Gaetano Costa

Palermo. 6 Agosto 1980. Una giornata calda, afosa. Il calare della sera non portava alcun beneficio. Gaetano Costa, procuratore capo del capoluogo siciliano, camminava lungo via Cavour, una strada centralissima a pochi metri da casa. Camminava solo, senza scorta. Lui non la voleva, nonostante gliela avessero assegnata.

Si avvicinò a una bancarella di libri, sfogliando addirittura qualche pagina. Poi, all’improvviso, tre colpi partiti da dietro lo hanno trafitto. Un vero agguato mafioso, alle spalle. Un altro agguato mafioso. A compierlo, forse, due giovani a bordo di una moto o, addirittura, all’interno di una macchina Audi 112 trovata poi bruciata. Costa è morto dissanguato. A terra. Solo. Nel pieno centro della città. Non a caso, perché lui, in quella città così difficile, ancora troppo omertosa, piena zeppa di cadaveri eccellenti morti ammazzati (esattamente sei mesi prima era morto Piersanti Mattarella, presidente della Regione), e di magistrati collusi con il potere mafioso, era davvero solo. E tale è stato anche per anni dopo la sua morte, nonostante l’impegno della moglie Rita e della famiglia.

Gaetano Costa, nato a Caltanissetta nel 1916, aveva in effetti un problema. Era un magistrato integerrimo. “Di lui si poteva comprare soltanto la morte”, ha detto anni dopo un collega. Non ha mai arretrato di un centimetro la schiena contro la manovalanza del crimine palermitano, arrivando persino a firmare da solo – sì, in solitaria – l’ordinanza di cattura per i vertici della Palermo altolocata dell’epoca: Spatola-Inzerillo-Gambino. Il massimo connubio tra mafia americana e quella siciliana, in quegli anni davvero forte visto il traffico internazionale di stupefacenti che stava interessando la Sicilia da fine anni ’70.

Prima di essere procuratore, è stato partigiano. Iscritto da giovane al Partito Comunista – questo era un altro suo problema, additato poi come “magistrato rosso”, quando è ritornato nelle aule di giustizia, prima a Caltanissetta poi a Palermo, ha consegnato la tessera di partito. Tornato a fare il suo lavoro, ha capito subito che la Mafia aveva cambiato pelle. Alla Commissione parlamentare ha raccontato di come Cosa Nostra ormai si fosse radicata nei settori pubblici, controllasse gli appalti e li gestisse a proprio piacimento. La mafia era imprenditrice, quella dei “colletti bianchi”, non di lupare o altre amenità. Ovviamente, per contrastarla occorreva seguire le tracce – ben poche – del denaro sporco, fiume sommerso nelle banche compiacenti.

Nel 1978 è diventato procuratore capo del capoluogo siciliano. Appena ha messo piede Palermo – sei mesi più tardi rispetto alla reale nomina – ha capito quale fosse la situazione. Spiegandolo così: “Vengo in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti di inimicizia, di interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite”.

Questo, però, non lo ha fermato. Il suo lavoro è andato avanti, fidandosi di pochi intimi. Del capo dell’Ufficio Istruzione, Rocco Chinnici, e l’altro grande amico, il giudice Cesare Terranova. Aveva preso in mano l’indagine avviata prima da Boris Giuliano, ammazzato nel 1979, e proseguita da Emanuele Basile, capitano dei Carabinieri di Monreale, ucciso anche lui, il 4 maggio 1980. Il tema dell’indagine era il traffico di droga gestito dalle famiglie importanti, Spatola-Inzerrillo-Gambino, per l’appunto. Il connubio tra Cosa Nostra siciliana e quella americana.

Una inchiesta con 40 persone da arrestare. Il 9 maggio 1980, neanche tre mesi prima di morire, all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, Costa ha presentato le carte da firmare ai suoi sostituti, che però si sono rifiutati di firmare. Lui non ha avuto questi problemi. Poche settimane prima di quel tragico 6 agosto, si è permesso il lusso di ordinare alla Guardia di Finanza alcune indagini ad ampio raggio sugli intrecci economici tra mafiosi e complici collusi, in tutta Italia. Sperava di trovare una soluzione ai delitti che portarono alla morte di Piersanti Mattarella, e del giudice Cesare Terranova, ammazzato nel settembre 1979. Dopo la sua morte, tutto si è arenato. Ma è anche inutile dirlo.

Come è anche inutile sottolineare – ma anche questo è esiziale, però, che a quasi 40 anni di distanza, esecutori e mandanti del suo omicidio sono ignoti.

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