Gaetano Guarino, la targa commemorativa a Favara

Prendiamo un nome e un cognome: Gaetano Guarino, che a tanti può essere un perfetto sconosciuto. Ricordiamoci anche di un Comune siciliano: Favara, centro agricolo di poco più di 30mila abitanti nella provincia di Agrigento. Cosa c’entrano tra loro? Niente, a parte un piccolo, piccolissimo dettaglio: Guarino è stato sindaco di Favara durante il secondo dopoguerra ed è stato ucciso dalla Mafia. Quella delle terre e dei latifondi, la più dilagante all’epoca. Sì, è vero. Lo sanno in pochi, ma è così.

Era il 14 maggio 1946. Guarino è primo cittadino da poco più di due mesi e, come sua consuetudine, aveva seguito dal primo all’ultimo minuto la seduta di Consiglio comunale. Stava tornando a casa ma non ci arriverà mai, perché una persona, approfittando della scarsa illuminazione pubblica, gli si è avvicinato freddandolo con un colpo di pistola alla nuca. Per il da poco sindaco non c’è nulla da fare. Cade a terra e muore. Con Guarino al momento dell’uccisione c’è un gruppo di tre persone, che però ha fatto una cosa molto strana. Certo, c’è chi ha chiamato i soccorsi, e chi è scappato, ma soprattutto nessuno ha saputo dire che aveva premuto il grilletto. Dall’indomani, iniziano a girare tante voci e nomi. Presunti mandanti ed esecutori materiali. È una sola convinzione: Guarino è una vittima di Mafia. Soprattutto di quella Mafia legata alla politica e agli affari.

gaetano guarino, sindaco socialista di Favara (AG)Urge chiedersi, allora: ma chi era Gaetano Guarino? Nato a Favara agli esordi del secolo scorso, nel 1902, sin da giovanissimo ha aderito al Partito Socialista impegnandosi negli anni universitari nelle prime lotte politiche, che hanno avuto la conseguenza di vari interventi della polizia. Negli anni vicini alla Seconda guerra mondiale, si è avvicinato al Partito Nazionale Fascista ma, al crollo del regime mussoliniano, anche nella sua Favara si viene a formare il Comitato di liberazione nazionale che, nel giugno del 1944, tramite il prefetto di Agrigento, decide di nominarlo sindaco della sua città.

Favara, dunque. Una città come tante altre nella Sicilia durante la guerra e post bellica. Prettamente contadina, ma in preda alla fame e alla disperazione. E soprattutto piena di tumulti e scontri tra i contadini che chiedevano la riforma agraria e la terra che con sudore lavoravano, e i proprietari, i latifondisti, i cosiddetti “padroni”, che la pensavano in modo opposto. E non immune alla pesante criminalità organizzata. Qui, nell’agrigentino, operava in particolare la cosca mafiosa denominata “Cudi Chiatti”, talmente potente che veniva interpellata persino per recuperare la salma di una signora sottratta a scopo di ricatto.

Nella sua consiliatura, durata soltanto un anno per colpa delle dimissioni di alcuni assessori, Guarino non è restato con le mani in mano. Ha costituito le cucine economiche senza lesinare provvedimenti per i più poveri. Ha ripristinato l’illuminazione pubblica nelle principali vie del paese con seri provvedimenti per l’approvvigionamento idrico. È intervenuto perché fossero aumentati i salari ai molti minatori, considerato che in quei mesi erano cresciuti il prezzo dei generi di prima necessità. Ha messo in piedi una cooperativa agricola per aiutare i contadini a prendere in affitto le terre, senza la necessità di rivolgersi a intermediari mafiosi. Ma nel 1946 si torna a votare, e il vincitore sarà sempre lui. Si era presentato nella lista del blocco dei partiti della sinistra, che si denominava blocco del popolo, subendo per tutta la campagna elettorali molte intimidazioni di chiaro sapore mafioso. Ma il secondo mandato è durato meno del primo: dal 10 marzo al 14 maggio, appunto.

Fin dalle prime indagini, è apparso abbastanza chiaro che l’assassinio è maturato nell’ambito della lotta per il potere tra gruppi di potere che si servivano di pratiche criminali di stampo mafioso, per condizionare l’assetto politico ed economico dell’entroterra agrigentino. Il problema, però, è uno solo: i nomi dei mandanti e degli esecutori sono ancora sconosciuti. E da allora sono passati 72 anni. Per protesta, la vedova di Guarino e il figlio sono scappati dalla terra natia senza fare ritorno. Mai più.

Michele Cotugno Depalma

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