La Commissione Europea ha, in questi giorni, preso una importante decisione: a febbraio verrà rivalutato lo stato economico della Repubblica Popolare Cinese, che potrebbe essere giudicato “economia di mercato”. Tale cambiamento avrebbe notevoli ripercussioni economiche nei rapporti bilaterali tra Pechino e Bruxelles, favorendo un notevole flusso commerciale col gigante asiatico. Tuttavia, a precedere questa storica decisione europea, si sono inseriti gli Stati Uniti, intenzionati a non concedere ai cinesi questo privilegio, e che si sono mobilitati per consigliare a vari Stati dell’Unione di non accettare questo cambiamento.

La concessione dello stato “di economia di mercato” farebbe godere la Cina di enormi benefici (contemplati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, della quale Pechino fa parte dal 2001): ci sarebbero difficoltà (per UE) ad imporre tariffe sulle importazioni cinesi (che diverrebbero ancora più accessibili), un più facile arrivo di prodotti a basso costo sul mercato europeo e una maggiore “fluidità” del commercio. La Cina, molto interessata ad un accordo che sarebbe una grande vittoria commerciale, ritiene che i termini di ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio comprendessero la concessione di tale stato economico entro 15 anni (quindi entro la fine del 2016), anche se vari giuristi non sostengono l’interpretazione cinese e ribadiscono che la concessione di tale stato è una decisione non-automatica ma discrezionale. Se così fosse, Pechino, che internamente gestisce la regolamentazione dei prezzi, controlla un’ampia gamma di industrie nazionali e gestisce in modo molto più diretto l’economia di quanto facciano gli Stati europei, non avrebbe certo i criteri per rientrare in tale stato.

Al di là dei cavilli più strettamente legali, esiste, come al solito, il conflitto di interessi dei paesi coinvolti. A capeggiare il fronte dei “no” ci sono gli Stati Uniti (in realtà nemmeno direttamente coinvolti nella possibilità di decidere per gli europei), ostili a possibili maxi investimenti cinesi nella terra dell’UE. Tra i paesi europei, è l’Italia, insieme ad altri stati, a sostenere la scelta americana di rifiutare alla Cina la concessione del nuovo stato economico. Schierati per il “sì” si trovano quei paesi allettati dalla prospettiva di nuovi massici capitali cinesi facilmente disponibili, primi fra tutti la Germania di Angela Merkel ed il Regno Unito; e sembra che la Commissione Europea possa essere più propensa ad accettare la decisione di questi ultimi.

Per i sostenitori dell’accordo, questa decisione faciliterà l’afflusso di capitali cinesi in Europa, l’accesso dell’UE al mercato cinese e potrà migliorare le infrastrutture economiche e finanziarie europee. I critici denunciano che tale concessione potrebbe gravemente danneggiare le industrie tradizionali, e diventerebbe quasi impossibile limitare l’arrivo di prodotti a basso costo applicando delle tariffe. L’Istituto di Economia Politica di Washington ha detto che potrebbero essere a rischio circa 3,5 milioni di posti di lavoro in tutta Europa, un dato contenuto nella lettera indirizzata da Washington ai vari paesi europei.

«L’attitudine di Bruxelles verso la Cina è migliore rispetto a quella di Washington», ha dichiarato Tu Xinquan, esperto di commercio all’Università di Business ed Economia Internazionali di Pechino, che è convinto che alla Cina verrà concesso lo stato di “economia di mercato”. A febbraio, quando la Commissione dovrà prendere finalmente una decisione ci sarà probabilmente una battaglia serrata, dato che anche vari rappresentanti delle industrie europee (ad esempio Eurofer) si sono espressi su questa decisione, in particolare in senso negativo. Anche se la realtà è che le conseguenze di lungo corso di un tale accordo non sono del tutto prevedibili, ma, prima ancora, è l’effettiva attuazione dell’accordo stesso ad essere tutt’altro che certa.

Di Leonardo Olivetti

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