Gelsomina Verde

Gelsomina Verde. A tanti, forse ai più, questo nome e questo cognome non significherà nulla, purtroppo. E la cosa buffa ma triste è che davvero per un po’ di tempo nessuno, neanche nella sua città, sapevano chi fosse questa fanciulla. Dal destino beffardo, atroce, infingardo, crudele e meschino. Che l’ha strappata alla vita a soli 22 anni, vittima di camorra. Sì, 22. Quando, cioè, i sogni e le speranze erano ancora vive davanti a lei.

Per gli appassionati di letteratura torna in mente Teresa Fattorini, tolta all’esistenza praticamente alla stessa età. Inganno di natura, ha cantato il poeta recanatese. Per Gelsomina, invece, è stata la brutalità umana e brutti scherzi di Cupido. È Roberto Saviano in “Gomorra” a raccontare chi è questa innocente ragazza napoletana. “Il mio cognome era il nome di un colore: verde, il mio nome invece quello di un fiore: Gelsomina. Ma per gli amici ero Mina. Avevo 22 anni quando fui uccisa. Era il 21 novembre 2004. Sul mio corpo tumefatto dai pugni e dai calci avevo i segni di una violenza inaudita. Ma ero rimasta viva. Ho urlato a lungo, ho pianto. Ho sperato mi salvassero. Poi un colpo di pistola venne sparato alla mia nuca. Fu in quel momento che morii. E allora non ho sentito più male, non ho sentito più il sapore ferroso del sangue misto alle lacrime. Era scomparso pure il dolore atroce alle estremità delle mie mani. Avevo i polsi spezzati, le dita frantumate. Mi avevano rotto anche le caviglie, ma quasi non lo ricordavo. Perché tutta quella sofferenza era scomparsa in un attimo”.

Il “suo” racconto continua. Purtroppo. “Altri due colpi esplosi. Poi il mio corpo era stato messo in un’auto. Non per essere ritrovato. Un’esplosione lieve e poi il fuoco. Non potevo comunque sentire il calore che si sprigionava dalle fiamme. L’autopsia svelò l’atrocità che avevo subito alla mia famiglia, a mia madre Anna, che quasi morì per il dolore. Ed era la cosa più brutta che potessi sapere. Perché io ero morta senza un perché”. Già, senza un perché, ma anche senza che a nessuno interessasse capire, analizzare, comprendere quei perché.

Nel 2004, a Napoli, è scoppiata la faida di Scampia. Il clan camorrista dei Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “scissionisti”, chiamati anche “spagnoli”, in quanto il loro capo, Raffaele Amato è stato latitante a lungo in Spagna, ed è nato proprio all’interno del già citato clan. La guerra produce omicidi giornalieri, che in poco tempo ha portato alla morte di centinaia di persone. Lei, Gelsomina, viveva in questo contesto, ma con la Camorra non aveva nulla a che fare. Assolutamente nulla. Lavorava come operaia in una fabbrica di pelletteria e nel tempo libero si occupava di volontariato. Anche con i detenuti. È una ragazza normale, e con la spensieratezza tipica di chi è nel fior degli anni più belli della vita.

L’unico “peccato” è quello di essersi innamorata di un tale chiamato Gennaro Notturno. Uno dei tanti figli di Scampia che, dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. Ed è allora che Gelsomina lo lascia perché non fa per lei, mentre Gennaro è diventato uno degli “scissionisti”. Il problema, però, è che per i clan rivali lei è sempre rimasta la compagna di Notturno. Perciò viene contattata da alcuni membri di spicco del clan Di Lauro per sapere dove Gennaro si trovi. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore.

Che succede, allora? Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato. Al processo, celebratosi nel 2006, Ugo De Lucia, uno dei killer più sanguinosi del clan Di Lauro è condannato all’ergastolo come esecutore materiale, invece Pietro Esposito riceve sette anni di reclusione. Due anni dopo, nel 2008, Cosimo Di Lauro è condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio, accusa da lui sempre respinta. Nel 2010, però, ha risarcito con 300mila euro la famiglia Verde. Una sorta di ammissione di colpevolezza non comprovata dalla magistratura la quale, nel dicembre dello stesso anno, lo ha assolto in secondo grado.

“Mi chiamo Gelsomina Verde, come un fiore. Sono una vittima della Camorra. Sono stata uccisa a 22 anni, torturata e bruciata. Non ho avuto giustizia. Non pensate che le mafie abbiano regole d’onore, che queste cose non possono succedere o che siano stati errori. Accadono. Anche senza il famoso ‘perché'”.

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