Dal momento più buio dell’inverno 1941, quando le cupole delle chiese di Mosca erano avvistabili dai binocoli degli ufficiali della Wehrmacht, ai primi di maggio del 1945, quando la Germania capitolò, i sovietici attraversarono 2000 Km di territorio tra steppe, paludi, foreste, rilievi, taiga e pianure.

Milioni di sovietici versarono sangue, sudore, sacrifici e sforzi per respingere il tentativo nazista di ‘scacciare la Russia dall’Europa’, eppure i protagonisti di quella immane epopea rimangono spesso oscuri e misconosciuti a un’opinione pubblica occidentale che, nutrita abbondantemente a ‘kolossal’ bellici hollywoodiani, rimane in gran parte ignara dell’insostituibile contributo dei soldati sovietici alla sconfitta della Germania hitleriana. Nel giorno in cui il popolo e le autorità russe onorano la memoria di quegli uomini e le loro eccezionali imprese questo articolo vuole fornire un primo, superficiale ‘antidoto’ alla congiura del silenzio portata avanti da decenni da propagandisti atlantici, produttori hollywoodiani e sedicenti storici divulgatori di leggende fabbricate di sana pianta, fornendo ai nostri lettori lo spunto e lo stimolo per ricercare autonomamente informazioni credibili ed equilibrate sulla Seconda Guerra Mondiale, sui suoi protagonisti sovietici e sulle loro gesta.

Non si può nemmeno pensare di iniziare a parlare degli eroi sovietici che sconfissero il III Reich senza menzionare Georgy Zhukov, il più popolare generale della Grande Guerra Patriottica e uno dei più grandi uomini di guerra del Novecento; nato a Strelkovka da una povera famiglia di braccianti, i suoi genitori cercarono di sottrarlo alla vita nei campi mandandolo appena adolescente a lavorare come apprendista pellicciaio; ma il turbine della ‘Grande Guerra’ strappò presto il ragazzo alla vita da artigiano, dandogli modo di mettersi in luce in combattimento e ricevere due Croci di San Giorgio e la promozione a sottufficiale per chiari atti di coraggio.

Zhukov-LIFE-1944-1945

Lo scoppio della Rivoluzione Bolscevica lo vide immediatamente schierarsi con la nascente Armata Rossa e continuare a mettersi in luce anche come comandante, specialmente nella repressione della cosiddettà ‘Armata Verde’ di Antonov, un movimento controrivoluzionario di kulaki, anarchici e menscevichi che si era diffuso tra Tambov, Voronezh e Saratov nel 1920-21.

L’estrema lealtà da lui sempre professata al Partito gli evitò ogni coinvolgimento nel repulisti anti-bonapartista che travolse invece molti altri ufficiali dell’Armata Rossa e nel 1938-39 comandò l’intero Corpo di Forze Sovietiche in Mongolia, trovandosi spesso ad affrontare ‘sconfinamenti’ da parte dell’Esercito Giapponese del Kwantung che in profondità e massa di forze non avevano niente a invidiare a vere e proprie invasioni (ma che, diluiti nelle distanze ‘asiatiche’, non causavano conseguenze più serie di qualche stizzito borbottio diplomatico).

Il 20 agosto 1939, mentre gli occhi del mondo erano puntati su Danzica e sulle schermaglie diplomatiche tedesco-polacche, Zhukov affrontò una colossale incursione giapponese a Khalkin Gol (Nomonhan), che vide impegnati 60mila sovietici e mongoli contro 40mila giapponesi, con ambedue gli schieramenti pesantemente dotati di mezzi corazzati, artiglierie e supporto aereo.

Nelle vastità della steppa mongola Zhukov provò di persona il combattimento manovrato ad armi combinate, ricacciando indietro le forze del Kwantung dopo aver messo fuori combattimento 17000 soldati, 160 aerei e 40 carri armati; presto il Destino gli avrebbe imposto di mettere quell’esperienza a frutto sul suolo della sua stessa madrepatria.

Dopo l’invasione nazista, Zhukov servì ai gradi più alti della gerarchia militare sovietica partecipando alla difesa di Leningrado, poi alla colossale battaglia di Stalingrado, di nuovo a Leningrado e poi a Kursk nel 1943 e allo sfondamento definitivo delle linee tedesche fino all’invasione della Germania tra l’estate del ’44 e l’inverno ’44/’45. Il suo ruolo fu quasi sempre quello di ‘Comandante di Fronte’ (nella terminologia sovietica il ‘Fronte’ era un raggruppamento di Armate; ma bisogna sempre ricordare che le Armate sovietiche erano più simili nelle dimensioni ai Corpi d’Armata di altri eserciti, quindi spesso un ‘Fronte’ sovietico era più simile a un’armata rinforzata che non a un Gruppo d’Armate come lo si intende in Occidente).

L’offensiva finale dei sovietici contro la capitale di Hitler vide Zhukov al comando del Primo Fronte Bielorusso, una formazione estremamente forte che comprendeva cinque armate di fanteria, due armate corazzate della Guardia, un’armata di fanteria della Guardia, due armate d’assalto e una piccola armata di volontari comunisti polacchi. A metà aprile 1945, il Generalissimo di Stalin aveva ottenuto la posizione migliore di fronte alla preda più ambita, la capitale dell’autoproclamato Reich Millenario che voleva cacciare gli Slavi dietro gli Urali per sostituirli con popolazioni di lingua tedesca, e che dopo nemmeno quattro anni dalla sua invasione dell’URSS si trovava invece con l’Armata Rossa sulla porta di casa.

Zhukov sapeva bene che la vasta area alluvionale del fiume Oder, intrisa dallo scioglimento delle abbondanti nevi invernali si era trasformata in un pantano, l’attraversamento del quale, sotto il tiro delle forze tedesche scaglionate sulle prospicienti Alture di Seelow dal comandante della difesa tedesca, il tenace Gotthard Heinrici, si sarebbe trasformato in un’ordalia sanguinosa; eppure, pur per niente ansioso di incorrere in pesanti perdite, il Generale scelse l’attacco diretto lungo l’Autostrada come direttrice principale del suo sforzo, concentrando in quella direzione quattro delle sue undici armate. Contingenti minori di due armate ciascuno furono schierati a Nord e a Sud dell’attacco principale e tre armate tenute in riserva per sfruttare lo sfondamento dovunque si manifestasse.

Il combattimento tra l’Oder e le colline di Seelow fu una delle battaglie più intense e disperate dell’intera Seconda Guerra Mondiale: i difensori tedeschi (circa 100.000 uomini, con 600 carri armati e cannoni cingolati e poco più di 2600 pezzi d’artiglieria) combatterono allo stremo, accuratamente scaglionati su tre linee e pronti a ripiegare dalla prima sulle seguenti secondo i dettami della difesa elastica.

Tuttavia la felice scelta di Zhukov per una preparazione di artiglieria inusualmente breve, intensa e condotta di notte (mentre di solito i generali sovietici preferivano bombardare all’alba per compensare con la luce la minore precisione del loro tiro e sfruttare il sole sorgente da Est per minimizzare le chance tedesche di individuare i lampi delle batterie) prese totalmente di sorpresa i difensori e impedì loro di abbandonare per tempo le posizioni più esposte.

La prima linea difensiva, quasi annichilita dal pesantissimo bombardamento iniziale, venne superata di slancio e dopo 24 ore di scontri anche la seconda (detta Steinstellung) venne infranta; a quel punto Zhukov, ansioso di ottenere uno sfondamento, lanciò nella mischia anche le riserve, che in alcuni punti, tra terreno paludoso ed estrema concentrazione di uomini e mezzi, causarono quasi degli ingorghi, costringendo genieri e pontieri a fare miracoli improvvisando passerelle e punti di guado con qualunque materiale disponibile.

Il 17 aprile tuttavia si chiuse con una lietissima notizia: il Fronte Ucraino di Konev, che operava a Sud di quello Bielorusso aveva fatto arretrare pesantemente l’armata tedesca del Generale Schoerner, aprendo un varco sotto quella di Heinrici, che fu costretto ad arretrare a sua volta per evitare un avvolgimento da meridione. Un temporaneo contrattacco da parte di unità meccanizzate delle Waffen-SS (10a e 23a Div. Panzegrenadier, 503esimo Battaglione Panzer Pesante) si concluse con la completa distruzione di queste ultime, dopodiché le truppe di Zukhov sgretolarono anche la Linea Wotan, l’ultima delle tre serie di posizioni difensive dietro Seelow.

Piegando a uncino verso Nord e Nord-Ovest insieme a pochi elementi del Fronte Ucraino le unità di Zhukov avvolsero Berlino, a quel punto isolata e scoperta, in un anello d’acciaio, iniziando la battaglia di annientamento che si sarebbe conclusa col suicidio di Hitler e la definitiva capitolazione tedesca; le ultime unità coerenti dello schieramento di Heinrici vennero respinte indietro e per la maggior parte si ritirarono verso Nord nel tentativo di congiungersi con quanto restava dell’Armata del Generale Von Manteuffel, a sua volta semi-annientata e respinta indietro dall’attacco del Fronte del Generale Rokossovskij, che operava a Nord di quello di Zhukov.

Nonostante gli ingigantimenti insinceri e grotteschi da parte di ‘storici’ inglesi e americani di episodi di violenze e saccheggi da parte di militari sovietici ai danni della popolazione di Berlino risulta evidente tanto dai suoi documenti personali che dagli ordini emanati che Zhukov, come comandante supremo delle forze incaricate di conquistare la capitale tedesca e di amministrarla e gestirla in attesa dell’arrivo degli alleati occidentali, non solo fece tutto il possibile per mantenere la disciplina e l’ordine tra le sue unità, ma appena cessati i combattimenti ordinò urgentemente alla logistica del retrofronte di fare affluire nella capitale conquistata migliaia di tonnellate di farina, patate, zucchero e 50mila animali da macello, per poter sfamare la popolazione civile.

Presente alla firma della resa incondiziata delle forze tedesche, Zhukov prese poi parte a quasi tutte le riunioni della Conferenza di Potsdam, dove sviluppò un’intesa efficace e una ricambiata stima personale con l’americano Dwight Eisenhower, tanto da fare scrivere al successore di quest’ultimo, Lucius Clay, che se ‘Ike’ e Zhukov avessero preso in mano le redini dei rispettivi paesi subito dopo la fine della Guerra la storia delle relazioni Sovietico-Americane avrebbe potuto diventare incredibilmente diversa da quella che conosciamo.

I giorni della Battaglia di Seelow, della Presa di Berlino e il periodo passato come plenipotenziario sovietico in Germania furono il punto culminante della vita e della carriera di Georgy Zhukov, che dopo il 1945 ebbe un difficile periodo contrassegnato da attacchi politici e assegnazione a comandi periferici e poco prestigiosi; nel periodo di lotta interna al Politburo dopo la morte di Stalin si schierò contro Beria e a fianco di Khruschev, salvo poi venire ostracizzato anche da quest’ultimo, messo in pensione a 62 anni e costretto a passare il tempo tra escursioni di caccia e pesca e la stesura delle sue memorie.

Come si vede, una figura che giganteggia sul proscenio di quell’immenso, tragico dramma che fu la Seconda Guerra Mondiale e che meriterebbe se non proprio l’ammirazione, quantomeno la considerazione che in Occidente si tributa a figure (Rommel, Patton, Montgomery…) molto più discutibili o comunque molto meno decisive e determinanti sul corso degli avvenimenti che sconvolsero il mondo dal 1939 al 1945.

(Continua…)

Paolo Marcenaro

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