Con la schiacciante vittoria di Macron, l’avevamo già detto a tempo debito, la critica verso l’establishment  europeo sembra essersi assopita.

L’economia va abbastanza bene, anche l’Italia probabilmente chiuderà l’anno con una crescita superiore all’1% (e bisogna dare atto a Padoan di averci azzeccato, almeno stavolta) e i cavalli di battaglia “populisti”, Euro ed UE, non sembrano più costituire quei problemi strutturali che la Le Pen e Salvini andavano lamentando e che quasi stavano per convincerci delle loro ragioni.

La quiete apparente della ripresina

Ma questa quiete e questo apparente momento positivo potrebbero soltanto farci illudere che i problemi ormai siano alle spalle e che il futuro che ci aspetta sia alquanto radioso.

Ci dispiace disilludervi in questo modo, ma la realtà è che dopo la crisi finanziaria del 2008 l’economia mondiale ha visto un trend di ripresa e di crescita, favorita dal prezzo del petrolio mai così basso e da politiche monetarie espansive. Ora che il ciclo economico favorevole è arrivato al suo culmine, l’Italia fa l’1%, ma la Germania farà probabilmente più del 2%, come gli Stati Uniti stessi faranno il 2,5%.

Presto il ciclo finirà e ci sarà una nuova flessione (piccola o grande, non è importante) e se i rapporti di forza sono questi, come affronterà il nostro Paese una prossima crisi?

Vedete quindi che i problemi di struttura macroeconomica restano tali e quali a prima ed andrebbero affrontati adesso che le cose vanno abbastanza bene, invece di aspettare quando il periodo sarà negativo.

Crescita grazie a occupazione femminile e immigrati

Ma chi è che traina la nostra crescita? Ce lo dice la BCE nel suo ultimo bollettino economico:

Nel periodo immediatamente successivo alla Grande recessione il tasso di crescita medio della forza lavoro ha segnato una moderazione in tutti i maggiori paesi dell’area dell’euro rispetto al periodo precedente la crisi. Tale moderazione è proseguita durante la ripresa (dal terzo trimestre del 2013 al primo trimestre del 2017) con l’eccezione degna di nota della Germania, dove si è registrata un’accelerazione nella crescita della forza lavoro, che attualmente supera i tassi di espansione rilevati prima della crisi.

[…]

Nell’area dell’euro nel suo complesso, tuttavia, durante la ripresa l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea. A sua volta, ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia, ma anche in altre economie minori dell’area.

[…]

Dall’inizio della crisi il tasso di partecipazione degli uomini in piena età lavorativa ha subito un calo, probabilmente per effetto di una flessione ciclica dell’occupazione in settori e professioni tradizionalmente a predominanza maschile (il settore delle costruzioni e i lavori manuali poco qualificati).

[…]

Nel contempo, nell’arco del ciclo economico, sul tasso di partecipazione femminile potrebbe aver inciso l’effetto dei “lavoratori aggiuntivi”, vale a dire la tendenza da parte delle donne a entrare nel mercato del lavoro quando il proprio compagno perde il lavoro o abbandona la forza lavoro. È possibile che l’effetto dei lavoratori aggiuntivi abbia acquisito particolare rilevanza a causa del forte impatto che la crisi ha avuto sul reddito (e sulla ricchezza), ed è quindi probabile che nel corso della crisi tale dinamica abbia contribuito alla crescita della partecipazione femminile in diversi paesi dell’area dell’euro. Più di recente, il tasso di partecipazione delle donne in piena età lavorativa è cresciuto a un ritmo inferiore durante la ripresa rispetto al periodo precedente.

Analogamente, ciò potrebbe essere dovuto al fatto che, a fronte di un aumento dell’occupazione maschile, al momento c’è minor necessità che le donne partecipino al mercato del lavoro al solo fine di assicurare il reddito famigliare.”

Donne e immigrati, quindi, hanno trainato la ripresa economica. L’immigrazione in particolare ha giovato, in maniera diversa, in Germania e in Italia. Il bollettino fa riferimento all’immigrazione partita dai nuovi stati membri UE, quindi l’Est Europa, ma negli anni della crisi la Germania ha visto arrivare nel suo territorio anche lavoratori (più qualificati) dagli altri stati membri, quelli del Sud Europa, Italia compresa. L’Italia, quindi, sostituisce forza lavoro qualificata e istruita con quella poco o per nulla qualificata proveniente non solo dall’Est Europa, ma soprattutto dall’Africa. Questo tipo di immigrazione, come ormai sapete bene, conviene da un solo punto di vista: il salario basso.

Anche il mondo del Lavoro segue il Mercato

In più, come ci ha spiegato la Repubblica qualche giorno fa, anche nell’Est Europa sta salendo il costo del lavoro, grazie all’economia che anche lì cresce e lo fa in maniera maggiore rispetto a noi:

“Secondo i dati europei, tra i paesi membri della Ue si segnalano la Romania, con una crescita del costo del lavoro del 186 per cento, l´Ungheria con un aumento del 13 per cento, la Cechia con un piú 11 per cento. A confronto, in Finlandia il costo del lavoro è calato dello 0,9 per cento, in Italia è cresciuto dello 0,9 per cento, sotto la media Ue.

Particolarmente interessante è la situazione in Polonia: ormai il 51 per cento degli imprenditori, quindi ben piú del 35 per cento dell’anno scorso, dichiarano di incontrare difficoltà nella ricerca di manodopera che accetti retribuzioni pagabili e capaci insieme di garantire i profitti delle aziende locali. Non c´è da stupirsi: la crescita economica sfiora il 4 per cento, la disoccupazione è scesa al 4,8 per cento e il tasso di popolazione attiva sul totale degli abitanti, sempre in Polonia quindi nel piú grosso e importante paese dell´Est della Ue, è aumentata al record del 54 per cento. Alcune cifre supplementari aiutano a farsi ancor piú un’idea della situazione. Una cassiera con tre anni di esperienza in Polonia guadagna 765 euro mensili, ben piú di pochi anni fa. Il salario medio è salito a 25.921 dollari annui contro i 46.300 della prima potenza europea, la Germania. Persino in Serbia, gli operai si battono per migliori retribuzioni. E in alcuni casi, con l´appoggio del governo come nel caso del più importante impianto industriale nazionale, la FCA di Kragujevac, ottengono qualche successo.”

Capite quindi che il primo indicatore che ci dimostra se un Paese sta bene e cresce è il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, cioè se la disoccupazione cala in termini sensibili e se allo stesso tempo il salario medio aumenta. Cosa che da noi non avviene e che probabilmente, l’immigrazione non qualificata contribuisce a frenare.

Anche il mondo del lavoro segue la fondamentale legge della domanda e dell’offerta, possiamo sperimentarlo guardando agli Stati Uniti, dove la politica protezionista e la lotta all’immigrazione clandestina portata avanti dal nuovo governo, permette ai salari del settore edile di crescere del 30%:

“Secondo la National Association of Home Builders (Associazione nazionale dei Costruttori di Case), più del 56% degli imprenditori americani segnala una carenza di lavoratori, che li costringe ad aumentare i salari e migliorare le condizioni di lavoro per attirare nuovi talenti.

Secondo Ted Wilson di Residential Strategies Inc. i costi nel settore edilizio sono aumentati del 30% quest’anno – per la maggior parte come conseguenza di salari più alti e di un aumento degli straordinari. Questo significa che le imprese sono costrette ad assumere lavoratori americani e pagare salari al valore di mercato.

Perché?

Perché il giro di vite dato dal presidente Trump all’immigrazione clandestina impedisce loro di assumere immigrati illegali, che abbattono il costo del lavoro ai danni dei lavoratori americani. Con un impatto significativo (benché spesso ignorato).

Secondo Stan Market, amministratore delegato dell’impresa texana Marek, “la metà dei lavoratori nel settore edilizio in Texas sono immigrati illegali“.

E aggiunge che molti di loro ora stanno lasciando il Texas, alcuni per trovare rifugio nelle città e negli stati che li proteggono, ma “molti di loro ritornano in Messico“.”

Quindi non può solo un piccolo aumento del PIL significare che le cose vadano finalmente bene. Altrimenti, gli americani non avrebbero nemmeno votato il protezionista Trump.

L’Euro forte e le future mosse della BCE

Proprio la politica protezionista di Trump (che sono comunque ancora soltanto intenzioni) ha permesso una forte svalutazione del Dollaro e di conseguenza, visto il trend di crescita europeo, una forte rivalutazione dell’Euro. Il cambio Euro/Dollaro, infatti, tende verso 1.20.

Praticamente la politica espansiva della BCE è ormai stata neutralizzata. I Paesi del Nord Europa, Germania in testa, possono ormai farne a meno e anzi avrebbero bisogno in questo momento, più che la fine del Quantitative Easing, di un cambio di rotta nella politica dei tassi.

Ma per la struttura europea, i bisogni dei Paesi del Nord non sono gli stessi di quelli del Sud. In una recente intervista al Sole 24 Ore, perfino Emma Marcegaglia ha ammesso che “la crescita è a rischio se l’Euro sale ancora”.

Per questo Mario Draghi non può, in questo momento, cambiare di una virgola la politica monetaria. Anche nel bollettino economico pubblicato ieri la BCE giustifica tale atteggiamento con una probabile diminuzione dell’inflazione dovuta alle variazioni del prezzo del petrolio e pertanto rimanda all’autunno la “calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo alla fine dell’anno”.

Il mandato di Mario Draghi scadrà tra un anno, nell’ottobre 2019. Cosa accadrà quando a sostituirlo sarà il tedesco Weidmann?

Il problema dell’UE sono gli europeisti

Ma a danneggiare più di ogni altra cosa l’UE sono le sue regole e i suoi burocrati che le applicano e che ne minano la sopravvivenza.

Pensate alle calamità che si sono abbattute in questo ultimo anno. Un anno fa, tre violenti scosse di terremoto colpirono il centro Italia. Le macerie ad Amatrice, a Norcia, sono lì come il primo giorno dopo le scosse e i tempi per la ricostruzione si prospettano molto lunghi.

Le casette di legno per i terremotati sono arrivate poche alla volta, sono state distribuite con il sorteggio e la distribuzione ancora non è conclusa. Siamo quasi in autunno, presto arriverà nuovamente l’inverno.

Come ha affrontato l’UE questa emergenza? Con promesse, qualche sfilata nei luoghi della tragedia e nel concreto con lo stanziamento di 2 miliardi, spalmati per vari anni, presi dal bilancio UE e la concessione di uno o due decimali di flessibilità sul deficit italiano.

Negli Stati Uniti due uragani (pare che arriverà anche il terzo) hanno devastato prima il Texas e la Louisiana e poi la Florida.

Come sta affrontando l’emergenza il governo federale? Il primo provvedimento è stato quello di stanziare 8 miliardi di dollari per la prima fase di aiuto. La prossima fase sarà quella di aumentare il cosiddetto “tetto del debito”, che provvederà a finanziare la ricostruzione.

Notate la differenza. Non c’è nulla di facile, le emergenze provocano problemi difficili da risolvere e le ricostruzioni hanno bisogno del loro tempo. Ma i problemi non devono essere causati dalla mancanza di soldi.

Se gli europei vogliono davvero creare gli Stati Uniti d’Europa forse stanno andando verso la direzione sbagliata. Che prendano spunto dai loro colleghi d’Oltreoceano.

Qui in Europa è il bilancio a farla da padrone. Le regole devono essere sempre rispettate anche a discapito delle necessità della popolazione.

Il nostro Ministro delle Finanze nei prossimi giorni pubblicherà il Documento di economia e finanza (Def), ma già ha risposto, su insistenza della stampa, che continuerà il lavoro di risanamento dei conti concordato con la Commissione europea e che quindi bisogna continuare a viaggiare sul “corridoio stretto” che ci concedono le regole di bilancio per sostenere la crescita.

Piena sintonia con i vertici di Bruxelles che di flessibilità e di sforamenti non ne vogliono nemmeno sentire parlare. In attesa delle prossime misure che verranno introdotte in sede europea su banche e sostenibilità del debito, di cui parleremo nei prossimi mesi, apprendiamo che Pierre Moscovici si candiderà a fare il Superministro europeo delle Finanze.

Se l’obiettivo è quello di distruggere l’Unione Europea, la strada è quella giusta.

La situazione del Belpaese

Insomma, la situazione è precaria. Da un lato i falchi di Bruxelles, dopo l’esito elettorale francese, hanno visto l’occasione per tendere la corda dal lato delle “riforme”, rilanciando la politica d’austerità. Dall’altro lato, basterebbe che uno dei governi nazionali del Sud la tirasse a proprio vantaggio per provocare un nuovo strappo.

Come sempre, sono le elezioni a poter produrre cambiamenti politici e quindi esse costituiscono un pericolo evidente per lo status quo in UE.

Da questo punto di vista sarà l’Italia ad avere i riflettori puntati: dagli ultimi sondaggi sembra che PD e M5S a livello nazionale riscuotono la stessa percentuale di consenso, con i grillini che forse sono un punto avanti.

Inoltre i due partiti a lungo andare sembrano assomigliarsi sempre di più. Il M5S ha perfino copiato dal PD la farsa delle Primarie per imporre, come da programma, Luigi di Maio come futuro candidato Premier. Perfino i programmi dei due partiti sembrano rincorrersi ed eguagliarsi: il PD ha accettato l’idea di introdurre un “reddito di inclusione” sulla falsariga del “reddito di cittadinanza” dei pentastellati. I 5stelle dal canto loro hanno abbandonato da tempo immemore ogni critica alla moneta unica e se ancora resta tra i punti programmatici il tema del referendum sull’Euro, questo (come ha detto lo stesso di Maio) serve solo per chiedere all’UE qualche concessione in più. Allo stesso modo fa Renzi quando dice di non contribuire più al bilancio UE, se il gruppo di Visegrad non accetta le quote migranti.

Insomma, a parere di chi scrive, un’eventuale vittoria pentastellata provocherà qualche reazione negativa all’inizio, ma poi la situazione si calmerà e il governo verrà “normalizzato”, un po’ come accaduto in Grecia con Tsipras. Il referendum italiano farà la stessa fine di quello greco: sarà gettato nella spazzatura.

Resta il centrodestra che se andrà alle elezioni politiche compatto (escludiamo Alfano per ovvi motivi) potrebbe superare PD e M5S e ottenere la vittoria.

Bisogna solo vedere se Lega e FI riusciranno a conciliare in un programma credibile le proprie posizioni. L’obiettivo principale della Lega è l’uscita dall’Euro, ma Berlusconi non è dello stesso parere.

Nell’ultimo periodo sembra che la proposta dei MiniBOT fatta da Claudio Borghi Aquilini abbia trovato il placet di Berlusconi, ma bisogna vedere se quest’ultimo vorrà andare fino in fondo e usare questo strumento per provocare lo strappo con l’UE di cui parlavamo prima oppure se voglia sfruttarlo soltanto per racimolare consenso elettorale e poi accantonare l’idea una volta giunti al governo.

Il pallino del gioco è ancora in mano alla Francia

Data la situazione incerta nel Bel Paese la partita sul futuro della moneta unica e dell’Unione Europea si gioca ancora in Francia, anche se l’appuntamento elettorale è andato a favore del fronte europeista.

Eppure lo stiamo vedendo in questi giorni: Emmanuel Macron sta iniziando ad attuare il suo piano di riforme e ha iniziato con la riforma del mercato del lavoro. La nuova loi travail prevede la fine della contrattazione collettiva con le aziende con meno di 50 lavoratori che negozieranno gli accordi senza l’intervento del sindacato.

Ricordiamo tutti le proteste dell’anno scorso che hanno bloccato il Paese per mesi interi. Ci si può aspettare una ripetizione di quegli eventi, che sommati ai soliti altri problemi (primo fra tutti il terrorismo) potrebbero rendere molto complicata la situazione francese.

Ricordiamoci anche che, in luglio si è dimesso il capo dell’esercito francese, Pierre de Villiers, in polemica con Macron per i troppi tagli al settore militare e alla sicurezza, tanto che Villiers si disse impossibilitato ad “assicurare la sostenibilità del modello di esercito al quale credo per garantire la protezione della Francia e dei francesi, oggi e domani”.

Ad agosto la popolarità del nuovo presidente francese era scesa al 40%. Nel 2012, nello stesso mese François Hollande poteva contare su un sostegno del 54%, mentre nell’agosto del 2007 Nicholas Sarkozy registrava una popolarità ben superiore, attestandosi al 69%. Sappiamo tutti com’è finita con entrambi.

Tutto ciò ci fa pensare che la partita in Francia non sia finita e che Macron si muova sul filo del rasoio. Probabilmente non sarà Marine Le Pen a sfruttare la situazione e a risollevare le sorti di Francia e d’Europa: come avevamo già accennato, il prossimo congresso di partito accantonerà l’idea dell’uscita dall’Euro e Florian Philippot ha già fatto le valigie. E se ci è consentita ancora un’altra previsione, diremmo che non la sfrutterà nemmeno Mélanchon.

Non resta quindi che aspettare e osservare il susseguirsi degli eventi.

 

Marco Muscillo

 

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