Una tranquilla immagine di Asmara, la capitale dell'Eritrea.

Gli Anni Settanta videro sorgere, in Italia, il “compromesso storico” fra mondo cattolico e mondo comunista, fra Chiesa e PCI. Si trattava, in fondo, del riconoscimento della fusione tra due realtà già da prima profondamente interconnesse: tutte le famiglie italiane che, in quel momento si definivano comuniste e che per questo motivo erano state persino “scomunicate” da Papa Pacelli, in passato erano sicuramente state cattoliche, e al loro interno i vecchi che continuavano a credere in Dio e ad andare a messa c’erano ancora. Togliatti, consapevole di ciò, già ben prima dell’avvento di Berlinguer, quando nemmeno avrebbe potuto immaginare che questi sarebbe stato un suo erede alla segreteria del PCI, lo riconosceva e sosteneva che assumere posizioni troppo anti-cattoliche avrebbe semplicemente significato attirarsi le antipatie del grosso della popolazione italiana.

Fin qui, nulla di male. Anche quando Berlinguer, per cercare d’uscire dall’impasse di un PCI confinato nella “conventio ad excludendum”, ovvero obbligato per le logiche di Jalta a stare esclusivamente all’opposizione, propose il “compromesso storico”, si limitò più che altro ad onorare la storia dell’Italia fatta da più di ottomila comuni, dove la tradizione cattolica e l’ideologia marxista dovevano in qualche modo convivere anche all’interno della stessa cerchia familiare, e a maggior ragione dello stesso paese o della stessa città. Proponendo alla DC una nuova formula di governo o quantomeno di collaborazione, non poteva certo immaginare quali frutti sarebbero nati di lì a poco, quando ancora era in vita e a maggior ragione dopo la sua morte prematura, dagli Anni Ottanta in avanti.

I frutti nati poco dopo, e comunemente noti come “cattocomunismo”, li abbiamo oggi ben presenti. Per carità; sappiamo benissimo che quel termine indica un’ideologia ibrida che, non soltanto in Italia, esisteva da ben prima del “berlinguerismo”. Ma oggi tale termine indica proprio la commistione, ampiamente in odor di “consociativismo” (parola, quest’ultima, molto di moda ai tempi della Prima Repubblica ma ai giorni nostri, chissà come mai, passata in desuetudine), fra ambienti non soltanto politici ma soprattutto economici ed affaristici del mondo cattolico ed ecclesiastico da una parte e di quello ex o post-comunista e cooperativistico dall’altra.

Da una parte le coop rosse, dall’altra quelle bianche; da una parte l’Arci, dall’altra l’Acli; da una parte il PD e i piccoli partiti “fratelli” come LeU, dall’altra la CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, e così via. S’è creata, insomma, una vera e propria joint-venture, per usare una definizione tipicamente aziendale, peraltro anche molto fruttuosa in termini di guadagni.

Il nuovo business, l’abbiamo raccontato più volte, è stato quello dell’accoglienza. La tripletta d’Amministrazioni USA Clinton-Bush-Obama ha deciso, nell’ambito dell’Africa Orientale, di puntare tutto sull’Etiopia, allora governata dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray capitanato da Meles Zenawi, schierandosi così contro l’Eritrea colpevole di non aver voluto assumere una politica troppo “ossequiosa” verso la Casa Bianca dopo la sua indipendenza, e men che meno di volersi indebitare presso organismi bancari fortemente influenzati da Washington come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale. Così, contro l’Eritrea, dapprima è stata scatenata una feroce “guerra per procura” condotta dall’Etiopia di Zenawi, e quindi le sono state inferte anche pesantissime sanzioni, nel 2009 (ed ulteriormente rafforzate nel 2011) che nella loro applicazione neppure troppo estensiva sono finite per apparire addirittura più draconiane di quelle attuate contro l’Iran e la Corea del Nord. Ovviamente il tutto è avvenuto in base a false accuse, ovvero quelle d’aver aiutato le milizie fondamentaliste di al-Shabaab in Somalia, e chiaramente senza mai presentare uno straccio di prova.

Sarebbe superfluo dire che una simile accusa, rivolta ad un paese che fin dai suoi primi giorni ha dovuto combattere contro i tentativi d’infiltrazione e destabilizzazione di al-Qaeda proveniente dal Sudan, peraltro vincendoli, sia semplicemente infame, oltre che del tutto fuori luogo. Stremati da una trentennale lotta per rendersi indipendenti dall’Etiopia, infatti, a libertà appena raggiunta i combattenti eritrei hanno dovuto riprendere in mano il fucile per difendersi nel 1991-1993 dagli uomini di al-Qaeda, che il Sudan stava espellendo dal proprio territorio, e sono riusciti a vincere costringendo bin Laden a ripiegare sull’Afghanistan, dove ha trovato ospitalità presso i Talebani che nel frattempo si stavano affermando nel martoriato paese dell’Asia Centrale.

In ogni caso tutta questa situazione è servita, come più volte abbiamo descritto anche in passato, per giustificare una politica d’accerchiamento e delegittimazione internazionale dell’Eritrea, condotta in primo luogo dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, come noto sempre pronta a sostenere lo strascico di Washington. A Bruxelles, su spinta dell’Amministrazione Obama (che nel frattempo stava cominciando a destabilizzare, con la storia delle “primavere arabe”, mezzo Medio Oriente), si decise di fornire una corsia preferenziale nell’ottenimento dell’asilo politico e dello stato di rifugiato a chiunque fosse scappato dall’Eritrea approdando in Europa. Ciò ha prodotto, in termini molto asciutti, l’emigrazione di massa soprattutto dagli altri paesi del Corno d’Africa, poiché il 70% di coloro che giungono in Europa dichiarandosi eritrei ed ottenendo il soggiorno immediato in realtà sono, dopo le famose verifiche che possono durare anche due anni, cittadini della Somalia, dell’Etiopia e del Sudan.

Ma, a chi deve gestire le famose cooperative ed associazioni che macinano facili guadagni col “business dell’accoglienza”, non interessa sapere se i rifugiati che entrano nelle sue strutture siano eritrei, somali, etiopici o sudanesi: interessa, molto più semplicemente, che ci siano e che siano abbondanti, perché per ognuno di loro venivano intascati 35 euro al giorno (100 e più nel caso di un minore non accompagnato). Potevano essere anche della Papua Nuova Guinea, o del Guatemala, questi “rifugiati”: l’importante era soltanto poterci guadagnare. E così è stato, per anni, sotto il complice e benevolo governo del PD, il partito frutto del “compromesso storico” che, di fronte alla ricca torta infarcita di banconote del “business dell’accoglienza”, ha messo d’accordo tutti, cattolici ed ex comunisti, preti ed ex mangiapreti.

Adesso che le sanzioni all’Eritrea sono state tolte, che il processo di pace e d’integrazione nel Corno d’Africa procede speditamente dopo che in Etiopia è cambiato governo ed il nuovo premier, Abiy Ahmed, ha riconosciuto i termini della pace del 2000 (gli Accordi di Algeri) che l’Eritrea fin dal primo giorno aveva accettato ed applicato, e che questo processo coinvolge anche Somalia e Gibuti, ed in prospettiva più larga persino Kenya, Sudan e Sud Sudan, i figli del “compromesso storico” cominciano a piagnucolare. Perché hanno capito che stanno svanendo tutte le ragioni per giustificare i loro facili guadagni: i 35 euro “a cranio” al giorno sono finiti, alla loro “macchina da soldi” è stata staccata la spina. Il flusso migratorio, finora artificiosamente alimentato e pompato da una certa politica occidentale, si sta esaurendo e con quello anche la fonte del capitale.

E così, anche se l’alibi non c’è più e sono sempre in meno a crederci, bisogna continuare con la “campagna stampa” contro l’Eritrea e i suoi successi internazionali. Il governo attuale, che con l’Eritrea ha riaperto tutti i legami, oltre a rafforzare quelli con Etiopia e Somalia, è diventato il demonio contro cui scagliare nuovi esorcismi ed anatemi. Conte a fine ottobre è andato in Etiopia ed Eritrea, mentre la viceministro Del Re pochi giorni fa ha girato tutto il Corno d’Africa, visitando non soltanto l’Eritrea e l’Etiopia, ma anche Gibuti e la Somalia. Qualcuno, finora campato grazie alle rassicuranti sinergie “Partito-Chiesa”, è seriamente preoccupato dall’idea di dover andare a lavorare sul serio, come tutti quegli “analfabeti funzionali” qualunque che fino ad oggi s’è divertito a prendere in giro sui social perché non votavano PD.

Ed ecco, allora, gli strali che partono da “L’Avvenire”, giornale edito dalla CEI, a firma di Paolo Lambruschi, oppure quelli della deputata del PD Lia Quartapelle, presente nella Commissione Esteri, dove si continuano a ripetere, trite e ritrite, le solite vecchie storie sull’Eritrea “dittatura”, e via discorrendo. Non ci attardiamo nel raccontare tutte queste fiabe perché, giustamente, i nostri lettori ormai le conoscono fin troppo bene, e soprattutto perché sono persone intelligenti, che non credono a stranezze come gli asini che volano o gli specchi che parlano. Chi vorrà farsi qualche risata, però, avrà modo di trovare nei link che riportiamo più di quel che basta a soddisfare la propria curiosità.

Tuttavia, è doveroso far notare come, in questo nutrito fronte di “opportunisti”, vi sia anche qualcuno che, anziché aggrapparsi disperatamente alla causa persa, cerchi invece di guadagnarsi un nuovo futuro (chiaramente a base di facili guadagni e senza troppo lavorare, anzi, senza lavorare per niente) cercando di arruffianarsi coi nuovi vincitori. Gente che fino a pochi mesi fa era schierata contro l’Eritrea e tifava contro ogni possibilità di pace ed integrazione nel Corno d’Africa, adesso organizza eventi, conferenze e varie occasioni di mondanità per farsi amica col governo eritreo. Lo abbiamo visto, per esempio, a Bari, in occasione della Fiera del Levante, dove erano presenti nomi e fondazioni di provenienza bipartisan: ex Ulivo, ex PDL, ecc. Ora, questi vecchi tromboni sfiatati, la cui bravura politica gli italiani hanno ben conosciuto nei vent’anni e più di declino che l’Italia ha vissuto con la Seconda Repubblica che hanno guidato, vogliono giustamente pagarsi con questo disinvolto “cambio di casacca” gli ultimi anni di contributi prima di godersi la loro non proprio meritata “pensione d’oro” (ma, a guardar bene, qualche pensione la ricevono già, e non è certo la minima).

Ci sono poi soggetti ancora più sopraffini, che riescono a fare questo e quello allo stesso tempo, a stare sia di qua che di là: per esempio una famosa politica italiana, che fu ministro per l’integrazione nel governo Letta e che è rimasta comunque molto influente anche in seguito, picchiando duro ogni santo giorno tanto sul tema dell’accoglienza quanto su quello dello ius soli, per non parlare di quello del “razzismo” degli italiani. Questo ex ministro si trovava ad Asmara la scorsa settimana, intruppata nella delegazione degli imprenditori che visitavano la capitale eritrea per rilanciare i rapporti con l’Italia. Pare che abbia molto gradito i ricchi comfort garantiti dall’Intercontinental Hotel di Asmara, dove si trovava ospite, anche se di tanto in tanto si guardava intorno per sincerarsi che nessuno l’avesse riconosciuta nelle sue ormai in parte accantonate vesti di grande accusatrice della “dittatura” eritrea e della promozione dell’espatrio in massa degli “eritrei” in Italia. Ma gli eritrei, pur senza dimenticarsi nulla, sono persone profondamente ospitali, e di fronte a certe situazioni preferiscono signorilmente glissare. Tuttavia, a noi piacerebbe sapere, da questa ex ministro: ma davvero, quando ha visitato Asmara, le è sembrato di trovarsi in un paese retto da una feroce dittatura?

Può anche non risponderci: lo prendiamo come un “silenzio assenso”.

UN COMMENTO

  1. Ottimo articolo. Finalmente qualcuno che parla della mia terra natia senza scivolare nel finto buonismo o peggio ancora nello storico vittimismo che ha accompagnato un paio di generazioni; le stesse che ad Asmara snobbavano gli eritrei e in Italia Invece adorano la cucina eritrea, frequentano i ritrovi eritrei e votavano l’ex ministro che la scorsa settimana era in visita ad Asmara , e i tromboni cattocomunisti.
    Tornando all’articolo complimenti di nuovo all’autore.
    Claudio Saragozza

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