Il 9 novembre l’Agenzia mondiale per l’antidoping (WADA) pubblica un dossier di 320 pagine in cui accusa la Federazione Russa di aver creato un sistema di doping statale che coinvolge tra gli altri il governo stesso e i servizi segreti.
La WADA, acronimo di World Anti-Doping Agency, è una fondazione a partecipazione mista pubblico-privata nata nel 1999 a Losanna sotto la direzione del Comitato Olimpico Internazionale (COI). Dal 2001 la sede dell’agenzia è stata spostata a Montreal, in Canada, nonostante resti una fondazione di diritto privato regolata dal diritto civile svizzero.

L’accusa principale del dossier è rivolta a Grigory Rodchenkov, direttore del laboratorio antidoping di Mosca, accusato di aver distrutto 1.417 campioni su ordine partito direttamente da Vitaly Mutko, ministro dello Sport russo e uomo fidato di Putin. È bene ricordare che il ministro in questione, in base alle prime informazioni disponibili, risulterebbe coinvolto in nome del tristemente noto paradigma “non poteva non sapere”.
Le prime atlete indagate e balzate alla luce dell’inchiesta sono Mariya Savinova-Farnosova e Ekaterina Poistogova, rispettivamente medaglie d’oro e di bronzo negli 800 metri femminili alle Olimpiadi di Londra 2012: nel mirino dell’agenzia antidoping rientrano infatti principalmente gli atleti della Federazione di atletica russa.

La richiesta della WADA è la sospensione della Federazione di atletica russa dalle olimpiadi di Rio che si svolgeranno nell’estate 2016. La prima reazione di Mosca è ferma e decisa, e accusa la fondazione canadese di accuse politiche alla Russia.

Il 10 novembre, quasi come monito per gli altri paesi, la WADA dichiara che nonostante il report sia incentrato sulla Russia, ci sono altre nazioni e altre federazioni che potrebbero finire nelle maglie dell’inchiesta. Nel frattempo il report viene secretato sino a conclusione delle indagini, e viene ribadito il ruolo ambiguo giocato dalla Iaaf, l’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera. Lo stesso Mutko, ministro dello sport russo, accusa la Iaaf“la Federatletica mondiale (Iaaf) ha nascosto dal 2008 i risultati di 155 test antidoping, e gli atleti russi sono coinvolti solo in 15 di questi casi”.

Chi non ha perso tempo per arrivare a conclusioni, nonostante i documenti segreti delle indagini ancora in corso è l’Usada, l’agenzia antidoping degli Stati Uniti, che tramite la voce del suo presidente Travis Tygart fa sapere che bisogna colpire la Russia con le giuste sanzioni: “contro la Russia sono necessarie dure sanzioni, inclusa l’esclusione dai Giochi di Rio 2016. Agli atleti russi non dovrebbe essere consentito di competere perché hanno violato le regole e non hanno gareggiato in modo pulito, macchiando l’immagine dello sport. Spero che tutti quelli che sostengono i valori olimpici dello sport, come me, facciano sentire la loro voce per convincere chi può cambiare il sistema a varare delle regole che impediscano a casi come questo di avvenire ancora”.

Contemporaneamente la Iaaf, paradossalmente indagata anch’essa dalla WADA e messa con la schiena al muro, sospende temporaneamente la Federazione atletica russa mettendo a rischio la partecipazione a Rio 2016.

Il 12 novembre Mosca prova a far chiarezza sulla vicenda. A prendere parola è il ministro dello sport Mutko, che comunica le dimissioni di Grigory Rodchenkov e ribadisce la piena apertura russa al continuo delle indagini, sottolineando però l’infondatezza della maggior parte delle accuse: “oggi abbiamo già il nuovo direttore del laboratorio antidoping. Posso assicurare che, agendo in cooperazione con le organizzazioni internazionali, siamo pronti a dare una nuova certificazione a tutti i nostri servizi. Ma non intendiamo boicottare le Olimpiadi di Rio, restiamo un partner affidabile del movimento olimpico internazionale”.
“E’ ridicolo affermare che discolpiamo gli sportivi quando contemporaneamente spendiamo miliardi di rubli nella lotta antidoping – ha anche aggiunto il ministro dello sport, –difenderemo l’onore di tutti quegli atleti che non sono stati trovati positivi”.

Lo stesso presidente Vladimir Putin ha preso parola sulla vicenda, chiarendo l’assurdità di punire in toto il mondo sportivo russo: “gli atleti che non hanno mai avuto nulla a che fare con il doping non devono assumersi la responsabilità di altri che hanno infranto le regole. Sarebbe sbagliato infliggere alla Russia una punizione collettiva”.

L’idea di infliggere alla Russia una punizione collettiva rimane difficile, perchè non troverebbe attuazione in nessuna norma di diritto internazionale e dello sport. A livello mediatico però, la bomba ad orologeria rappresentata dall’inchiesta in questione, prova ad infliggere un pesante danno alla credibilità della statualità russa, proprio durante l’intervento nel conflitto in Siria.

La Federazione Russa sta ultimamente interrompendo il paradigma culturale dominante che nell’Occidente la classificava come il “male assoluto”: questo è stato possibile grazie a un nuovo piano di comunicazione che confluisce nel ruolo dei network globali Sputnik e Rt e agli evidenti errori di politica estera americana nel Medio – Oriente, che hanno contribuito al rafforzamento russo nello scacchiere internazionale.

L’inchiesta sul doping tocca un argomento di massa come lo sport e le sue sfumature etiche che tanto coinvolgono la popolazione europea: narrare mediaticamente questo evento, raccontandolo come attività illecita di uno Stato intero complice del malaffare, è un ottimo sistema per far tornare la Russia sotto un ombra negativa agli occhi dell’opinione pubblica.

La geopolitica del terzo millennio, quella che si combatte più a colpi di tweet che secondo strategie militari, sembra aver riportato in auge l’importanza dello sport come vettore di comunicazione politica: un ritorno a sentimenti pre-1989, quando lo sport in piena guerra fredda era uno dei rappresentanti della grandezza e della forza di una nazione.

L’inchiesta sul doping farà il suo corso, e ribadendo la sacrosanta richiesta di un’indipendenza della giustizia internazionale da fini politici, il faro dell’attenzione va posizionato sui media generalisti, tornati a incarnare il ruolo di disegnatori di una realtà comoda ai soliti meccanismi da guerra fredda 2.0.

Lorenzo Zacchi

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