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giorgio bassani

Ferrara, città di campanili e di biciclette

La storia della cittadina estense, perla rinascimentale e officina di umanesimo, è ricca di autori ad essa indissolubilmente legati. Tuttavia, nessun altro ha saputo coglierne e rappresentarne l’anima come ci è riuscito Giorgio Bassani nel Novecento, sviscerandone vizi e virtù.

Probabilmente, Ferrara deve a Bassani più di quanto Bassani debba a Ferrara. Le sue opere, infatti, nonostante l’ambientazione ristretta nella realtà ferrarese, hanno sempre un sapore universalistico che ha consentito, così, di proiettare il centro emiliano in una dimensione ben più vasta.

Il centenario dalla nascita del grande scrittore è trascorso senza che la cultura italiana – con alcune significative eccezioni – sia stata capace di rendere il giusto tributo ad uno dei più grandi autori del secolo scorso. In Italia, oggi, Bassani si legge poco e si studia ancora meno nelle scuole. Una dimenticanza ingiusta ed immeritata per un uomo di cultura a 360 gradi a cui si deve, negli anni della presidenza di Italia Nostra, un incessante impegno in difesa del patrimonio artistico ed ambientale del Belpaese.

Oltre ai capolavori da lui personalmente scritti, la letteratura italiana è debitrice nei confronti dell’autore ferrarese anche per aver scoperto e fatto pubblicare Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa da cui, poi, Luchino Visconti trasse il famoso film del 1963. Ma soprattutto, il lettore italiano non può non essere riconoscente a Giorgio Bassani per la sua opera narrativa raccolta pressoché interamente in quel “Romanzo di Ferrara” pubblicato definitivamente nel 1984. In questa raccolta trovano spazio capolavori come “Cinque giornate ferraresi”, “Gli occhiali d’oro”, “Il giardino dei Finzi-Contini” e “L’airone”.

Bassani e la “colpa collettiva” degli italiani

Attraverso i romanzi di Bassani, figli della sua drammatica esperienza personale, gli italiani si sono trovati a dover fare i conti con una colpa collettiva troppo facilmente rimossa, quella relativa alla vergogna delle leggi razziali e della criminale persecuzione antiebraica.

L’espulsione del protagonista de “Il giardino dei Finzi-Contini” dalla biblioteca che aveva sempre frequentato fino al 1938 costituisce uno dei passi della letteratura italiana capace di trasmettere con maggiore incisività al lettore tutto il carico di disumanità insito nelle leggi razziali volute dal regime fascista. Le storie di Bassani contribuiscono a smentire la falsa e comoda immagine degli italiani “brava gente”, confutando la tendenza giustificazionista di chi vorrebbe ridimensionare il peso effettivo delle leggi razziali nell’Italia fascista. D’altronde, Bassani concepisce la sua come una missione più che come una professione e confessa di sentirsi, mentre scrive, “oltre che un cosiddetto narratore, anche uno storico”.

L’ipocrisia borghese nella tragedia delle discriminazioni razziali

Dalla lettura del “Romanzo di Ferrara” ci appare evidente la stretta connessione e la consequenzialità esistente tra la promulgazione di quegli infami provvedimenti legislativi e la successiva persecuzione che avrebbe portato molti ebrei italiani a morire nei campi di concentramento. Ma soprattutto, Bassani fa emergere come nessun altro autore tutta la sofferenza umana che scaturisce dall’approvazione delle leggi del ’38: emblematica, in tal senso, la figura dei padri di Giorgio e Davide, rispettivamente ne “Il giardino dei Finzi-Contini” e ne “Gli occhiali d’oro”.

Mediante queste due figure, Bassani si fa interprete del senso di frustrazione e di alienazione di cittadini orgogliosi fino ad allora della loro italianità, spesso soldati al fronte durante la Prima Guerra mondiale e che all’improvviso, senza aver commesso alcuna colpa, si ritrovano privati dei loro diritti. Con la narrazione dal punto di vista delle vittime, l’autore riesce a smascherare anche l’ipocrisia che si cela dietro al silenzio della borghesia cittadina, proiezione di quella nazionale, il cui timore per le ripercussioni del regime si rivela ben presto per quello che è, ovvero complicità con le misure discriminatorie del regime.

Il metodo narrativo e l’ostracismo dell’intellighenzia letteraria

Bassani ci conduce nelle atmosfere suggestive dell’infanzia e dell’adolescenza dei suoi protagonisti, dei campi da tennis, dei libri sfogliati in biblioteca, delle vacanze al mare e dei paesaggi visti dal finestrino di un treno; insieme ai protagonisti, anche il lettore viene privato di tutto questo all’improvviso e calato nella condizione di emarginazione vissuta dagli ebrei con l’introduzione delle leggi razziali.

In questo modo, Bassani fa maturare anche nel lettore non ebreo la necessaria consapevolezza sull’impatto devastante che quegli infamanti provvedimenti hanno avuto sulla vita di persone innocenti, cittadini italiani a cui si negava il diritto di avere e a cui, ben presto, si sarebbe negato anche quello di essere.

A dispetto della sprezzante definizione di “nuova Liala” riservatagli dal Gruppo 63, Giorgio Bassani è stato il più efficace cantore di un dramma riuscendo più di chiunque altro a rendere incisivamente la portata di quella tragedia presso un pubblico vastissimo proprio grazie a quell’umanizzazione dei personaggi e a quel preziosismo stilistico che gli venivano rimproverati dai suoi denigratori.

Nico Spuntoni

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