Giuseppe Fava

Si racconta che Nitto Santapaola, il grande boss mafioso della Catania degli anni ’80, quando decide che è ora di ammazzarlo, avrebbe pronunciato queste parole: “Questo noi dobbiamo farlo non tanto o non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro perché se questo continua a parlare come parla e a scrivere come scrive, per i cavalieri del lavoro è tutto finito. Per loro e per noi”.

“Questo”, dunque, doveva essere un avversario irriducibile e qualcosa di veramente molto molto scomodo. Ma non era un altro capofamiglia o un rivale da uccidere per prendere in mano ancora più potere all’interno di Cosa Nostra. Era un uomo che combatteva non con le pistole – seppur davvero ne aveva una per difendersi – ma con le parole. Con la testa. Con la denuncia. Con la schiena dritta. Usando chili e chili di inchiostro sulle colonne dei giornali, e nelle interviste televisive. Che aveva deciso di nascondere la coscienza nel cemento.

“Questo”, allora, era Giuseppe Fava. Uno degli intellettuali più attivi e conosciuti tra gli anni ’60 e gli anni ’80, soprattutto perché con un’altissima morale e un senso di giustizia esemplare.
Innanzitutto giornalista, ma anche scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, un grande appassionato di teatro, cinema, letteratura e radio. Un uomo tutto d’un pezzo, apprezzato anche da alcuni pentiti come Angelo Siino, il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra, ribattezzato così per aver inventato un metodo che consentiva alla mafia di lucrare sugli appalti. E secondo il quale Fava “era un osservatore attento della situazione mafiosa, e politico-affaristico-mafiosa, della zona. Era molto attento a queste cose e per questo pagò”.

Ma chi era Giuseppe Fava, dunque? Nato nel 1925 in un paesino nella provincia di Siracusa, molto presto si trasferisce a Catania per iniziare la carriera giornalistica e non quella forense. Inizia a farsi conoscere a metà anni ’50, dalle colonne di “Espresso sera”, e in quel periodo intervista esponenti di spicco della criminalità organizzata come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo. Diventerà caporedattore della testata fino al 1980, anno in cui al suo posto viene assunto un collega “più governabile”, come racconterà egli stesso.

Anche perché il problema, all’epoca, è l’idea nobilissima che Fava ha del giornalismo: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”. Di conseguenza, allora, “a volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi, o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda, o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo”.

Idea che mette in pratica quando va a dirigere “Il giornale del Sud” ai principi degli anni ’80. In quegli anni, trasforma radicalmente il quotidiano a propria immagine e somiglianza, rendendolo graffiante e aggressivo. Si avvale di cronisti giovanissimi (età media 23 anni, tra cui il figlio Claudio) che sguinzaglia per l’isola in cerca di notizie che provino il rapporto tra i clan e l’imprenditorialità siciliana. Tra le inchieste che porta avanti il quotidiano sotto la sua direzione c’è anche la battaglia contro l’installazione della base missilistica della Nato a Comiso. E il suo atteggiamento non piace neanche ai suoi superiori, gli editori – che poi si scoprirà essere collusi con il potere mafioso – tanto che lo costringono a lasciare la testata.

Ma Fava decide di mettersi in proprio, fondando un proprio giornale, “I siciliani”, la prima testata antimafia per eccellenza. Che si scaglia subito contro Nitto Santapaola, mirando a evidenziare la commistione tra mafia e politica e concentrandosi sempre sul ruolo dell’imprenditoria. La sua condanna a morte arriva, forse, in una intervista concessa a Enzo Biagi: “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo… Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l’Italia”.

È il 1983. Qualche mese dopo, è il 5 gennaio 1984, è freddato con cinque colpi di pistola alla nuca che non gli lasciano scampo. Per anni, in una città in cui sono molti a ritenere che la mafia sia solo un’invenzione, si ritiene che a ucciderlo non sia stata Cosa Nostra, ma motivi passionali o addirittura economici.

Soltanto dopo dieci anni, anche grazie ad alcuni collaboratori di giustizia, le indagini prendono la retta via e, nel 2003, decretano l’unica vera verità.

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