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Benjamin Netanyahu

Non demordono Trump e Netanyahu nel perorare la causa di Israele. Secondo il premier israeliano la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele sarebbe un primo passo verso la pace, mentre il presidente Usa aveva fatto capire al mondo di voler portarsi laddove le altre amministrazioni non si erano mai spinte, per risolvere definitivamente il problema.

Tuttavia sin dall’annuncio di Trump sia da parte europea che da parte del mondo brics si è cercato di convincere l’amministrazione Usa a tornare sui propri passi. A guidare il fronte del No in Europa è stato soprattutto il presidente francese Emmanuel Macron, al quale nei giorni scorsi si è accodata Lady Pesc Mogherini, che ha ribadito la contrarietà dell’Europa alla decisione presa da Usa e Israele, durante la visita di Netanyahu a Bruxelles.

Sul versante “eurasiatico” soprattutto Putin ha sottolineato la minaccia che una decisione politica del genere possa costituire per la pace in una regione tanto martoriata da guerre e terrorismo. La decisione improvvisa di Trump, ha quindi costretto il presidente russo ad abbozzare un viaggio lampo in medio oriente, dove ha incontrato i tre maggiori partner, in questo momento, del Cremlino: Assad, Al Sisi e Erdogan. Se non altro perché Turchia, Siria e Egitto sono tre paesi interessati da vicino dalla questione arabo-israeliana.

La Repubblica Popolare Cinese si è invece affidata agli editoriali di due delle maggiori testate del Paese: China Daily e The Global Times, nei quali si evidenzia che la decisione degli Stati Uniti non porterà nessun vantaggio a Washington e non sarà utile a pacificare il Medio Oriente. Inoltre, si legge da Global Times, che la svolta di Trump avrebbe lo scopo di presentare se stesso come un leader audace (soprattutto a fronte delle minacce di impeachment, aggiungiamo noi), ma al prezzo di minare e vanificare gli sforzi diplomatici compiuti da israeliani e palestinesi negli ultimi anni.

Nessuno di questi paesi, come sarebbe tentato di pensare chi vede la politica come tutto bianco o tutto nero, sono degli avversari dello Stato israeliano. La Repubblica Popolare Cinese ha da tempo aumentato i propri investimenti in Israele, interessata a fare anche dei porti di Haifa e Ashdod una tappa della Nuova Via della Seta, che dovrebbe attraversare anche la Palestina e la Giordania.

Da parte russa invece i rapporti tra Mosca e Tel Aviv sono storici sin dal periodo sovietico e si reiterano ad oggi nei buoni rapporti tra Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin, se è vero ciò che sosteneva un po’ di tempo fa Daniel Wagner sull’Huffington Post, ovvero che Netanyahu danzasse tra il mantenere il buone relazioni con Mosca, senza alienarsi quelle di Obama.

Sia Mosca che Pechino, però hanno approfittato del disinteresse di Obama per Israele per lavorare ad ottenere una vittoria diplomatica nel conflitto arabo-israeliano. Putin si è offerto nel 2016 di ospitare i colloqui di pace tra Abbas e Netanyahu nella capitale di Mosca, mentre Xi Jinping già dal 2013 ha provato a far dialogare le parti con l’approvazione di quattro punti, nei quali era presente il riconoscimento di una Palestina indipendente con capitale Gerusalemme Est e il ritorno dei confini del 1967, come da risoluzione ONU. Quattro punti rilanciati anche l’estate scorsa, quando Xi ha ospitato Abbas a Pechino. La pace definitiva tra arabi e israeliani permetterebbe uno sviluppo della regione che fa gola a entrambi i paesi che hanno bisogno di porre ulteriori fondamenta al proprio sviluppo economico e commerciale.

L’irritazione dei paesi del gruppo BRICS è comprensibile e coerente con gli sforzi compiuti negli ultimi anni da Russia e Cina in direzione del dialogo e della promozione dello sviluppo della regione, mentre la posizione dei paesi europei andrebbe analizzata più a fondo. Una prima interpretazione può essere ricostruita andando a ripescare ciò che è stata l’Europa negli anni di Obama. L’ex presidente democratico aveva costruito una nuova immagine ideologica dell’Occidente, nel quale un certo tipo di soft power si sovrapponeva a convinzioni vetuste riciclate dallo scontro tra l’Occidente e i paesi del socialismo reale e che fanno riferimento soprattutto alle idee geopolitiche russofobe di Brzezinski.

L’Europa e in particolare il discorso dell’Ue erano visti da Obama come punto nodale del suo progetto, da opporre a quelli che sono considerati dal sistema ideologico obamiano come dei nemici economici e geopolitici, come la Russia e la Cina. Emblematico in tal senso è il modo in cui l’Fmi su spinta dell’ex presidente americano abbia giocato un ruolo fondamentale nel mantenere la Grecia all’interno dell’Unione europea e monetaria, quando Berlino era in procinto di abbandonare Atene al suo destino.

Senza addentrarci in discorsi troppo approfonditi, la visione dell’Europa da parte di Trump è totalmente opposta a quella di Obama. La dottrina dell’America First che richiama in parte la vecchia Dottrina Monroe non prevede per l’Europa un ruolo principale, almeno dal punto di vista americano. Se Obama ha sfruttato il jihadismo come arma geopolitica, Trump non si dedica a questioni ideologiche, ma ha l’obiettivo di risolvere, sempre dal punto di vista americano, nella maniera più pratica possibile i nodi più aggrovigliati della politica internazionale.

Una dottrina che malgrado l’onnipresenza degli Stati Uniti nelle questioni globali prevede uno smarcamento di Washington dal ruolo propagandistico di fautore della “mondializzazione”, intesa come componente ideologica di quel processo storico chiamato globalizzazione e che gli Usa perseguono dalla caduta del muro con l’ascesa dell’ideologia neocon.

L’interesse dei conservatori americani, almeno quelli riferibili all’Old Right, è rivolto precipuamente al realismo in politica estera e a ristabilire i confini del commercio globale, che ha danneggiato la classe media statunitense negli anni della crisi. Questioni come la Sicurezza, ad esempio, avvicinano maggiormente Washington a leader come Netanyahu e Putin, che non all’Europa.

Gli Stati dell’Unione Europea dunque hanno tutto l’interesse a non appoggiare Trump in nessuna delle sue iniziative, in attesa che la politica statunitense e gli scandali lo logorino. Difficile invece sostenere un reale interesse europeo nella risoluzione definitiva del conflitto arabo-israeliano, soprattutto se fino al giorno prima si è sostenuta l’azione dei jihadisti in Siria, chiamandoli ribelli democratici.

Il risultato di posizioni tanto differenti è la convergenza degli Stati del Gruppo BRICS con gli Stati europei nel votare all’Assemblea dell’Onu di giovedì 21 dicembre contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, che aveva come conseguenza il riconoscimento della città santa come capitale in toto dello Stato israeliano. L’assemblea ha votato a favore della risoluzione presentata da Yemen e Turchia contro la decisione di Trump con una maggioranza di 128 paesi su 193, tra i quali alleati degli Usa come la Corea del Sud e il Giappone, gli stati europei, Italia compresa, e naturalmente Russia e Cina. Astenuti 35 paesi tra i quali Canada e Australia.

Decisione che ha provocato l’irritazione del premier israeliano Netanyahu, il quale ha ribadito che Gerusalemme resta l’unica capitale di Israele e che gli israeliani continueranno a costruire nella città santa ospitando l’ambasciata americana così come altre ambasciate. Nikki Haley, rappresentante permanente alle Nazioni Unite degli Usa, ha invece ribadito che gli Stati Uniti segneranno i nomi di coloro che hanno votato a favore della decisione di Trump (ben pochi e di scarsa rilevanza dal punto di vista politico).

Da parte palestinese oggi Abu Mazen ha incontrato un Macron sempre più protagonista nella nuova crisi arabo israeliana. I due hanno ribadito che non verrà più accettato il ruolo degli Usa come mediatore delle trattative di pace.

Trump sembra in definitiva essersi impelagato in una strada tortuosa, avviando una crisi che non si sa quando e come avrà fine. Intanto gli scontri in Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza provocano centinaia di feriti al giorno e diverse vittime, a dimostrazione che anche il realismo politico ha bisogno di una strategia precisa, che Trump sembra non possedere se non quella della volontà di potenza dell’azione politica, ma che spesse volte non fa i conti con la storia dei popoli e con il contesto culturale e regionale. Dei fallimenti quelli di Trump che potrebbero molto presto costargli caro e consentire agli obamiani di tornare in sella.

UN COMMENTO

  1. Qualunque persona ( ma Neitanyahu lo è? ) dotata di un tasso medio basso di intelligenza capirebbe che la decisione americana e sionista non porta alcuna pace ma anzi innalza il livello di violenza e allontana ogni ipotesi di pace e soluzione pacifica.
    Può essere che sia proprio questa la scelta da parte sionista ma il loro isolamento internazionale e’ assordante, praticamente quasi nessuno escludendo i soliti servi accondiscendenti, hanno approvato questa decisione.
    Non solo ma addirittura il fronte antiamericano-sionista si è addirittura allargato includendo stati prima d’ora lontani per politiche e strategie. Segno che chi capisce qualcosa di politica e diplomazia non concorda assolutamente con queste scelte.
    Finalmente l’Europa ha fatto una scelta giusta e saggia lasciando il reuccio sionista da solo a raccontare balle e presto dovrà ritornare su quella decisione,pena un isolamento micidiale dello stato israeliano che non si vedeva da anni.
    Inoltre questa decisione (forse la parte migliore di tutta la vicenda) sta creando un fronte che forse per la prima volta nella storia del medio oriente contemporaneo potrebbe veramente arrivare alla creazione di uno stato palestinese autonomo secondo tutte le risoluzioni ONU che si sono negli anni succedute e che non hanno MAI legittimato ALCUNA acquisizione di territori occupati da israele come territori israeliani.
    Quindi la speranza è che l’Europa ora giochi veramente il ruolo che le compete in quell’area come arbitro e garante degli accordi visto che tra l’altro i rapporti economici con lo stato sionista potrebbero permettere di fare pressioni micidiali nel caso in cui i sionisti dovessero pensare di non attenersi a decisioni che competono sia le parti interessate ma anche le nazioni che ormai ne hanno le scatole piene di uno staterello che vorrebbe dettare ogni condizione mettendo a repentaglio la pace mondiale.
    Lotti Anton Giulio

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