Nelle scorse settimane abbiamo scritto circa le parole pronunciate a Tbilisi dal Papa in difesa del matrimonio e gli effetti nefasti del divorzio, quindi ora per completare il discorso dovremmo affrontare l’altro grande nemico del matrimonio indicato dal Pontefice, “l’ideologia gender”, ma dobbiamo ammettere di trovarci in difficoltà.

Oltre all’emotività con la quale viene di solito affrontato il tema in questione, un fattore di confusione ulteriore viene dallo scivolamento di senso toccato alla stessa parola “ideologia”, che non viene più usata con valore denotativo, neutro, per indicare l’insieme delle idee che stanno alla base del programma di un partito o di un movimento politico, ma in senso connotativo, esprimendo una valutazione negativa, allora ideologico viene a significare “rigido”, “intrappolato in uno schema”.

Del resto lo stesso pragmatismo, la posizione opposta all’ideologismo, da alcuni viene ritenuto a sua volta ideologico, ma noi vorremmo evitare questo genere di discussioni nominalistiche. Ancora una volta, in quest’era postideologica, siamo di fronte ad una stucchevole diatriba in cui le due parti avverse negano di essere ideologiche, allo stesso tempo incolpandosi a vicenda di esserlo. Coloro che denunciano l’ideologia gender vengono accusati di combattere un nemico che hanno solo immaginato o che hanno inventato.

Per poterne capirne un po’ di più andiamo a vedere in cosa consista la gender theory, in italiano teoria del genere, che risale agli anni settanta ed afferma una cosa piuttosto semplice: propone una distinzione tra sesso e genere, il primo concetto attinente alla biologia, il secondo alle scienze sociali.

La biologia distingue tra sesso maschile e sesso femminile, mentre le scienze sociali hanno introdotto il concetto di genere, relativo al modo, o ai modi, in cui una cultura declina le differenze sessuali: è fuori discussione che le caratteristiche della femminilità e della mascolinità siano almeno in parte variabili nello spazio e nel tempo essendo, per l’appunto, culturalmente determinate. La stessa differenza di genere viene poi rinforzata culturalmente, poiché ragazzi e ragazze ricevono un’educazione differente.

Come ogni teoria, anche quella relativa al genere non è una verità, né pretende di esserlo, ma è un modello, una mappa che ha un valore euristico, ovvero ci permette di spiegare meglio alcuni fenomeni. Ma l’ideologia gender, se esiste, che cos’è? Abbiamo trovato numerose definizioni, ma quasi tutte provenienti da chi vuole avversarla, con un’unica, parziale eccezzione: l’articolo della scienziata Chiara Lalli dal titolo Il gender è una cosa bellissima. Il pezzo inizia con queste parole: “Il gender esiste ed è una cosa bellissima. Invece l’ideologia gender è una creatura inesistente ma con un fine abbastanza preciso”. Quindi, secondo l’autrice, il gender esiste, ma non è un’ideologia.

Solo nella chiusura del pezzo si trova, finalmente, una definizione: “Il gender è assenza di oppressione riguardo ai comportamenti, alle preferenze, alle identità sessuali e di genere; ai ruoli di genere predefiniti e alle nature umane sdoppiate in femminile e maschili, rigide e immodificabili; al possibile cambiamento del nostro corpo”.

Ora, detto che è sempre cosa buona e giusta combattere l’oppressione, non si riesce proprio a comprendere perché l’assenza delle forme di oppressione specificate debba prendere proprio questo nome. Nel preparare il presente scritto, esaminando una serie di documenti redatti da autori delle parti contrapposte, si è accresciuto il nostro sospetto che definire le due fazioni pro-gender e anti-gender crei soltanto confusione, che in realtà esse corrispondano  quasi in modo perfetto, rispettivamente, a quelle degli attivisti LGBT e dei difensori della famiglia naturale.

Ci sembra di essere di fronte a una variazione sul tema del solito scontro tra atei e credenti, che purtroppo stentano a dialogare in quanto, come abbiamo già spiegato in un precedente pezzo, troppo spesso non si rispettano. Accade allora che dei credenti etichettino gli atei come immorali, partendo dal presupposto che chi è “senza Dio” non può essere dotato di senso etico, mentre molti atei diano per scontato che ogni credente sia un oppressore.
I temi in discussione sono intrinsecamente complessi, sarebbero difficili da affrontare anche da parte di interlocutori in perfetta buona fede, ma dove a causa della reciproca sfiducia questo requisito venga a mancare riuscire ad intendersi tra le parti risulta del tutto impossibile.

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