FN , quella del “fronte repubblicano” è un po’ una vittoria di Pirro. Il dato assoluto ci dà un FN primo partito e con ulteriori margini di crescita. Secondo alcuni sondaggi, a delle ipotetiche presidenziali, che si svolgessero adesso, Marine Le Pen arriverebbe almeno al ballottaggio. Quale può essere lo scenario politico francese da ora al 2017, i francesi alla lunga si ricorderanno dei fallimenti economici (stagnazione e mancata crescita, malgrado la ripresa europea) e in termini di sicurezza (polizia apparsa impreparata durante i due attentati) dei socialisti?

Per quanto riguarda gli attentati, comunque, credo che le responsabilità di Hollande e del governo siano limitate. Le ragioni di un’impreparazione del genere, soprattutto per quanto riguarda l’attentato allo Stade de France, vanno ricercate non tanto nell’apparato politico quanto piuttosto tra i servizi di intelligence e le forze di sicurezza, dove evidentemente qualcosa non ha funzionato nel migliore dei modi. Sul piano politico, invece, le responsabilità di Hollande sulla questione siriana pesano molto. La sua insistenza ad interferire negli affari interni del Paese e il sostegno che egli ha garantito per lungo tempo ai ribelli anti-Assad hanno contribuito a rafforzare l’instabilità in Medio Oriente e nel Mediterraneo, con le conseguenze che conosciamo. Analoga bocciatura per la questione economica, dove il Partito Socialista Francese è stato incapace di risollevare le sorti del Paese.

Nelle presidenziali del 2002, il controverso Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro il gollista Jacques Chirac, scalzando la sinistra. Allora, gli avversari di Le Pen innalzarono una barricata “democratica” molto più alta dei giorni scorsi. Persino gli elettori di estrema sinistra, turandosi il naso, al secondo turno andarono a votare per il conservatore Chirac pur di impedire che un “fascista” salisse all’Eliseo. Furono giorni traumatici per la Francia, che si scoprì debole e instabile. Al primo turno, il margine di vantaggio dell’ex presidente francese era di appena 3 punti percentuali sul suo più diretto avversario: 20% a Chirac e 17% a Le Pen. Al ballottaggio, finì 82 a 18. La Francia quella volta si mobilitò in massa contro il leader nazionalista. La mobilitazione “anti-lepenista” di queste elezioni regionali, ad occhio, mi è sembrata molto meno forte e massiccia. L’affluenza tra primo e secondo turno è aumentata solo del 10% ed il FN ha ottenuto quasi 6,7 milioni di voti in tutto il Paese.

È pur vero che si trattava di elezioni regionali, tuttavia laddove erano più attese, cioè nella regione di Nord-Passo-di-Calais-Picardia, dove era candidata Marine Le Pen, e nella regione di Provenza-Alpi-Costa Azzurra, dove era candidata la giovanissima nipote Marion Maréchal-Le Pen, il partito ha ottenuto rispettivamente il 42,23% e il 45,22%. In una regione ad alta concentrazione industriale come l’Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, il FN ha perso il duello con la destra repubblicana, ma ha ottenuto il 36,08% dei consensi contro il 15,51% del centro-sinistra. Nelle regioni conquistate dai socialisti, la situazione è stata addirittura più incerta. Ad esempio, in Borgogna-Francia-Contea e in Centro-Valle della Loira, le tre forze principali sono tutte rimaste racchiuse in una forbice compresa tra il 30 e il 36%. Questo potrebbe dimostrare che una parte non trascurabile dell’elettorato socialista o comunista ha scelto di non votare per i suoi partiti di riferimento o addirittura di votare per il Front National. Se il trend fosse confermato, il carattere popolare del partito della Le Pen potrebbe rafforzarsi ancora di più. Di certo, le prossime presidenziali saranno molto più incerte di quelle del 2002.

A poche ore dalla sconfitta Marine Le Pen ha dichiarato che l’ammucchiata tra socialisti e repubblicani ha mostrato il vero volto di coloro che sono pronti a tutto per mantenere la poltrona piuttosto che risolvere i problemi, e che ormai “lo scontro non è più tra destra e sinistra, ma tra ‘patrioti’ e ‘mondialisti’ ”, il Front, secondo te, è in grado di trovare sulla propria strada nuovi ed inediti “patrioti” o è destinato a subire anche in futuro il solito ostracismo “repubblicano”?

Prima ho messo in evidenza come la democrazia liberale europea sia sempre più costretta a negare sé stessa per affermarsi. Questa frase, che può apparire contraddittoria, è in realtà la descrizione per me più calzante per qualsiasi fenomeno che abbia svolto una determinata funzione storica, magari anche importante e positiva, per un dato periodo di tempo ed in un particolare contesto geografico, ma che ad un certo punto si avvii all’esaurimento naturale. Ne deriva che, in questo quadro di grandi cambiamenti internazionali, il rientro nel comando generale della NATO, voluto da Sarkozy sei anni e mezzo fa, ha rappresentato una mossa anti-storica. Nel momento di massima crisi dell’Occidente, cioè nel biennio 2008-2009, l’ex presidente ha rinunciato alla tradizionale autonomia nazionale, gelosamente custodita da De Gaulle per gran parte della Guerra Fredda, per rientrare a pieno titolo nell’Alleanza Atlantica. Da quel momento, la politica estera francese sembra aver abbandonato persino le migliori intenzioni dell’assertività di Mitterrand o del neutralismo realista di Chirac, ed è rientrata prepotentemente in Africa e in Medio Oriente in un ruolo subordinato a Washington, che con AFRICOM esercita ormai un controllo molto forte sul Continente Nero.

Il fatto che il Front National sembrerebbe aver trasformato il vecchio nazionalismo ottocentesco, imbevuto di retorica coloniale, in un nazionalismo moderno, non aggressivo e capace di guardare oltre l’Europa e, nel caso specifico, alla Russia in particolare, porterà sicuramente lo scontro ad un livello più alto sul piano del significato politico. La nuova dottrina globale di Putin sta conquistando molti consensi in Europa. Ovviamente, si deve distinguere tra il Putin reale, autorevole e capace statista russo con pregi e difetti, e il Putin immaginario, cioè quell’incrocio tra Rambo e Commando dipinto da certi giornali o certe pagine Facebook per esaltarsi sulla tastiera. Credo che Marine Le Pen sia assolutamente in grado di cogliere ed apprezzare il Putin reale, quello che cerca sempre di agire nei limiti del diritto internazionale e che rifiuta la logica dello scontro di civiltà.

Le definizioni di “patrioti” e “mondialisti” sono categorie ideologiche, nate proprio tra Italia e Francia nel corso degli ultimi venticinque anni negli ambienti intellettuali di una certa destra antagonista, riutilizzati da Jean-Marie Le Pen e riproposti oggi dalla figlia Marine. Se per “mondialisti” si intendono quei settori politici europei che sono legati ai falchi della politica americana e ai loro disegni egemonici, allora sicuramente la Le Pen può rappresentare un punto di rottura “patriottico” per impedire che la Francia si presti ad un simile folle gioco, ma non basterà questo. Chiaramente, rifiutare in blocco la globalizzazione o le dinamiche di internazionalizzazione economica sarebbe altrettanto anti-storico. Comprendo la paura che questi processi possano distruggere le culture nazionali, ma questo è un problema tutto europeo. In Asia e in America Latina, ad esempio, non è così. Le potenze emergenti, sebbene pienamente inserite nel mercato mondiale, stanno vivendo una forte fase di riscoperta della propria identità e di riaffermazione della propria sovranità. Basti pensare alla Cina, dove il Partito Comunista si definisce “guardiano di cinquemila anni di civiltà”, all’India, dove è al potere il partito nazionalista hindu di Modi, o al Brasile, dove la presidentessa Dilma Rousseff ha recentemente definito la difesa della sovranità nazionale e il rispetto della sovranità popolare come le “due dimensioni essenziali della democrazia”. La Francia, dopo anni di incertezza, dovrà ritrovare sé stessa come nazione, prima di tutto, per poi ridefinire il suo ruolo internazionale nel XXI secolo. Il primo leader politico che saprà farlo, governerà il Paese.

Vladimir Putin dopo gli attentati è diventato il primo alleato di Hollande sul fronte dell’anti-terrorismo. Nonostante ciò, possono pesare su Marine Le Pen i rapporti più che ottimi con il presidente russo?

C’è stato un primo contatto tra i due comandi e credo sia tutt’ora in corso un iter diplomatico-militare per giungere ad un coordinamento vero e proprio tra Mosca e Parigi. Ci sono legami storici tra i due Paesi e Putin ha subito invocato la creazione di una coalizione internazionale anti-ISIS “come fu nella Seconda Guerra Mondiale contro Hitler”. Come dicevo prima, dal 2009 la Francia è tornata a pieno titolo nella NATO e dunque non può decidere in piena autonomia su questioni così delicate come i rapporti con la Russia – sui quali pesano anche le sanzioni dell’Unione Europea, di cui la Francia è parte integrante – e le operazioni contro l’ISIS. L’ONU ha dato il via libera a chiunque voglia intraprendere azioni militari contro il sedicente Stato Islamico, ma la Francia fa già parte della coalizione internazionale a guida statunitense impegnata tra Siria e Iraq. Non è da escludere un possibile smarcamento, ma non sarà per niente semplice. Ci sono impegni già presi con il Comando Generale dell’Alleanza Atlantica e ovvie pressioni politiche sull’Eliseo.

Marine Le Pen, invece, è politicamente “vergine”. Il partito non ha mai governato ad alti livelli e, dunque, non ha nemmeno imbastito rapporti politici o istituzionali con gli ambienti che contano degli Esteri e della Difesa. Questa sua condizione lo rende una tabula rasa su cui qualsiasi partner estero può lavorare, e non è un caso che la Russia ne abbia colto le potenzialità. Questo aspetto non è affatto secondario, soprattutto perché, in caso di affermazione di Marine Le Pen alle presidenziali 2017, il Paese potrebbe uscire non solo e non tanto dall’Eurozona ma anche e soprattutto dalla NATO. A quel punto, anche in una Germania in crisi potrebbero cambiare le cose con un possibile effetto domino sul resto del Continente, dove già diversi Paesi mitteleuropei come Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno manifestato la propria contrarietà alle sanzioni contro la Russia.

In questa problematica situazione tra Europa e Russia, è evidente che una leader come la Le Pen paghi l’ostracismo dei falchi europei e americani.

Grazie e alla prossima!

Grazie a voi.

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