Marcello Lippi, Cina

“Il più bel prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli”, così l’Avvocato Agnelli ha definito con la sua memorabile flemma Marcello Lippi, il Paul Newman del calcio italiano assieme al compianto Bruno Giorgi.

La carriera da calciatore

Toscano di scoglio classe 1948, figlio di Salvatore, pasticciere e pezzo forte del P.S.I. viareggino (nel 1994, quando divenne tecnico della Juve, Lippi andrà a pregare sulla tomba di suo padre, acerrimo anti-capitalista e anti-juventino), inizia la sua carriera di calciatore da adolescente nella Stella Rossa, non quella di Belgrado ovviamente ma una piccola squadra viareggina fondata da un anarchico.

Dopo essere approdato nella squadra principale della sua città, il Viareggio, giocando nel ruolo di mezzala e poi in quello di libero, nel 1969 il bel Marcello viene acquistato dalla Sampdoria del vecchio Fuffo Bernardini dove si afferma definitivamente come ultimo baluardo difensivo per ben nove stagioni. A soli trentaquattro anni, dopo due anonime stagioni nella sua Toscana con le casacche di Pistoiese e Lucchese, Lippi appende gli scarpini al chiodo e, come molti gregari della pedata, inizia una fruttuosa carriera da capo allenatore.

I primi anni da tecnico e la Serie A

Dopo un triennio di apprendistato nelle giovanili della Samp, dal 1985 Lippi inizia una lunga ed estenuante gavetta nei polverosi campi della provincia toscana (Pontedera, Siena, Pistoiese, Carrarese) prima di fare un bel triplo salto oltre gli Appennini verso Cesena e la Serie A. In Romagna il toscano sostituisce Albertino Bigon, il tecnico che in quell’anno vincerà con il Napoli l’ultimo tricolore dell’epopea maradoniana, e nella prima stagione riesce a centrare un’insperata salvezza spedendo in B il Verona di Osvaldo Bagnoli (o meglio ciò che restava!) in una sorta di spareggio-verità nell’ultima giornata di campionato.

L’anno dopo però le cose non vanno bene e Lippi viene sollevato dall’incarico dopo un inizio disastroso: i cesenati retrocederanno comunque in B. Dopo un’interlocutoria stagione in B nella Lucchese del post-Orrico, nel 1992/93 Lippi ritorna in massima serie all’Atalanta per sostituire proprio il suo sosia Bruno Giorgi: nel girone d’andata, pur non esprimendo un grandissimo calcio, gli orobici sono addirittura terzi in classifica e chiuderanno il campionato con una comoda settima piazza finale.

L’ottima stagione in terra lombarda frutta all’uomo di Viareggio la chiamata del Napoli in un momento delicato della società partenopea che, non ancora smaltite le sbornie dei fasti maradoniani, in estate cede i pezzi da novanta Careca e Zola. Lippi, ben spalleggiato dal general manager Ottavio Bianchi (ex tecnico dello scudetto partenopeo del 1987), lancia un giovanissimo Cannavaro e grazie ai gol di Fonseca centra un buon sesto posto.

Il primo ciclo nella Juventus di Moggi

Nell’estate del 1994 arriva la svolta nella carriera di allenatore del toscano che viene prescelto dalla nuova dirigenza juventina facente capo ad Umberto Agnelli (la famosa trimurti Moggi-Giraudo-Bettega) per rifondare una Vecchia Signora a digiuno di scudetti dal 1986. A Torino Lippi muta atteggiamento: perde quella pacatezza e quella signorilità che lo contraddistingueva negli anni precedenti e, forse contaminato dai simpaticoni Moggi, Giraudo e Bettega, inizia ad assumere un cipiglio tipicamente arrogante e supponente.

Il primo grande ciclo juventino di Lippi si chiude nel febbraio 1999 (esonero dopo una sconfitta con il Parma di Malesani) con tre scudetti, una Coppa Italia, due supercoppe italiane, una supercoppa europea, un’Intercontinentale e soprattutto una Champions League nel 1996 battendo in finale l’Ajax. Come contraltare però non vanno dimenticate due finali di Champions perse (contro un non trascendentale Borussia Dortmund ed il Real Madrid), tanti sospetti e accuse di doping e qualche polemica arbitrale di troppo.

Il fallimentare intermezzo interista e il ritorno alla Juve

Nell’estate del 1999 Lippi cerca di sfidare l’impossibile, cioè vincere con la pazza Inter di Massimo Moratti: a Milano però il viareggino trova un ambiente troppo diverso da quello juventino, con troppi galli nel pollaio ed un presidente generoso quanto umorale che protegge sempre i propri cocchi: dopo una stagione ed una partita del campionato successivo (sconfitta a Reggio Calabria contro la Reggina) si chiude la non indimenticabile parentesi nerazzurra lippiana con uno sfogo che sarà tramandato ai posteri: “Se fossi nel presidente manderei via l’allenatore, prenderei i giocatori, li attaccherei tutti al muro e li darei calci nel culo!”.

Nota bene: Lippi si auto esonera sì, ma non rinuncia ad un solo cent del suo faraonico contratto! L’anno dopo Lippi ricomincia il suo ciclo alla Juventus vincendo due scudetti (uno nel rocambolesco 5 maggio ai danni della sua ex squadra, ancora in un mare di polemiche) e perdendo la sua terza finale di Champions nel derby tutto italiano contro il Milan.

I due mandati da CT

Dopo una pessima annata 2003/04 Lippi dice definitivamente addio alla Juventus e approda alla guida della Nazionale dove, nella turbolenta estate 2006 (leggi alle parole Calciopoli o Moggiopoli con il figlio di Marcello, Davide, con le mani in pasta nella GEA moggiana) riesce a confezionare il miracolo della sua carriera vincendo il mondiale.

Dopo due anni trascorsi in barca e a portare a spasso il nipotino (mentre il suo successore, il povero Donadoni, si prendeva gli insulti di mezza Italia!) nel 2008 il tronfio Marcello ritorna da salvatore della patria alla guida della Nazionale ma tra scelte incomprensibili e causa di un movimento calcistico in forte declino, al mondiale del 2010 rimedia una figuraccia uscendo al primo turno dopo aver pareggiato con Paraguay e Nuova Zelanda e perso contro la Slovacchia: dalle stelle alle stalle!

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