Come prevedibile la decisione di Trump sul riconoscere l’intera città di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele ha prodotto proteste e disordini nel mondo arabo-musulmano.

Nel pomeriggio la Cisgiordania ha visto gli arabi-palestinesi protestare al confine con Israele, causando un centinaio di feriti nella West Bank.

Duri anche i messaggi provenienti da partiti come Hamas e Hezbollah, che hanno promesso di far salire il livello dello scontro fino a una nuova Intifada. Nasrallah, leader del partito libanese ha dichiarato che “compiere una nuova Intifada sarebbe la miglior risposta da mostrare in faccia al nemico Israele”, mentre Isma’il Haniyeh è andato oltre, secondo il leader degli uomini di Gaza, Trump avrebbe aperto le porte dell’inferno.

A dire la sua ci ha pensato anche il presidente siriano Bashar al-Assad che ha rilasciato una nota ufficiale, nella quale si fa presente che “il futuro di Gerusalemme non è determinato da uno stato o da un presidente: è determinato dalla sua storia, dalla volontà e dalla determinazione della causa palestinese che rimarrà viva nella coscienza della nazione araba fino all’istituzione di uno stato palestinese con Gerusalemme come capitale.”

L’Iraq ha chiesto invece nella giornata del 7 dicembre che il governo americano torni sulla sua decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana per evitare di alimentare il terrorismo: “Mettiamo in guardia contro le pericolose ripercussioni di questa decisione sulla stabilità della regione e del mondo. L’amministrazione americana deve tornare indietro su questa decisione per fermare qualsiasi escalation pericolosa che alimenterebbe l’estremismo e creare condizioni favorevoli al terrorismo”, si legge in un comunicato del governo di Baghdad.

“La stupida decisione di Trump di fare di Gerusalemme la capitale sionista sarà la grande scintilla per rimuovere questa entità dal corpo della nazione islamica, è una ragione legittima per colpire le forze americane”, è quanto avrebbe detto il leader del gruppo paramilitare di Harakat Hezbollah al-Nujaba, Akram al-Kaabi. L’organizzazione che consta di circa diecimila combattenti è una delle più importanti in Iraq, ed è pesantemente supportata dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Un’altra gatta da pelare per Washington nel disastrato paese una volta governato dal Baath.

Intanto l’Esercito dello Stato di Israele si prepara all’eventuale conflitto nella regione. Tel Aviv avrebbe condotto, martedì scorso, un’imponente esercitazione militare nel nord del Paese, non lontano dal confine con il Libano. Secondo Il Giornale, è stata una delle più grosse esercitazioni condotte dallo Stato ebraico nell’ultimo quarto di secolo. Un’esercitazione arrivata all’indomani di ben due strike israeliani in Siria nelle ultime 72 ore, volti a neutralizzare i rifornimenti di armamenti per Hezbollah.

Anche l’Europa ha preso tiepidamente la decisione di Donald Trump. Sia Lady PESC, Federica Mogherini che il presidente francese Emmanuel Macron hanno stigmatizzato la mossa politica degli Stati Uniti. No comment da parte delle altre cancellerie europee, di certo la decisione di Trump ha creato qualche imbarazzo all’interno dell’Ue, in un momento nel quale i tedeschi sono alle prese con la crisi di governo e l’Italia si prepara alla fine della Legislatura.

Gli unici contenti sembrano per ora lo stesso Trump e il premier Netanyahu. il politico israeliano, leader del Likud, ha definito quella di martedì scorso “una giornata storica, un primo passo per la pace”. Ma per ora i fatti gli stanno dando torto. Il presidente repubblicano ha invece sottolineato di voler seguire un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese, poiché, sostiene, tutti gli altri prima di lui hanno fallito.

Tuttavia alcuni analisti, come Alberto Negri, hanno sottolineato come quella di Trump debba essere probabilmente la mossa della disperazione nei confronti delle pressioni esercitate del Deep State e alla minaccia impellente di impeachment. La fragilità mostrata da Trump mostrata in questo primo anno di presidenza potrebbero costare caro non soltanto alla sua carriera politica ma al mondo intero.

UN COMMENTO

  1. il politico israeliano, leader del Likud, ha definito quella di martedì scorso “una giornata storica, un primo passo per la pace”.
    Sono un imbecille puo’ fare una affermazione del genere oppure un criminale visto che anche il piu’ stupido dei polotoci capirebbe che questa dichiarazione porta dritta dritta alla guerra.
    Puo’ essere che il premier sionista voglia proprio quello, ma scatenare una guerra potrebbe essere fatale per lo stato sionista perche’ questa volta potrebbe venirne incendiato totalmente.
    Immagino che con una guerra in corso il premier sionista presume che poi gli occidentali si schierino comunque dalla sua parte… cosa che non potrebbe succedere questa volta visto che la sua figura in Europa non e’ affatto gradita per cui questa volta potrebbe ritrovarsi veramente solo in mezzo ad un mare di guai.
    E spero che se dovesse accadere sia proprio cosi’ …

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