Nei giorni scorsi Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno dal trattato INF sulle testate nucleari a medio raggio, (da “Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty”), firmato nel 1987 dall’allora presidente americano Ronald Reagan e dal segretario del PCUS Michail Gorbaciov, in rappresentanza dell’Unione Sovietica.

Grazie a questo accordo USA e URSS eliminarono complessivamente circa 2.700 missili nucleari (tra Pershing americani e SS-20 sovietici) a gittata intermedia, tra i 500 e i 5.500 chilometri, dislocati nel continente europeo, mettendo fine alla cosiddetta crisi degli “euromissili” e compiendo un passo decisivo verso la fine della Guerra Fredda.

L’annuncio di Trump non può essere di certo considerato un fulmine a ciel sereno: già nel 2014 l’ex presidente americano Barack Obama aveva accusato la Russia di non aver rispettato il trattato negli ultimi anni; inoltre l’attuale inquilino della Casa Bianca si era già ripetutamente lamentato del fatto che gli Stati Uniti stiano rinunciando a sviluppare armi che invece la Russia, a suo dire, continua a produrre.

Va precisato che gli Stati Uniti non hanno ancora adottato la formale uscita dal trattato, nella cui eventualità sono necessari non meno di sei mesi. Tuttavia l’annuncio di Trump assume un tono sinistro e minaccioso, in un quadro globale di crescente inasprimento delle tensioni negli scenari di crisi internazionali.

La risposta di Mosca non si è fatta attendere: «Siamo preoccupati che il trattato sulla limitazione dei sistemi di difesa anti-missile sia stato liquidato, ora si parla del trattato sull’eliminazione dei missili a medio e corto raggio, il destino di START-III sulla limitazione delle armi strategiche offensive non è chiaro. Se tutto questo verrà cancellato, allora nulla resterà nel campo della limitazione della crescita degli armamenti. Quando si concretizzerà questa situazione, a mio parere, sarà estremamente pericoloso e non ci sarà altro che una corsa agli armamenti. Possiamo rispondere e la risposta sarà molto veloce ed efficiente».

Queste le dichiarazioni del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, al termine dell’incontro con il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, al Cremlino. Alcuni analisti russi hanno già proposto di perseguire la strada della “risposta asimmetrica”: gli Stati Uniti si aspettano infatti che la Russia riprenderà a costruire missili a medio raggio che, di conseguenza, “attirerebbero un attacco missilistico sull’Europa”, mentre sarebbe più opportuno sviluppare missili da crociera a lungo raggio, con gittata di 10000 o 12000 chilometri, tali da costituire “una minaccia diretta adeguata per gli Stati Uniti”.

Ma il vero obiettivo dell’uscita statunitense dal trattato INF potrebbe non essere la Russia, bensì la Cina: Pechino infatti non ha mai firmato il trattato INF e non sembra aver intenzione di farlo: se lo facesse sarebbe costretta a distruggere il 95% dei suoi missili.

E gli Stati Uniti, una volta sciolti dal vincolo del suddetto trattato avrebbero mano libera per attuare la cosiddetta “strategia della Difesa Arcipelagica”, elaborata dall’analista militare statunitense Andrew Krepinevich, la quale prevede la creazione di una serie di difese interconnesse lungo la cosiddetta prima catena insulare, comprendente i territori di Giappone, Guam, Taiwan e Filippine, per circondare la Cina e sottrarle il controllo dei mari circostanti, all’interno della prima catena di isole. La Difesa Arcipelagica si basa su forze di terra schierate sulla prima catena di isole armate con intercettori, missili da crociera ed artiglieria.

Negli ultimi anni la Cina ha sviluppato diversi missili balistici a corto e medio raggio, per dissuadere gli Stati Uniti dall’intervenire nella sua sfera d’influenza vitale e scoraggiarli a fornire supporto militare ad i suoi alleati in caso di guerra. Se confermata, l’uscita degli Stati Uniti dal trattato INF avrà ricadute pesanti sugli equilibri militari nel settore Asia-Pacifico: non è da escludere che il Giappone possa, obtorto collo, accettare di ospitare un arsenale missilistico nucleare statunitense a medio e corto raggio puntato contro la Cina.

Il Pentagono prevede che entro il 2020 la Marina e l’Aeronautica Militare a stelle e strisce vedranno schierati il 60% del totale delle loro forze nella regione Asia-Pacifico. La strategia di “contenimento” della Cina da parte degli Stati Uniti entra così in una fase inedita, dalle conseguenze imprevedibili. Pechino, per il momento, osserva tranquilla, tenendo bene a mente le parole di Sun Tzu nell’Arte della guerra: «Gli esperti nell’arte del combattere inducono gli altri a fare la prima mossa e non vengono indotti a farla».

 

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