Grecia, proteste

Ad Atene, da settimane, continuano le proteste contro la riforma delle pensioni formulata ad inizio Gennaio dal Governo Tsipras. Ancora oggi, dopo le marce degli agricoltori e gli scioperi dei sindacati, continuano gli scontri; le molotov e i lacrimogeni a piazza Syntagma rievocano il clima tesissimo degli anni tra i primi due memorandum. Giovani, raggruppamenti anarchici, ma anche gli agricoltori della Tessaglia e i pensionati, sono di nuovo in strada a manifestare la loro contrarietà alle ennesime misure di austerità che la Grecia deve tentare di sopportare. Per la prima volta proteste di questa portata (si parla di una mobilitazione di decine di migliaia di persone) si rivolgono contro il governo Syriza-Anel, per la prima volta i maggiori sindacati hanno indetto lo sciopero generale contro i provvedimenti richiesti dalla (ex) Troika per sbloccare gli 86 miliardi di aiuti finanziari previsti dal piano firmato a Luglio 2015, all’indomani del celebre referendum. La proposta presentata dal Governo è volta a salvaguardare il sistema pensionistico ellenico e prevede l’accorpamento dei 6 maggiori fondi pensione, un tetto massimo per le pensioni (2.300 di massimo, e non sopra i 3.000 in caso di cumulo di più pensioni) e l’odioso aumento dei contributi previdenziali, in modo da poter recuperare 1,8 miliardi di euro, un risparmio di circa l’1% del Pil per il prossimo anno. Gli agricoltori, dopo i blocchi stradali dei giorni scorsi, in preda all’esasperazione, sfilano oggi dal Pireo, passando per il ministero dell’Agricoltura, dove in mattinata ci sono stati scontri con la polizia, e in serata giungeranno di fronte al Parlamento.

Dopo poco più di un anno di governo Syriza, pare proprio aver messo da parte i buoni (ma più che altro ingenui) propositi del programma di Salonicco, e com’era ampiamente prevedibile ceduto alle richieste dei creditori internazionali. Dietro la figura di Tsipras, iper-esposta mediaticamente, dipinto di volta in volta come “terrore dei mercati” o capopopolo pseudo-rivoluzionario, si celava un populista incapace di intraprendere scelte complesse ma coerenti con la piattaforma politica di sinistra del suo partito, finendo fatalmente per essere un ubbidiente gestore dei programmi di austerità europea. Di questo passo di certo la Grecia non uscirà agilmente dalla spirale dei prestiti e dalla troppo prolungata crisi di domanda interna. Il Pil negli ultimi due trimestri del 2015 è tornato in segno negativo e i tumulti di queste settimane non fanno ben sperare per il prossimo futuro.
Dentro questo sistema monetario è chiaro che l’unico modo per mantenere i conti in ordine, sopportare i divari di produttività con le economie “core” dell’eurozona, ed evitare ulteriore indebitamento estero è procedere ancora sulla strada della deflazione salariale, della disoccupazione strutturale a due cifre e della privatizzazione degli ultimi assets statali disponibili. Quanto un paese con fondamentali economici ormai quasi da paese del terzo mondo, ormai da anni commissariato da istituzioni internazionali, possa realmente permettersi di continuare a percorrere questa strada è da vedere. Fino ad ora il metadone politico, di una situazione sociale esplosiva è stato Tsipras, ma di questo passo servirà dell’altro. Tutto sta nel capire se esiste un punto di non ritorno, dove la corda a furia di tirare infine si spezza. Personalmente credo che se i cittadini greci loro malgrado hanno sopportato questi anni di crisi profondissima, supereranno anche questo. Senza direzione politica il malcontento popolare rimane solo rabbia e frustrazione.

Luca Scaglione

Video di euronews.

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