Tra il 23 ed il 24 maggio 1915, l’Italia entrava in guerra contro l’Impero Austro – Ungarico. Quest’anno ricorre il centenario del termine del conflitto, con l’Armistizio del 3 – 4 novembre del 1918 firmato a Villa Giusti, presso Padova. Eppure, si parla veramente poco di quest’anniversario.

Un conflitto che ha coinvolto un’intera generazione, non viene adeguatamente ricordato, quasi si dovesse dimenticare. Al contrario, sette anni fa, pompose celebrazioni ricordavano al popolo i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, processo possibile attraverso proprio la quarta guerra d’Indipendenza.

Purtroppo, per l’Italia democratica, la grande guerra è sempre stata vista come un’eredità scomoda, un corpo estraneo, un mito non fondatore della Repubblica, bensì artefice, se non propriamente direttamente, del Fascismo. Al contrario, la resistenza e la lotta di liberazione al nazifascismo, la cooperazione ciellinistica, l’insurrezione contro lo straniero, rappresentano l’unico corpus di fondazione di questa Repubblica.

Impossibile tuttavia dimenticare il sacrificio dei nostri nonni e bisnonni, impegnati in una guerra dilaniante. L’Italia entrava nella flagellazione europea dichiarando guerra al nemico secolare, l’Austria – Ungheria, nemico delle autonomie e delle libertà dei popoli, incapace di comprendere le aspirazioni nazionali ed i giusti riconoscimenti etnico – geografici.

Il processo di entrata in guerra ha visto chiaramente due schieramenti: i neutralisti, contrari al conflitto, e gli interventisti, di numero inferiore ma meglio organizzati e capaci di animare la piazza. Le motivazioni dei gruppi interventisti sono state molteplici, così come gli schieramenti, compositi: dai socialisti rivoluzionari ai nazionalisti, dai mazziniani agli irredentisti; tutti consapevoli di ricercare un ordine etico e sociale superiore, animati dall’idea che il conflitto potesse essere anche una sorta di rivoluzione interna per il paese. Se si pensa agli irredentisti, in particolar modo a quelli della Venezia Giulia, erano sì consapevoli di cercare quella madrepatria che tanto agognavano, sebbene vedessero, sotto i loro occhi un mondo che stava scomparendo. Quell’amara consapevolezza li accompagnò sino alla tragedia, quando eroi come Filzi, Battisti, Sauro, Rismondo, Slataper, Stuparich (Carlo) perirono o sotto la forca austriaca, o per mano nemica, o per suicidio. Intellettuali di questo calibro hanno profuso ogni sforzo alla ricerca di una patria redenta, sebbene, nel dopoguerra, la “redenzione” non fosse quella che tanto avevano sperato.

Il mondo dei giovani intellettuali veniva coinvolto con entusiasmo nella guerra, sicuro che fosse breve, esaltando una “sinfonia” degli shrapnels, dedicando pagine eroiche che dalla carta passarono alla storia: se pensiamo alla Beffa di Buccari, al Volo su Vienna, o alla Sagra di Santa Gorizia, facciamo fatica a distinguere il singolo episodio dalla rapsodia. Immaginiamo Gorizia, città olocausta, cantata da un grande Vittorio Locchi, liberata con un colpo di mano (e di genio) dalla Medaglia d’Oro Aurelio Baruzzi, ricade in mano nemica poco dopo la conquista.

Il mondo intellettuale esaltava la guerra, ma la nostra migliore gioventù è stata falciata nelle trincee del Carso e di Oslavia, sul Rombon e sul Sei Busi, a Tolmino e a Caporetto, non sempre animata da fervidi ideali, ma solamente per servire quella chiamata alle armi che aveva raggiunto paesi e contrade d’Italia. In un’epoca come la nostra, sembra incomprensibile comprendere come questi giovani potessero morire gridando “Savoia!”, animati da spirito di adattamento a terreni durissimi, impervie montagne che superavano i duemila ed i tremila metri. Eppure, il loro sacrificio doveva generare quell’ordine sociale migliore che a distanza di cent’anni, sembra vacillare.

La nostra epoca, priva di ideali, ha messo in discussione la famiglia e la natalità, ha generato crisi finanziarie che hanno minato le fondamenta del lavoro, ha visto grandi migrazioni ed assenza di prospettive per le giovani generazioni, con l’assurda quanto irrazionalistica pretesa che il sistema liberal – democratico sia per forza superiore agli ideali e alla volontà dei ragazzi delle Trincee del ’15-’18. I quali, distrutti da una logorante guerra di trincea, provati dagli ordini assurdi ed illogici dei generali, umiliati da una strategia che li mandava al macello, hanno trovato la forza di risorgere dopo Caporetto, organizzando e fissando la resistenza (dopo la conferenza di Peschiera) in una nuova linea, più arretrata, ma difesa accanitamente con le unghie e con i denti.

Gli austriaci potevano usare nomi altisonanti per le loro future offensive, quali Radetzky o Valanga, ma rimarranno immortali luoghi come il Monte Grappa, il Valderoa, il Monte Pertica, l’Asolone, non tanto perché essi rappresentano l’ignorata e dimenticata toponomastica di paesi e città italiane, ma poiché la migliore gioventù ha sacrificato per noi, sulle montagne e sulla laguna veneta, se stessa.

Dopo cent’anni, ci si può interrogare se di tutto ciò sia valso la pena, o se sia stato effettivamente, come dalle parole pronunciate da Benedetto XV, un’inutile strage. Da un punto di vista morale, come abbiamo sopra accennato, pochissimi sanno oggigiorno chi siano i personaggi che nominano strade e vie, ed ignorano completamente le alterne vicende dei confini e delle amministrazioni che si sono succedute in un trentennio furioso quale il 1915 – 1945.

Sarebbe utile spiegare ai millennials attuali, che cent’anni fa i loro coetanei si sacrificavano nel nome di Trento e Trieste, anch’essi magari inconsapevoli di dove esattamente fossero nella carta geografica, ma pur sempre fautori di un ideale che li ha visti perire falciati dal piombo nemico.

Parimenti, se si considerano i fallimenti delle ideologie, e che per recuperare una sorta di pace e di costituzione, si è dovuto attendere altri trent’anni dal 24 maggio del 1915, probabilmente si potevano scegliere strade alternative. Questo con la coscienza di cent’anni a venire.

In realtà, la data che oggi celebriamo, è una sorta di riscatto nazionale, in un momento in cui l’Italia si riappropriava del proprio destino. Magari con una passione di minoranza, non della totalità. L’obiettivo era comunque ridare futuro e dignità al paese, anche con pretese, spesso sbagliate, di dominio su altre popolazioni.

Non celebriamo infatti tanto l’eroismo del singolo, delle Medaglie d’Oro, di un Corridoni o di d’Annunzio, ma del popolo delle trincee: stanco, lacero, sporco, sfibrato, umiliato, ma capace di un capolavoro, quello della vittoria finale. Loro hanno completato il sogno risorgimentale, loro nel dopoguerra, avevano chiesto dignità e diritti. E nella maggior parte dei casi, il loro ruolo è stato riconosciuto in quell’Italia fascista che ha fatto della grande guerra un suo mito.

Se oggi camminiamo in un “parco della rimembranza”, visitiamo Redipuglia, il Sacrario del Monte Grappa, quello del Pasubio, o camminiamo sul Colle Leiten di Asiago, ciò è possibile dalla visione trionfalistica, ma soprattutto di giusta e riconosciuta memoria che si volle durante il ventennio.

Da questi luoghi, dove gli europei si affratellavano nella morte per confini più giusti ed equi, trovando come unica soluzione la guerra, ancor oggi possiamo udire silenziosamente due parole: presente e libertà. La prima, poiché sono vivi e hanno reso possibile un’Italia diversa; la seconda, in quanto se essa venisse meno, bisogna comprendere che l’unico spirito possibile da recuperare è questo: quello del riscatto, per una società migliore. E se ciclicamente l’Italia è capace di questi miracoli, lo farà ancora, anche in quest’epoca di estremo bisogno.

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