Se c’è un esponente che nel corso della Prima Repubblica ha pagato un prezzo troppo alto politicamente parlando, quello è Giovanni Leone. Cossiga lo ha definito, dopo Moro, “la più grande vittima della Dc”.

Non sorprende, dunque, scoprire che il destino dello statista di Maglie si è spesso incrociato con quello del sesto Presidente della Repubblica Italiana fino al tragico 1978, anno della morte fisica del primo e di quella politica del secondo.

S’incrociano, ad esempio, il 1 Luglio 1963 in occasione della visita ufficiale in Italia di J. F. Kennedy (cfr. D. Storelli, Alchemy Moneta, Valore, Rapporto tra le Parti, p. 325, Sovera Edizioni). Appena un mese prima, il presidente americano ha firmato il famoso Ordine Esecutivo 11110, decreto con cui il governo Usa attribuiva a sé il potere di stampare dollari senza più il tramite della Federal Reserve.

Durante il soggiorno italiano, Kennedy viene ricevuto da Leone, all’epoca a capo del suo primo esecutivo “balneare”, e da Aldo Moro, segretario della Dc che tre anni dopo, occupata la poltrona di Palazzo Chigi, avrebbe emulato JFK (nel frattempo ucciso a Dallas) decidendo di finanziare 500 miliardi di spese statali attraverso l’emissione di  biglietti da 500 lire a corso legale. A controfirmare il provvedimento per la seconda emissione, quella del 1974, fu proprio Giovanni Leone in qualità di presidente della Repubblica.

L’incontro del 1963 e la similarità dei provvedimenti ricordati, collegati alla fine traumatica delle carriere dei tre uomini politici coinvolti (due uccisi, uno costretto alle dimissioni), hanno trovato vasto eco nelle teorie della cospirazione per le quali il signoraggio bancario rappresenta l’argomento cardine a cui far risalire tutti i misteri della storia mondiale.  In realtà, a smentire una ricostruzione così forzata e condizionata dai soliti dogmi complottistici, bisogna ricordare che a controfirmare i primi decreti di emissione di cartamoneta di Stato (la serie “Aretusa”) nel 1965, 1966 e 1967, non fu Leone (che firmò, si, quello analogo del 1974) bensì Giuseppe Saragat, atlantista fino al midollo e morto nel 1988 tra gli osanna di tutto l’arco costituzionale. La schematizzazione frontale amico/nemico cui sono avvezzi quelli che vedono cospirazioni in ogni dove non fa che banalizzare i complessi meccanismi politico-sociali della storia repubblicana: così il ruolo di Saragat, seppur più significativo rispetto a quello di Leone in questa specifica vicenda, viene taciuto perchè il personaggio, non essendo mai caduto in disgrazia a differenza del giurista napoletano, non si presta bene tanto quanto Moro, filoarabo ed antipatico a Kissinger, nella parte della vittima del solito complotto che si vuole per forza ordito da banchieri e servizi segreti d’oltreoceano.

Che Giovanni Leone, nonostante la sua estraneità alle fratricide correnti democristiane, avesse dei nemici apparve evidente nel corso della lotteria per il Quirinale del 1964 quando, partendo dalla scomoda posizione di candidato ufficiale della DC,  fu “trombato” a causa dei soliti franchi tiratori. A sbarrargli la strada contribuì anche la diffusione tra i banchi del Parlamento di alcuni fotomontaggi che ritraevano sua moglie in atteggiamenti compromettenti.

Quella fu solo la prima delle innumerevoli volte in cui donna Vittoria, bellissima ed elegantissima first lady di vent’anni più giovane rispetto al consorte, venne utilizzata dagli avversari per attaccare in maniera subdola e meschina la figura pubblica di Leone. Nonostante ciò, il giurista napoletano riuscì a seguire le orme del  maestro De Nicola e salire sul Colle più alto nel 1971, mentre l’abituale fuoco amico faceva fuori le candidature di Fanfani e Moro.

Sin da subito, scontando anche il sospetto di un apporto decisivo dei voti missini per la sua elezione, il sesto Presidente della Repubblica fu inviso a buona parte dell’arco costituzionale(PCI, PSI, PRI), oltre che a molti esponenti del suo stesso partito.  La gravissima situazione interna dei primi anni Settanta, caratterizzata da un’inarrestabile instabilità politica, dalla crisi della DC dopo il referendum sul divorzio, dal boom dei gruppi terroristici, dalla conflittualità sociale e dalla stagnazione economica, esortò l il Capo dello Stato a comportarsi da statista anziché da notaio come fino ad allora avevano fatto i suoi predecessori.

In particolare, suonano profetiche le parole contenute in una missiva inviata al presidente americano Nixon 43 anni fa: in essa, Leone scrive di essere preoccupato per l’accentuarsi delle crisi mediorientali che potrebbero causare “ondate di profughi disperati e guerre interminabili che avrebbero la capacità di destabilizzare la regione e lo stesso quadro europeo” (U. Gentiloni Silveri, L’Italia sospesa, p. 62, Einaudi).

Leone non rinuncia alla sua fama di amico degli States e non intende mettere in discussione la nostra collocazione nello schieramento Nato, tuttavia, senza tentennamenti ricorda all’omologo americano come l’amicizia non possa essere equivocata con la subalternità: Washington, concentrando la sua politica estera solo sul Sud Est Asiatico e trascurando la situazione mediorientale, rischia di trovarsi di fronte ad una polveriera pronta a scoppiare con danni enormi soprattutto per l’Europa. Per questo, rivendica Leone, sarebbe un errore se Nixon rinunciasse al prezioso apporto di un alleato come l’Italia che può vantare un rapporto privilegiato con il mondo arabo.

Di fronte agli sviluppi recenti ed anche meno recenti di quell’area così delicata, le sue parole andrebbero considerate anche alla luce di una necessaria revisione del giudizio storico sul personaggio.

In un’epoca come quella attuale, in cui si sente tanto parlare di riforme spesso per mascherare colossali vulnus culturali e programmatici, la sua figura merita una riqualificazione anche tenendo conto dei suoi interventi (attaccati di frequente dai socialisti che arrivarono a minacciarne, per questo, l’impeachment) in favore di una svolta presidenziale del sistema parlamentare. Una svolta che poi,  anche se non al 100%, ci sarebbe stata con i referendum di Segni e l’avvio della Seconda Repubblica e che avrebbe coinvolto anche le istituzioni a livello locale e regionale.

In una clamorosa intervista rilasciata al Corriere della Sera il 28 Agosto 1975 (in carica il Moro IV), il Capo dello Stato si scagliò contro le eccessive rivendicazioni dei sindacati, i disagi provocati dai numerosi scioperi e il troppo assenteismo tra gli impiegati pubblici. Temi, a noi abituati ai servizi di “Iene” e “Striscia la notizia”, che appaiono quasi banali ma che ebbero, per l’Italia dell’epoca sconvolta dalle dimostrazioni di piazza, un impatto dirompente nel dibattito politico italiano e contrariarono il presidente del Consiglio Moro.

L’avversione dello statista di Maglie per l’orientamento presidenziale si doveva anche alla netta opposizione da parte del Quirinale a qualsiasi coinvolgimento nel governo dei comunisti, un linea ribadita con fermezza al Dipartimento di Stato americano che era, invece,  confuso di fronte alle fumose e contraddittorie rassicurazioni di Moro sullo stesso tema.  Ciò non impedì, però, a Leone di staccarsi dalla compatta linea della fermezza nei giorni terribili del rapimento organizzato dalle Br.

Dimostrando, ancora una volta, di tenere prima di tutto alla propria autonomia di pensiero e di condotta, Leone si mostrò favorevole alla linea della trattativa, dichiarando alla famiglia Moro di essere disponibile a firmare l’atto di clemenza ad una brigatista malata in carcere. Una mossa che avrebbe, forse, permesso uno scambio di prigionieri con Moretti e compagni.

D’altronde, i destini di Moro e Leone si erano incontrati ancora una volta nella tempesta mediatica dello scandalo Lockheed: nel 1976 i dirigenti dell’azienda americana produttrice di aerei militari avevano confessato di aver pagato tangenti a politici italiani per ottenere dal Ministero della Difesa l’acquisto dei velivoli Hercules. Moro e Leone furono accomunati dall’identificazione in Antelope Cobbler, il nome in codice dato al più importante tra i politici che intascarono le bustarelle per la commissione. A puntare il dito contro l’allora Presidente DC fu “La Repubblica” che il giorno stesso del rapimento in Via Fani titolava: “Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc”.

La caccia all’Antelope, morto Moro, si concentrò sul Presidente della Repubblica:  troppo amico, diceva la stampa progressista, dei mediatori Antonio e Ovidio Lefebvre già coinvolti nello scandalo. Doveva per forza essere lui il colpevole.

Iniziò un violento cannoneggiamento mediatico, evoluzione di una campagna partita 3 anni prima da “L’Espresso”, ai danni di Leone e della sua famiglia. Senza dubbio, spiccò in quest’opera poco gloriosa la giornalista milanese Camilla Cederna, definita da Montanelli “la pitonessa dei salotti radical-chic di Milano” (Indro Montanelli, Soltanto un Giornalista – Testimonianza resa a Tiziana Abate, Rizzoli Editore) autrice del pamphlet di straordinario successo “Giovanni Leone: la carriera di un presidente”.

Nel libro la Cederna non dimentica di ringraziare una delle sue fonti principali, il giornalista- piduista Mino Pecorelli da cui attinse anche per i feroci ritratti sulla condotta dei “tre monelli” (i figli Mauro, Paolo e Giancarlo) e di donna Vittoria nella residenza presidenziale.

Sulla rivista “OP” di Pecorelli trovano spazio articoli insinuanti che cercano d’infangare nel più squallido dei modi il nome e la reputazione della moglie del Presidente senza suscitare, però, le auspicabili reazioni delle femministe. La vivacità dei tre figli, le uscite nella Roma notturna e le loro storie d’amore vengono usati a pretesto per un attacco ingiustificato contro l’inerte Leone, impossibilitato a querelare proprio in virtù, paradosso dei paradossi, della posizione di prestigio che occupa.

Intenzionato a difendersi da nuove accuse di corruzione che gli mosse “l’Espresso”, esasperato da tre anni di supplizio mediatico, scaricato dal suo partito intenzionato a non inimicarsi i comunisti che chiedono un passo indietro, Leone si dimette il 15 Giugno 1978 a poco più di un mese dalla morte del collega di partito. Nonostante il proscioglimento dalle accuse nel caso Lockheed, nonostante la condanna per diffamazione vinta contro la Cederna e il ritiro dal mercato del suo pamphlet calunnioso, la vicenda politica di Leone si concluse quasi in coincidenza con quella di Moro e la sua immagine non fu mai del tutto riabilitata, sebbene i radicali Pannella e Bonino, alfieri anch’essi della campagna anti-presidenziale nel ’78, si scusarono con lui pubblicamente nel 1998. L’onesto, il cattolico, l’uomo di Stato Giovanni Leone non si riprese mai del tutto dalla campagna mediatica che lo aveva abbattuto, ma mantenne una lucida idea su chi aveva orchestrato la sua detronizzazione dalla poltrona più importante: “sono una vittima della P2” dichiarò in un’intervista nel 1985 ricordando l’appartenenza alla loggia del suo calunniatore principale e, concentrandosi sul passaggio prettamente politico, il PCI volle le mie dimissioni e la DC mi abbandonò”.

Intanto a Milano, la presunta capitale morale d’Italia, neanche un vicoletto è stato dedicato a uno dei padri costituenti, due volte Presidente del Consiglio, Presidente della Camera e Capo di Stato nel momento più delicato della storia repubblicana. La toponomastica meneghina non nega, però, un giardino a Camilla Cederna che di lui parlava come di un “Pulcinella con le orecchie scollate” (A. Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, p.17, Edizioni Dedalo) per via delle origini partenopee.

Nico Spuntoni

 

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