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Muammar Gheddafi

Un uomo di grande carisma, di enormi aspirazioni e ambizioni, ma purtroppo di limitata capacità organizzativa e di deficitaria visione prospettica, tutto questo è stato il Colonnello Gheddafi, al secolo Muammar Muḥammad Abū Minyar Abdel-Salam Qhadhadfa, che per quarantadue anni non solo ha guidato come leader indiscusso la nazione libica, ma ha preteso di incarnarla personalmente, quasi a volervisi consustanziare, con uno slancio che travalicava il politico e l’ideologico e sfociava spesso nel mistico.

A un giorno dal quinto anniversario del suo assassinio, avvenuto a Sirte per mano di una banda di briganti resi audaci dalla vergognosa campagna aerea scatenata contro la Libia da NATO (Francia e Gran Bretagna in primis), Usa, Egitto (all’epoca in mano all’Ikhwan musulmana), Qatar e Giordania, vogliamo, con una sintetica biografia, ripercorrere l’odissea umana e politica di un uomo sicuramente grande, non esente da difetti (alcuni dei quali hanno contribuito non poco a segnarne il destino) il cui nome verrà comunque ricordato a lungo, forse per secoli dopo che quelli dei suoi traditori (e assassini) saranno sepolti sotto le sabbie dell’Oblio.

I primi anni di vita

Mummar Gheddafi nacque nel giugno 1942 in una tenda piantata vicino al villaggio di Qasr abu Hadi, nei pressi di Sirte, in Tripolitania, proprio mentre le forze armate italo-tedesche di Rommel e Bastico contendevano alle armate del Commonwealth britannico il controllo della Cirenaica e di Tobruk, nelle battaglie che avrebbero in ultimo decretato lo sgretolamento del dominio coloniale italiano sulla cosiddetta “Quarta Sponda”, che durava ormai da un trentennio. Per tutta la vita Gheddafi si considerò un beduino e un “Figlio del Deserto” risiedendo spesso in tende, dove amava anche ricevere ospiti prestigiosi e Capi di Stato, trovando in questo “vezzo” un forte senso di identità (ricordiamo che fece installare un attendamento anche nei giardini di Villa Pamphili nel corso della sua visita ufficiale a Roma nel giugno 2009).

Immediatamente dopo la guerra sopravvisse per pura fortuna a un incidente con un residuato bellico che lo lasciò leggermente menomato a un braccio (e che costò la vita a due suoi cugini). In seguito frequentò la scuola coranica di Sirte, l’educazione di impronta religiosa non gli impedì tuttavia di interessarsi ai fermenti nazionalisti che attraversano il Mondo Arabo negli anni della decolonizzazione, letteralmente entusiasmandosi per la figura di Gamal Abdel Nasser. Proprio per imitare il suo “modello” il giovane Gheddafi si iscrive a diciannove anni all’Accademia Militare di Bengasi, da cui esce ufficiale e diventa anche Capitano dopo un periodo di specializzazione in Inghilterra.

L’influenza italiana infatti nel Secondo Dopoguerra ha ceduto il passo a quella angloamericana, con Re Idris che concede ricchi contratti petroliferi a compagnie Usa e Inglesi e affitta all’USAF una base su suolo libico (Wheelus) dove sono schierati bombardieri strategici B-36, B-47 e B-50, “cisterne volanti” per il loro rifornimento e jet da caccia F-86 ed F-100, nonché batterie di missili balistici “Matador”.

Il Golpe panarabista

Re Idris dei Senussi è vecchio e molto malato e, durante una sua trasferta in Turchia per motivi medici Gheddafi si unisce a un gruppo di ufficiali dell’Esercito che ritengono maturi i tempi per un’insurrezione nazionalista che instradi il paese sulla via già seguita da Egitto, Siria, Algeria e altri paesi di lingua e cultura araba; il “golpe”, senza alcuno spargimento di sangue, riesce completamente e dall’estero il monarca detronizzato ne accetta l’esito.

Muammar GheddafiTra i congiurati Gheddafi emerge subito come la figura più vivace, carsimatica, decisa, in grado di suscitare passione e approvazione da parte di una popolazione non numerosa e fino a quel momento piuttosto aliena da grande trasporto per la politica: viene iniziato un ambizioso programma di riforma, la nazione viene ribattezzata “Jamariyah Libica Araba e Socialista” e Gheddafi, nazionalizzando le risorse naturali, espellendo le forze militari americane, (e in seguito espropriando ed espellendo anche la non piccola comunità di Italiani di Libia) cerca di propugnare una sua personale sintesi di Socialismo Nazionale, Panarabismo e Islam misticheggiante, i cui principi enuncia nel “Libro Verde” (chiaramente ispirato alla più celebre antologia maoista).

Muammar Gheddadi e Gamal Abdel Nasser
L'”allievo” Gheddafi a fianco del suo “maestro” Gamal Abdel Nasser, in una foto scattata poco prima della morte di questi.

La politica estera della nuova Repubblica “Araba e Socialista”

La Libia rapidamente si allinea con Egitto, Siria e altre potenze nazionaliste e socialiste del Mondo Arabo, ma, una volta mancato Nasser (che Gheddafi fa in tempo a incontrare più volte tributandogli immensa stima e devozione), il rais libico comincia a covare ambizioni egemoniche, che lo porteranno ad assumere atteggiamenti e iniziative ambiziose ma spesso mal preparate o studiate, dandogli una fama di mercurialità che non lo abbandonerà per il resto della sua vita.

Muammar Gheddafi e ArafatNaturalmente allaccia rapporti cordiali con l’OLP e Yasser Arafat, nell’ambito del sostegno del nazionalismo socialisteggiante arabo alla causa di liberazione della Palestina, ma quando il fulcro delle operazioni palestinesi dalla Transgiordania si sposta nella delicatissima arena libanese Gheddafi inizia a sostenere frange estremiste che contribuiscono non poco a far degenerare la situazione del Paese dei Cedri nel buco nero della Guerra Civile (che durerà ininterrotta dal 1975 al 1990), giocando un ruolo tuttora non chiarito (e forse ormai impossibile da verificare con certezza) nella scomparsa e nell’assassinio (1978) di Imam Musa al-Sadr, leader politico e spirituale sciita libanese, fondatore del movimento Amal.

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Una rarissima immagine del Colonnello Gheddafi insieme all’Imam Musa al-Sadr, precedente di alcuni anni alla scomparsa di quest’ultimo.

La guerra con Sadat

Quando l’Egitto di Anwar Sadat decide di troncare i rapporti con l’URSS e il campo socialista e di allearsi con gli Usa le relazioni Cairo-Tripoli precipitano e sfociano addirittura in una breve guerra di confine che dura poco più di 72 ore tra il 21 e il 23 lugli del ’77. Le truppe di Gheddafi ebbero la peggio, subendo perdite molto più consistenti di quelle nemiche, ma alcuni analisti sostengono che, attaccando per primo, il leader libico “bruciò” sul tempo un complotto egiziano per rovesciarlo dall’interno aizzandogli contro una parte del suo stesso establishment, costringendo gli 007 di Sadat ad abbandonare il piano. In compenso il leader sirtino si “vendicò” dando asilo e protezione al Generale egiziano Saad Shazli, “padre” dei commando del Cairo e strenuo oppositore della ‘svolta’ filo-occidentale di Camp David.

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Libia 1977, militari festanti attorno ai resti di uno dei pochi jet egiziani abbattuti nei tre giorni di guerra di confine.

Il panafricanismo

L’ambizione di Gheddafi era molto vasta e andava al di là dell’arena del Mondo Arabo, conscio della posizione centrale della Libia nel Nordafrica e della sua grande ricchezza, egli cercò dalla metà degli anni ’70 di farsi portavoce di istanze panafricaniste, aumentando il raggio della sua attività politica all’Africa Nera, persino rivolgendosi a paesi molto distanti geograficamente.

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Gheddafi insieme a Idi Amin Dada, Presidente ugandese dal 1971 al ’79.

Un esempio in questo senso furono gli aiuti prestati a “uomini forti” africani come Jean Bedel-Bokassa (interrotti però quando egli smise di dichiararsi musulmano) e con l’ugandese Idi Amin Dada, che al contrario di Sadat era passato dal campo filo-occidentale e filo-israeliano a quello terzomondista, convertendosi anche all’Islam. Gheddafi lo sostenne nel suo tentativo di muovere guerra alla Tanzania tra la fine del 1978 e la primavera del ’79, inviando in quella nazione persino un corpo di spedizione libico-palestinese di diverse migliaia di uomini che però ebbe molte difficoltà a operare in un ambiente ecuatoriale arrivando a subire ben seicento perdite prima che l’Uganda capitolasse e Idi Amin Dada perdesse il potere e dovesse quindi rifugiarsi in Arabia Saudita.

Gli anni ’80 e Ustica

Per tutti gli anni ’80 (ed anche oltre) Gheddafi venne ripetutamente chiamato in causa, sia pure in maniera indiretta, nel corso delle contrastanti ricostruzioni degli eventi che portarono all’abbattimento del DC-9 Itavia nei cieli di Ustica, avvenuto il 27 giugno ’80. Una versione degli eventi trascorsi quella notte nei cieli del Tirreno (a un certo punto sostenuta anche dall’Ex-presidente Francesco Cossiga) voleva l’abbattimento conseguente a una battaglia aerea tra MiG libici e Mirage francesi decollati dalla portaerei Clemenceau intenzionati a eliminare il Colonnello nel quadro di una ostilità di vecchia data tra i Transalpini e la Jamariyah libica, accusata dall’Eliseo di destabilizzare la francosfera africana con le sue iniziative.

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I resti del DC-9 Itavia abbattuto sopra Ustica, recuperati dal mare e sommariamente riassemblati in un hangar.

Il MiG-23 schiantatosi a Castelsilano (ufficialmente il 18 di Luglio 1980) in realtà sarebbe precipitato proprio la notte del 27 giugno, oltre due settimane prima, in seguito alla battaglia aerea sostenuta coi jet di Parigi, ipotesi sostenuta dalle risultanze dell’autopsia sul cadavere del pilota libico (Capitano Ezzeden Khalid), che, effettuata il 23 luglio, trovava la salma in “avanzatissimo stato di decomposizione”, più compatibile con una morte avvenuta da oltre venti giorni che non risalente a meno d’una settimana prima.

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Un MiG-23 dell’Aviazione Libica, identico a quello schiantatosi a Castelsilano nell’estate del 1980.

Nel 1981 un’altra battaglia aerea vide i jet di Gheddafi (in quell’occasione due Sukhoi-22) avere la peggio contro una coppia di F-14 decollati dalla portaerei Usa “Nimitz” che insieme alla “Forrestal” stava pattugliando il Golfo della Sirte, dichiarato dal rais libico come facente parte delle acque territoriali di Tripoli (per poterne sfruttare le pescosissime acque, dove incrociano i banchi di tonno rosso più cospicui del Mediterraneo).

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Prima del duello aereo che risultò nell’abbattimento di due Su-22 jet Usa e tripolini condussero varie “schermaglie” sui cieli della Sirte nel 1981; qui un F-4 Phantom controlla un MiG-23 libico.

Le campagne africane

Né maggior fortuna incontrò un’altra “impresa africana” di Gheddafi, la guerriglia a bassa intensità scatenata dalla fine degli anni ’70 al 1987 contro il Ciad (altro Stato della Francosfera, pesantemente sussidiato e aiutato da Parigi) per il controllo della “Striscia di Aouzou”, quadrilatero di terreno arido e spopolato tra il Sud della Libia e il Nord ciadiano, di cui si sospettava la ricchezza in giacimenti di petrolio, manganese e, soprattutto, uranio.

Il Colonnello libico rivendicava il territorio ciadiano in base a un accordo siglato nel 1935 tra Benito Mussolini e Pierre Laval, mentre l’ONU sosteneva le ragioni di N’Djamena e Parigi a considerarlo parte integrante del Ciad. Inizialmente le vicende armate sembrarono arridere alla causa libica, con i guerriglieri sostenuti da Tripoli che arrivarono a conquistare la capitale del Ciad, ma l’eccessiva interferenza di Gheddafi nei processi politici interni dei suoi alleati ciadiani (col sostegno palese dato ai leader di parziale discendenza araba e di fede islamica) impedì la costituzione di un nuovo stato ciadiano amico e alleato del vicino settentrionale e causò il compattarsi di tutti i ciadiani anti-libici attorno alla figura di Hissene Habré, leader di etnia Toubous che inizialmente era stato filo-libico per poi cambiare campo di fronte all’aperta preferenza di Gheddafi per i suoi colleghi arabo- musulmani.

Ciad 1983
La spedizione contro il Ciad divenne per l’Esercito Libico una specie di “Piccolo Vietnam”; qui vediamo carcasse di lanciarazzi Katyusha abbandonati su un campo di battaglia.

Col sostegno zairese, nigeriano e senegalese (oltre che di “istruttori” e consiglieri della Legion Etrangére francese) Habré e i suoi lealisti ripresero il controllo della capitale nel giugno 1982 e resistettero a sempre più massicci tentativi libici di controffensiva fin quando nell’agosto 1983 il Presidente Mitterand ordinò un diretto intervento francese in Ciad (Operazione Manta) che divise il paese all’altezza del 16esimo parallelo, lasciandone circa il 40 per cento sotto l’occupazione “de facto” della Libia e dei suoi alleati locali.

Gheddafi scialacquò il capitale di prestigio che aveva presso i ciadiani filo-libici, comportandosi spesso da conquistatore piuttosto che da alleato e patrono, e innescando una lotta intestina che nel giro di alcuni anni distrusse il movimento ciadiano a lui favorevole lasciando le sue forze armate come occupanti stranieri in territorio ostile, una situazione che i Francesi volsero a loro vantaggio scatenando contro i Libici una campagna di guerriglia (la cosiddetta “Toyota War” per l’uso massiccio di fuoristrada da parte dei ciadiani al posto di ‘veri’ veicoli militari) che tra il 1986 e il 1987 cacciò i libici dal Ciad settentrionale e portò persino alla cattura e all’incarcerazione del Generale libico Khalifa Haftar, Capo di Stato Maggiore di Gheddafi, inviato a cercare, senza successo, di salvare la situazione.

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Terzo da sinistra, in questa foto si può vedere il Generale Khalifa Haftar, attuale Ministro della Guerra del Governo provvisorio di Tobruk, poco prima della sua prigionia in Ciad.

Le sconfitte e le mosse azzardate

Di fronte alle sconfitte militari, Gheddafi, con un istinto da “giocatore incallito”, aveva la tendenza a “rilanciare” con sostegno e appoggio fornito ai gruppi che pensava potessero colpire o comunque impensierire in maniera indiretta coloro che lo avevano offeso o sconfitto direttamente: in questo senso si spiega il supporto che fornì a enti e organizzazioni anche ben distanti dall’arena mediorientale o araba, come ad esempio l’IRA o l’African National Congress di Nelson Mandela.

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“Ho tre amici al mondo, ed essi sono Fidel Castro, Yasser Arafat e Muammar Gheddafi”. (Nelson Mandela)

Nel 1986 un attentato in Germania Ovest distrusse una discoteca frequentata da personale americano di una vicina base NATO; tanto bastò perché il bellicoso presidente-cowboy Ronald Reagan ordinasse un massiccio bombardamento (“ElDorado Canyon”) della capitale libica e di Bengasi, volto proprio a eliminare fisicamente il rais sirtino: l’Italia negò le proprie basi per una simile operazione, e gli F-111 dell’USAF dovettero adattarsi a partire da scomode basi inglesi e volare fino al Mediterraneo, tuttavia il leader libico si salvò e, apparentemente, ordinò per rappresaglia il lancio di due vettori missilistici contro Lampedusa, che tuttavia mancarono il bersaglio.

Eldorado Canyon
Il diniego italiano all’uso di basi nel nostro paese per il bombardamento punitivo “ElDorado Canyon” costrinse i jet Usa a un complicato periplo attorno all’Europa.

Il 1989 porta a nuove collisioni tra la Libia e l’asse angloamericano, con l’attentato al jet di Lockerbie (Pan Am 130) che viene immediatamente attribuito ai suoi servizi segreti (in realtà senza nessuna prova realmente evidente) e una susseguente recrudescenza di duelli aerei nel Golfo della Sirte (con due MiG-23 perduti di contro F-14 della USS Kennedy) e uno strangolante embargo commerciale dichiarato poco dopo (particolarmente vulnerante visto che in quel periodo il blocco socialista precipitava nell’abisso).

Tomcat e MiG

Anni ’90: Gheddafi torna a miti consigli

Negli anni ’90 Gheddafi sembra rinunciare ai sogni di gloria militare e di sostegno alle cause anti-imperialiste in un mondo che sembra diventare sempre più unipolare ed egemonizzato dagli USA; arriva persino a un tacito accordo di smantellamento dei suoi programmi (veri o presunti) di armamento non convenzionale, in cambio della rimozione dell’embargo (1999). Nei rapporti bilaterali con l’Italia, che nonostante tutto hanno visto Tripoli come un investitore privilegiato nel panorama economico dello Stivale (ricordiamo che negli anni ’80 Tripoli possedeva qualcosa come il 14 per cento della FIAT) Gheddafi optò per un progressivo avvicinamento con Roma, specialmente negli anni di Governo di Silvio Berlusconi, Premier che, checché se ne dica, era molto più attivo, indipendente e creativo dal punto di vista delle relazioni internazionali di certi “ex-comunisti” fin troppo entusiasti di eseguire le direttive washingtoniane.

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Gheddafi incontra il Premier italiano Silvio Berlusconi portando appuntata sull’uniforme una foto dell’esecuzione del capo guerrigliero libico Omar el-Mukhtar.

Gli ultimi anni e le Primavere Arabe

L’inizio del 21esimo secolo vede un Gheddafi ormai invecchiato eppure ancora arroccato sulla sua posizione di leader, apparentemente non preoccupato di prepararsi una successione come alcuni grandi leader arabi (Assad Padre) hanno già fatto da tempo e come altri (Mubarak, che ancora poco prima di venire destituito preparava per il Governo il figlio Gamal) si apprestavano a fare.

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A quel punto, nell’ondata delle cosiddette “Primavere Arabe” tutti i risentimenti e le ostilità in primis francesi, ma anche inglesi e dei regimi (Qatar e Turchia) che pensano di poter egemonizzare il mondo islamico con la tentacolare multinazionale della “Fratellanza Musulmana” si scatenarono contro la Jamariyah ‘verde e socialista’ istigando contro il rais di Sirte quella parte di paese (la Cirenaica col suo capoluogo Bengasi) che aveva ragione di sentirsi “esclusa” e trattata “da figliastra” da un leader che, seguendo la tradizione beduina (sempre di un Figlio del Deserto si trattava) preferiva affidare incarichi e posizioni a parenti e compagni di clan e tribù piuttosto che perseguire politiche meritocratiche o di coesione nazionale.

Primavera Araba in LibiaCrediamo che fare una cronaca pur succinta della caduta della Jamariyah libica e degli ultimi giorni di Gheddafi sia ridondante, essendo l’argomento ancora molto recente, in questo nostro affresco biografico abbiamo voluto lanciare falci di luce su momenti magari meno noti della biografia politica del personaggio e portare il lettore a potersi formare così un quadro più completo sulla vita e l’opera di un uomo che, a buon diritto, merita comunque un posto nella galleria dei grandi leader arabi e africani.

Paolo Marcenaro

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