Mario Draghi ha approvato il QE nel 2015.

Grazie a una bella spintarella venuta da Oltreoceano, finalmente il governo giallo-verde si è insediato e ha ricevuto un’ampia fiducia da parte del nostro Parlamento.

Come abbiamo già detto più volte, la strada è tutta in salita se è vero, come pare, che il nuovo governo vorrà mettere fine all’austerità attuando politiche economiche più espansive e servendosi di maggiore deficit per finanziare interventi di detassazione, sostegno al reddito e investimenti pubblici.

Se da una parte il dialogo con le istituzioni europee potrà anche essere possibile, come ad esempio per ottenere la possibilità di scorporare la spesa per alcuni investimenti specifici dalla voce contabile del disavanzo pubblico, più difficile sarà convincere la Commissione Europea a concedere margini di intervento statale in alcune crisi aziendali, come ILVA e Alitalia per fare due nomi, in cui il governo quasi certamente propenderà per la nazionalizzazione.

Come sappiamo, infatti, le regole europee vietano l’intervento diretto dello Stato se non già coinvolto nel capitale d’azienda, in quanto ciò altererebbe i principi della concorrenza. Sul caso banche, dopo l’introduzione del bail-in, si è dovuto ricorrere a una deroga delle nuove regole e accettare che lo Stato intervenisse direttamente per evitare crisi di sistema. Monte dei Paschi è di fatto una banca statale, ma nel caso di industrie e aziende strategiche sarà possibile agire allo stesso modo?

Margini di trattativa possono esserci. Il governo Conte potrebbe fare leva sui trattamenti di favore ricevuti dagli altri Stati europei, a partire ad esempio da chi fino ad ora ha fatto a meno di rispettare i parametri del Fiscal Compact, oppure da chi, come la Germania, sfora i limiti del surplus commerciale senza che dall’Europa nessuno protesti e apra procedure d’infrazione. Inoltre, l’UE potrebbe essere spinta a cambiare qualcosa nella sua visione di politica economica per impedire che a mano a mano tutti gli Stati membri si vedano guidati da governi “sovranisti”, “populisti” o semplicemente anti-asterity.

Insomma, il nostro governo almeno inizialmente avrà con l’Europa un atteggiamento propositivo, volto a cercare un cambiamento attraverso il dialogo, ma dovrà comunque essere pronto allo scontro in qualsiasi momento.

In queste righe tuttavia vogliamo porre l’accento su un’altra questione forse più importante, ossia la politica monetaria della Banca Centrale. Fino a questo momento, Mario Draghi ha assicurato la stabilità del sistema Euro attraverso gli acquisti dei titoli di stato dei Paesi dell’Eurozona sul mercato secondario. Il Quantitative Easing, oltre ad immettere elevate quantità di denaro nel sistema finanziario e a tenere bassi i tassi di interesse, svolge soprattutto una funzione di garanzia sul debito pubblico degli Stati. Pur se non consentito esplicitamente dai Trattati, in questi anni la BCE ha svolto il ruolo di prestatrice di ultima istanza proprio grazie al QE.

Tutto ciò non durerà ancora a lungo. È di queste ore la notizia che Mario Draghi potrebbe annunciare a luglio, se non già in questo giugno, l’inizio delle operazioni di tapering, cioè la graduale riduzione degli acquisti di titoli fino alla definitiva cessazione. Dato l’annuncio, il tapering dovrebbe partire da quest’autunno, per poi culminare nel 2019, con Mario Draghi che lascerà la guida della Banca Centrale poprio nel mese di ottobre di quell’anno. Ancora poi non sappiamo se il QE verrà rimpiazzato da un altro tipo programma.

Questa fase di cambiamento della politica monetaria investirà in pieno il nostro governo giallo-verde. Si inserisce quindi in questo contesto, e gli va dato credito, la rivelazione fatta da Augusto Minzolini secondo cui Mario Draghi in persona avrebbe telefonato a Giancarlo Giorgetti, suo amico e uomo forte della Lega, dando il via libera alla formazione del governo Lega-M5S spostando Paolo Savona in un altro Ministero diverso da quello del Mef. Draghi avrebbe confidato a Giorgetti che “senza un governo quest’estate sarete responsabili dello shock finanziario del Paese” e che quindi l’Italia non poteva permettersi una campagna elettorale in piena estate.

La telefonata di Draghi, se vera, fa presagire come imminente l’annuncio dell’inizio delle operazioni di tapering. Senza la garanzia della Banca Centrale, il debito sovrano degli Stati europei tornerà a rischio e gli investitori si sposteranno su altri assets come ad esempio i titoli britannici, statunitensi o giapponesi.

Stiamo già vedendo in queste settimane che lo spread, il differenziale tra i nostri titoli e il bund tedesco, si sta rialzando, o comunque ha un andamento poco stabile. Alcuni analisti vedono la causa di tutto ciò nella situazione politica italiana: secondo questa ipotesi i mercati sarebbero preoccupati dall’instabilità politica italiana prima e dal governo populista poi. Altri invece dicono che lo spread è salito a causa della riduzione degli acquisti di titoli italiani da parte della BCE.

Bisogna comunque tener presente che la crisi di governo in Italia è durata 88 giorni e che la risalita dello spread si è verificata solo nelle ultime settimane. Sicuramente preoccupazioni per l’instabilità ce ne sono state, ma è anche troppo banale ridurre tutto a quello: abbiamo assistito anche negli ultimi periodi a instabilità politiche ben maggiori e di più lunga durata in tutta Europa, ma lo spread non è stato un problema in quei casi. Gli acquisti della BCE invece, sono comunque sempre programmati con largo anticipo e se questo mese sono diminuiti, probabilmente è perché in quello precedente sono stati acquistati più titoli italiani del dovuto.

Va più che altro posta attenzione sulla situazione economica mondiale e sulla solidità economica del nostro Paese. Sappiamo bene che il ciclo economico mondale è al suo culmine e che l’Italia, seppur in crescita, resta fanalino di coda almeno in Europa. Un calo dell’economia mondiale si ripercuoterebbe negativamente su di noi.

Proprio di ieri è la notizia secondo la quale ad aprile le vendite al dettaglio sono calate dello 0,7% su base mensile e del 4,6% su base annuale. E’ il calo più forte degli ultimi 5 anni.

Gli operatori di mercato, attraverso la compravendita di tiitoli di stato, anticipano una fase negativa per la nostra economia. Per questo lo spread si alza, complice anche l’aumento del prezzo del petrolio, e per questo l’Italia ha uno spread superiore ai 200 punti mentre la Spagna ha affrontato la crisi di governo con uno spread al di sotto dei 100 punti base. La Spagna ha certamente un’economia più solida con una crescita più sostenuta (grazie anche ad un utilizzo maggiore del deficit rispetto all’Italia).

La progressiva fine del Quantitative Easing potrebbe aggravare questa situazione e rendere il debito pubblico italiano più rischioso, provocando un maggior rialzo dello spread. Da qui si comprende la preoccupazione di Mario Draghi sullo “shock finanziario”.

In questa ottica vanno ascoltate le parole che Mario Monti ha pronunciato durante il dibattito al Senato per la fiducia al nuovo governo. Queste non vanno cestinate come una minaccia, ma vanno ascoltate ed analizzate, soprattutto in relazionee al voto che il senatore a vita ha poi dato: l’astensione.

La preoccupazione della fine del Quantitative Easing è unanime, sia se a parlare è un ordoliberista e sia se lo è un keynesiano. Con la fine del QE e un rallentamento dell’economia mondiale, potrebbe essere possibile un ritorno ad una situazione economica simil-2011. In quel caso, con lo spread a 500, Berlusconi fu costretto alle dimissioni e Napolitano in accordo con l’UE chiamò proprio Mario Monti a formare un governo, per attuare quelle politiche di austerità richieste dalla BCE con la famosa lettera di cui già tante volte abbiamo parlato.

L’arrivo della Troika non è soltanto una minaccia, ma è una possibilità concreta se lo scenario economico dovesse mutare in peggio e il governo giallo-verde dovesse fallire.

Ciò rende ancora più difficile il compito per Giuseppe Conte e per la sua squadra. Non è soltanto questione di fare o non fare deficit di bilancio e bandire l’austerità ma bisognerà affrontare il rischio che da un momento all’altro la garanzia sul debito pubblico italiano possa saltare.

E anche se il Presidente Mattarella ha costretto Conte e gli altri esponenti di governo ad abiurare le posizioni euroscettiche e a rendere tabù l’uscita dall’Euro, sarebbe forse il caso di tenere pronto quel piano B studiato dal Prof. Savona e che in Germania non hanno timori e preconcetti a preparare. Non possiamo permetterci di subire in modo passivo conseguenze che diventeranno inevitabili.

 

Marco Muscillo

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