Il golpista Juan Guaidò.

Nel 2002 l’allora Presidente Hugo Chavez Frias dovette fronteggiare un grave colpo di Stato, promosso dall’opposizione di destra e sostenuto dagli Stati Uniti di George W. Bush jr. e dalla Spagna di Josè Maria Aznar. Per poco Chavez non vi perse la vita, e tutto finì bene anche grazie all’aiuto che venne dato da Cuba, che con la sua televisione ruppe il muro mediatico smentendo la notizia che Chavez avesse dato le dimissioni o che fosse addirittura morto, ma al contrario che fosse ancora vivo e legittimamente presidente del paese, e detenuto in una base dove prontamente si diresse la parte di esercito che gli era fedele. In poche ore il presidente golpista, il capo della Confindustria locale Pedro Carmona, venne così fermato dalla guardia presidenziale, nel palazzo di governo dove da poco era entrato da presunto padrone, e sbattuto fuori da abusivo quale era.

Oggi, sostanzialmente, si ripete lo stesso copione. In Venezuela, all’opposizione dipendente da Washington, la nuova vittoria di Maduro non è andata giù. Così il presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidò, ha deciso di fare un “proclama” di piazza, nella miglior tradizione sudamericana, un vero e proprio “pronunciamento”, con cui s’è dichiarato unico e vero presidente del paese. La giustificazione che ha addotto è la mancanza, in Venezuela, di democrazia: eppure il semplice fatto che l’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento del paese, sia dato alla presidenza di un esponente dell’opposizione dovrebbe suggerire il contrario, ovvero che probabilmente non ci troviamo proprio dinanzi ad un controllo monopolistico del potere da parte della stessa forza politica. Non potremmo dire la stessa cosa, per esempio, per altri paesi sudamericani oggi governati da forze della destra filo-statunitense, dal Perù alla Colombia, dal Brasile all’Argentina, dal Cile al Guatemala, e che prontamente si sono schierati a favore del golpista Guaidò contro Maduro, seguendo l’esempio del grande padrone Trump da Washington. Là, in molti casi, se non la pensi come loro, molto semplice prima o poi ti fanno fuori. Punto.

Juan Guaidò, del resto, sa che se vuole avere qualche opportunità di successo non deve discostarsi troppo dal lascito di Chavez, ovvero dalla Costituzione Bolivariana, marcatamente socialista. Almeno a parole, non può quindi rinnegare gli ultimi vent’anni di vita del Venezuela, pensando di ritornare ad una situazione precedente al 1998 come fece il suo sfortunato emulo Cardona. Infatti ha dichiarato di voler rispettare fedelmente la Costituzione Bolivariana e di non voler modificare le caratteristiche base della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che pertanto dovrebbe restare tale. Ma si sa che sono soltanto parole da marinaio, e come tali anche scarsamente credibili.

Ad ascoltare Juan Guaidò a Caracas, davanti al Palazzo dell’Assemblea Nazionale, erano alcune migliaia di persone, che scandivano lo slogan “Sì, se puede”, ovvero la traduzione in spagnola dell’obamiano “Yes, We can!”. Infatti anche il canadese Trudeau, forse l’ultimo obamiano delle Americhe, ha dichiarato il suo appoggio al golpista Guaidò, associandosi quindi a Trump e a tutti gli altri presidenti e premier schiavetti ed ancillari del Sud America. Non mancano nemmeno due buoni figuranti per tutte le stagioni, come Emmanuel Macron e Theresa May, palesemente sul viale del tramonto. Siamo davanti ad un vero e proprio corto circuito: chi è di destra dovrebbe sdegnarsi davanti agli slogan obamiani (anche se è ben noto che fu proprio con Obama che ripartì, con successo, il processo di riconquista dell’America Latina, dall’estromissione dal governo di Manuel Zelaya dall’Honduras ai vari golpe, sia bianchi che movimentati, negli altri paesi, dall’Ecuador al Paraguay, e così via, fino alla Mani Pulite brasiliana), chi è di sinistra dovrebbe del pari chiedersi se sia davvero il caso di sostenere gente che rimpiange i bei tempi delle dittature degli Anni Settanta.

Nicolas Maduro ha reagito tenendo un importante discorso ai suoi concittadini a Caracas, dal Palazzo Presidenziale, e dichiarando che i diplomatici statunitensi a questo punto hanno poche ore per allontanarsi dal paese. Dalla sua parte ci sono sostegni importanti, politici e morali, che vanno dalla Russia alla Cina, dall’India alla Turchia, dalla Siria all’Unione Africana. Di fatto il grosso della popolazione e dell’economia mondiale sono con lui.

Dovrebbe essere proprio questo fatto a farci riflettere. Gli equilibri mondiali, e i relativi rapporti di forza, sono cambiati. Pensare di ritornare alla politica delle cannoniere e a quella del “giardino di casa”, oggettivamente, significa soltanto bruciare preziose risorse in un’effimera restaurazione. Già la vera Restaurazione, da europei, sappiamo benissimo quanto durò e come finì: per questa, vada come vada, non sarà diverso. Qualcuno, che fino ad oggi ha avuto l’abitudine di spadroneggiare e di fare l’alto ed il basso nel mondo sempre e solo a suo esclusivo piacimento, deve oggi capire di non essere più l’unico a potersi permettere certi capricci. Insomma, è arrivato il momento d’accettare un ordinamento più plurale e democratico anche a livello internazionale, dato che già esiste e che si tratta soltanto di farsi una ragione della sua presenza. Altrimenti, e però a questo punto viene da pensare che sia pure altamente probabile, per quel “qualcuno” sarà soltanto un doloroso scontro a tutta velocità contro un muro di cemento armato. Ma, al di là di tutto, se anche ciò potrà essere educativo, ben venga.

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