L’immagine che forse può essere da copertina per questo Gran Premio d’Italia è quella del presidente del Consiglio Matteo Renzi che lascia l’autodromo subito dopo la bandiera a scacchi.

Anche lui, come tutti i tifosi accorsi ieri per la gara più bella e storica del mondo e quelli accomodati a casa, ci si aspettava di più dalla Rossa.

Perché aveva illuso tutti dopo le qualifiche, piazzando entrambi i piloti nei primi tre posti. Perché davvero dava la sensazione di poter “uccellare” e dare un grosso dispiacere a Lewis Hamilton, il poleman, mai così vicino in qualifica.

Perché davanti al proprio pubblico non si poteva fallire.

All’apparir del vero, però, la Ferrari misera è caduta. Nel giorno decisivo, quello che conta e dà punti, delude e le manca il guizzo vincente. C’è sì il secondo posto di Sebastian Vettel, arrivato però a 25” dal vincitore.

Non è colpa sua, per carità. Il fatto è che la Mercedes (di Hamilton) ha dimostrato – semmai ce ne fosse stato ancora bisogno – la sua enorme superiorità. Punto. Non sorprende, allora, che già ieri abbia messo più di mezzo mondiale in tasca. Gli altri devono già alzare bandiera bianca.

I sogni e le speranze del popolo rosso cadono già pochi secondi dopo le 14. Raikkonen, partito secondo, si inceppa al momento più importante e si vede sfilare da tutti. Hamilton fa la sua partenza, passa indenne la prima curva e si invola solo solingo verso la vittoria. Anche Vettel parte bene, ma per lui il pilota inglese è invisibile. Si allontana ogni giro e non lo vede più, se non nella festa del podio. A completare il terzetto un ex di casa Maranello, Felipe Massa con la Williams.

Il resto è fuffa, nonostante ci sia da vedere la bella rimonta del finlandese, che alla fine chiude quinto, e le fiamme di Nico Rosberg a pochi giri dal termine. Il motore – questo era un rischio calcolato – ha fatto i capricci. Peccato però sia stato quello sbagliato a cedere.

Ci si chiede, allora, quale sia la vera Ferrari. Quella spumeggiante delle qualifiche, o quella spenta e buia della domenica? E il vero distacco qual è? I tre decimi del sabato o i 25” della gara?

A preoccupare, inoltre, c’è un altro elemento. Nel finale i tecnici incitavano l’ex pilota della Mclaren ad andare al massimo, forse per comprendere le potenzialità della nuova power unit che ha specifiche 2016. Una risposta a Sergio Marchionne, che alla vigilia aveva promesso una Rossa più forte nel 2016?

Il “biondo” Hamilton, insomma, gongola e sgomma. Centra il secondo successo consecutivo (il blackout ungherese è stato solo un incidente di percorso), il 40esimo in carriera – a meno uno da Senna e Vettel – bissa il successo brianzolo dell’anno scorso (peccato, però che parte del pubblico lo abbia fischiato al momento dello champagne), e corre verso il titolo iridato, il terzo della sua carriera.

A 7 gare dal termine (ieri il Mondiale ha salutato l’Europa e girerà per il mondo), il pilota inglese ha 53 punti di vantaggio sul compagno di squadra (252 contro 199), e ben 74 sul tedesco di Maranello.

«Abbiamo perso tempo prezioso alla partenza – sottolinea il presidente Sergio Marchionne – ma sono contento per la qualità dei nostri piloti e mi dispiace per Kimi. Hamilton era imprendibile, chi ha vinto la gara è stata la Mercedes e il secondo posto era il massimo risultato raggiungibile. Se ci fosse stato Raikkonen in griglia là davanti non sono sicuro che il risultato sarebbe stato lo stesso».

«E’ stata una giornata quasi perfetta – commenta Vettel – perché non so cosa sia successo a Kimi in partenza. Potevamo essere in due sul podio, dato che Lewis era su un pianeta a parte. La vita è molto più piacevole da vivere con tutti questi fan sotto al podio».

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