giancarlo giorgetti

Le sanzioni alla Russia mai revocate, nonostante le promesse di cinque anni di campagna elettorale, l’euro mai messo in discussione, malgrado una scritta “Basta Euro” campeggiasse in uno dei muri della sede storica del partito fino a giugno scorso, un’Europa che fatica a proporre alleati credibili per Roma come per Via Bellerio, una Bruxelles che continua a non concedere alcun margine di manovra a Palazzo Chigi.

La Lega ha tutto l’interesse di interrompere prematuramente questa avventura con il Movimento Cinque Stelle. Forte dei sondaggi che la danno oltre la soglia del 30% (e scrollatasi di dosso il peso dei 49 milioni dilazionati in comode rate dalla magistratura) per la prima volta nella sua storia la Lega può pensare di gareggiare da sola in un’ipotetica nuova tornata elettorale, pensando di vincere e prendersi la maggioranza assoluta dei due rami parlamentari.

Lo ha capito Salvini, certo, basta guardare la sua continua propaganda sui social, ma lo ha capito sin troppo bene Giancarlo Giorgetti, il Gianni Letta del Carroccio, che con l’intervista di stamattina rilasciata a Repubblica potrebbe aver vanificato i tentativi del segretario leghista di riavvicinare le due fazioni interne al governo Conte: “Io sono una persona per bene. Non consento a nessuno di complotti e trame oscure con dichiarazioni così scomposte – ha dichiarato il sottosegretario – se si continua ad attaccare chi prova a tenere in piedi la baracca, ha proseguito il leghista, il governo non andrà molto lontano. Spero Luigi Di Maio ci vada davvero, in procura. Scoprirà che la famosa ‘manina’ è in casa loro. Ma occhio, così loro si vanno a schiantare”.

Giancarlo Giorgetti, definito dagli opinionisti e dai cronisti della politica come l’uomo della diplomazia, è emerso piuttosto come il portavoce di coloro che contano fuori e dentro la Lega. Se Salvini ha in questi mesi di collaborazione con il Cinque Stelle teso una mano ai progetti di welfare, tenendo fede ai suoi progetti populisti, Giorgetti ha rappresentato la parte più intransigente della destra liberale del partito, più vicina alla vecchia lega bossiana: dall’opposizione all’ipotesi di statalizzazione di Autostrade S.p.A al rifiuto di mettere sul piatto della manovra di governo il taglio delle pensioni d’oro. Giorgetti fin dai primi tempi ha avuto rapporti tutt’altro che idilliaci con il leader del Cinque Stelle Di Maio.

Secondo i ben informati Giorgetti durante le trattative per il governo, quando il leader dei Cinque Stelle aveva rinunciato alla premiership per venire incontro alla Lega, avrebbe riferito al Presidente della Repubblica, con una frase colorita, che “Di Maio adesso non conta più nulla”. Una frase che Di Maio si sarebbe legata al dito, fino a pochi giorni fa, quando il leader di Pomigliano ha detto espressamente a Mattarella, che Giorgetti non rappresenterebbe la linea del governo.

L’ex sindaco di Cazzago Brabbia si è mosso in questi mesi da vero e proprio premier in pectore. Mentre Salvini e Di Maio continuavano la loro propaganda di partito sui temi a loro cari: immigrazione da un lato e gli attacchi alla “casta” dall’altro; mentre Conte agiva e agisce da avvocato del governo; è Giorgetti a dare l’indirizzo politico. Forte delle sue conoscenze e della sua esperienza pregressa (suo cugino è il banchiere Massimo Ponzellini, allievo di Romano Prodi a Bologna) tratta con Di Maio sui numeri della manovra, parla con Draghi, si occupa di politica dello Sport, delle Olimpiadi invernali e del Calcio italiano, arrivando addirittura a minacciare la Figc di darsi una regolata, e suggerendo l’ex dg della Juventus Giuseppe Marotta (varesotto come lui) come nuovo presidente della Federazione calcistica (ma sarà eletto Gravina).

Ma qual è l’obiettivo del nuovo Bismarck alla varesina? Togliere la Lega dal pantano in cui l’hanno messa il Presidente Mattarella e il Cinque Stelle. Giorgetti ha forse capito più del volenteroso Salvini che questo governo, in queste condizioni è destinato ad ottenere ben pochi risultati, rinforzando le fila delle opposizioni e di Silvio Berlusconi, ora nuovamente candidabile. Giorgetti stesso aveva parlato pochi giorni fa dell’ipotesi di un nuovo soggetto di centrodestra, che superasse il vecchio centrodestra, che si è presentato alle ultime elezioni. Qualcuno nella Lega spera ancora di utilizzare i vecchi alleati come stampella per arrivare praticamente a un governo monocolore, che possa dettare la linea anche al Presidente Mattarella.

È quello che vuole anche Salvini? Non del tutto, e forse è per questo motivo che Giorgetti ha rilasciato un’intervista tutt’altro che diplomatica a un giornale non certo in orbita centrodestra come Repubblica. Vuole lanciare un messaggio non solo a Di Maio, ma anche a Salvini? È dura dirlo, ma ciò che è certo che le parole di Salvini ieri sera a mediaset erano state di tutt’altro tenore nei confronti di Di Maio. Pur non lesinando critiche Salvini si è detto pronto a continuare il percorso di questo governo.

Tuttavia sul lato grillino sembrano avere problemi simili. Se è vero che Di Maio a settembre scorso aveva già posto il veto pubblicamente all’ipotesi di un condono che si allargasse anche ai capitali all’estero (ma all’epoca si parlava di cifre di molto più alte dei 100 mila euro di oggi), è pur vero che il maggiore oppositore alle politiche del governo i Cinque Stelle ce lo abbiano in casa, e si chiama Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati. Mentre la Lega resta sempre in attesa di capitalizzare quel 30% che le attribuiscono i sondaggi, il Cinque Stelle restando al governo può solo perderci, soprattutto se avviene lo scollamento con la parte più radicale del movimento, più tendente a posizioni di sinistra e dunque intolleranti nei confronti della Lega.

Di Maio ha sicuramente colto la palla al balzo per cadere in piedi davanti al Movimento stesso e al suo elettorato, scaricando tutte le colpe sull’ingombrante e potente Giorgetti. Il Cinque Stelle è sempre stato molto attento alla gestione del suo consenso e del rimanere legato alla “protesta” piuttosto che al saper amministrare. Lo ha dimostrato già nel 2013, quando ha preferito l’isolamento, sia nella crisi di governo, evitando di scendere a trattative con Bersani, sia nelle elezioni fallimentari del Presidente della Repubblica, nelle quali non si riuscì a trovare un nome condiviso con il Partito Democratico, nonostante ce ne fossero tutte le premesse. La manina probabilmente non esiste, ma la denuncia ha fatto prendere tempo al leader di Pomigliano, in ogni caso i Cinque Stelle hanno da guadagnarci qualcosa, o la Lega scende a patti o si rischia di andare tutti a casa. In ipotetiche nuove elezioni, il Cinque Stelle può fare il botto e raggiungere l’agognata maggioranza assoluta, oppure mettersi di nuovo all’opposizione, stavolta della Lega, con l’obiettivo di aumentare nuovamente i propri consensi.

Quello che è certo e che a distanza di pochi mesi le due parti in causa sembrano già stanche delle continue trattative che sono costrette a intavolare per far approvare questa o quella riforma, ed entrambe aspirano a un governo monocolore, o al massimo di coalizione, nel prossimo futuro. “Giorgio se ne vo ì e ‘o vescovo ne ‘o vò mandà” si direbbe a Napoli, un detto popolare che rappresenta forse al meglio una situazione nella quale entrambi i contraenti di un patto non hanno più voglia di tenervi fede. Ma tra il Vescovo e il mercante Giorgio può emergere un unico e solo vincitore: l’Unione Europea e le sue ricette antipopolari.

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