Finalmente un’alternativa al cinema pop corn. Un’alternativa che ci rende partecipi della Cina vista in un contesto diverso da quelli che arrivano a noi più spesso. La Cina che conosciamo maggiormente è quella delle metropoli, la Cina di Shangai oppure grazie alla risonanza che hanno avuto le proteste eterodirette la Cina dell’ex colonia britannica di Hong Kong. E’ inutile e superfluo ribadire quanto la Cina sia grande, è inutile ribadire come ogni giorno milioni di cinesi vivano ed esprimano una cultura o delle sottoculture quotidiane che noi non conosciamo o ignoriamo per abitudine mentale e per educazione. Il film è ambientato nel nord cinese, dove un detective si trova alle prese con un caso quanto mai unico. Sono stati ritrovati pezzi di cadaveri in una catena di produzione di carbone e in svariate altre parti della città. Durante queste strane indagini ha a sfortuna di assistere all’omicidio di alcuni suoi colleghi. Questo fatto lo scuoterà molto e lo renderà insensibile al proprio lavoro. Cinque anni dopo (salto in avanti del film) ritroviamo lo stesso poliziotto che diviene l’ombra di sé stesso. Amareggiato, insensibile, tendente ad alzare il gomito. Nonostante ciò un’occasione lo riporta ad aiutare i propri colleghi. Ricomincia le indagini, arriva a capire che il collegamento tra quei morti ed altri successivi sta in una lavanderia in cui lavora una ragazza vedova di tre diversi mariti. Si invaghisce di lei e continua le indagini, ritrovando la voglia di vivere e lavorare. Il film è assolutamente da vedere , ha tutti gli aspetti di un noir. La scelta che ha prediletto il regista è quella di alternare momenti di assoluto rumore a momenti in cui traspaiono dei monologhi interiori dei personaggi. Una scelta unica e che sembra farci capire come il vero nemico dell’uomo sia il rumore e la mancanza di possibilità di concentrazione. Il panorama che traccia il regista è di una società violenta, forse suona come una denuncia, come un modo che ricorda quello di uno scrittore come Flaubert. La faiblesse de la société, la debolezza e la stupidità della società secondo questo regista vengono nascoste come la polvere sotto i divani da una continua ricerca di arrecare dolore e di sopportarne. Un mondo dove o combatti e vinci oppure muori. Uno strano pensiero, in fondo, che non è espresso per la prima volta nella storia del cinema me che mai era arrivato in modo così chiassoso e se vogliamo punk da un paese come la Cina. Un film che vale davvero la pena vedere, e che fu premiato con l’orso d’oro a Berlino nel 2014. Alcuni lo hanno paragonato a Kusturica, a mio umile parere ricorda più una visione cinese della cinematografia di Takeshi Kitano, senza per questo parlare esplicitamente del crimine organizzato spiegando lasciando molto spazio all’interpretazione dello spettatore all’assurdità criminale e alle sue conseguenze che sfociano nel grottesco oltre che nell’assurdo.

Dario Daniele Raffo

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