Luciano Liggio
Nella foto Luciano Liggio in carcere a Milano, dove rimarrà fino alla sua morte

Giuseppe Letizia, quella notte, quella terribile notte, ha soltanto 12 anni. È l’10 marzo 1948, esattamente 70 anni fa e un giorno.

Anche in quella circostanza, come solito fare fin da quando era in fasce, è in campagna, precisamente in contrada “Malvello” a Corleone, la sua città, a custodire il piccolo gregge di famiglia, perché anche lui, come tanti altri ragazzini della Sicilia degli anni ’40 – pensate un po’, lo faceva anche Salvatore Riina insieme ai suoi fratelli – si è dovuto abituare molto presto alla vita di campagna.

Durante il suo lavoro, all’improvviso sente rumori, rombi di macchine, lamenti, gente che grida, un gruppo di uomini che picchia a sangue un altro individuo e lo uccide senza pietà. Questi è Placido Rizzotto, il sindacalista diventato troppo scomodo per la Mafia corleonese perché vuole dare le terre ai contadini, sottraendole proprio ai grandi proprietari terrieri mafiosi.

E mentre Rizzotto è ammazzato senza pietà dalla più alta manovalanza della criminalità mafiosa corleonese dell’epoca, Luciano Liggio, che era al servizio del boss del Paese Michele Navarra, lui, Giuseppe, è a pochi metri da quell’orrore e da quel terrore. È terrorizzato dalla paura. Non fiata per non farsi sentire. E, sempre per colpa di quel terrore, sviene e passa lì la notte. Il dì successivo, è suo padre a trovarlo. Lo sveglia, ma Giuseppe appena apre gli occhi ha lo sguardo allucinato e inizia a pronunciare frasi all’apparenza senza senso: “No, no, non uccidetelo! Che vi ha fatto? Lasciatelo stare!”.

Naturalmente, il piccolo Giuseppe non ha dimenticato nulla della notte precedente. Il papà è convinto che abbia la febbre e perciò stia delirando. Subito lo porta all’ospedale di Corleone, il cui direttore sanitario è, guarda caso, Michele Navarra, che oltre a essere il capo di tutto era anche un medico e un esponente di peso della Democrazia cristiana siciliana. Giuseppe racconta tutto. Quei rumori. Quelle grida. Quell’irruzione al casolare immediatamente fuori le campagne della città. Quel contadino ammazzato così brutalmente all’apparenza senza un valido motivo.

Chi di dovere capisce tutto. Realizza che il piccolo pastorello è un involontario testimone di un delitto, e di un cadavere eccellente. Non aveva neanche compiuto 13 anni, ma nessuno garantisce che avrebbe tenuto la bocca chiusa. Allora va fermato. Nel modo più subdolo e squallido. Un medico dell’ospedale, tale Ignazio Dell’Aira, gli diagnostica la tossicosi. Gli viene fatta una iniezione, che però sarà letale e, soprattutto, mortale. È l’11 marzo del 1948, ufficialmente è morto, appunto, per tossicosi, ma è ipotesi abbastanza diffusa e certa che quella siringa fosse piena zeppa di veleno. Tanto più che dopo la morte di Giuseppe, forse per evitare seri problemi, Dell’Aira chiude il suo studio ed emigra in Australia.

Il 13 marzo 1948, due giorni dopo, il quotidiano “L’Unità” si occupa dell’accaduto, e lo fa addirittura in prima pagina. Così: “C’è motivo di pensare, e molti in paese sono a pensarla così che il bambino sia stato involontariamente testimone dell’uccisione di Rizzotto e che le minacce e le intimidazioni lo abbiano talmente sconvolto da provocargli uno shock e come conseguenza di esso la morte”. Passano otto giorni, e un altro quotidiano, “La voce della Sicilia” ritorna sul terribile accaduto: “Un bimbo morente ha denunciato gli assassini che uccisero Placido Rizzotto nel feudo Malvello”.

Poi, però, non ne parla più nessuno. Oblio totale su quel giovane ragazzino che oggi avrebbe avuto 82 anni. Chissà quante altre pecore avrebbe potuto far pascolare ancora. Invece si ritrova a essere il primo bambino vittima di mafia…

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