È stata adottata dal Viminale la circolare a firma del capo di gabinetto, prefetto Bruno Frattasi, che fornisce ai prefetti le indicazioni in materia di verifica delle certificazioni verdi da Covid 19. Nel testo, resosi necessario dopo il caos degli ultimi giorni alimentato anche dalle dichiarazioni rese alla stampa dal ministro dell’Interno Lamorgese, viene meglio specificato il sistema di controllo che spetta a esercenti e gestori di bar, ristoranti, ma anche cinema, palestre, piscine.

Il punto di inciampo principale era quello della verifica dei documenti: chi è titolato a controllare che la persona che vuole accedere corrisponda effettivamente al nome e al cognome presente sul pass sanitario?

I gestori e gli esercenti – è scritto nella Circolare del Ministero dell’Interno – “sono obbligati a verificare il possesso del green pass, mentre la  verifica dei documenti è discrezionale”, non è sempre obbligatoria, ma possono farlo “necessariamente nei casi di abuso o di elusione delle norme”, come ad esempio in caso di “manifesta incongruenza” della certificazione verde con i dati anagrafici in essa contenuti.

Frattasi individua e delinea due momenti distinti: il primo è quello della verifica del possesso della Certificazione verde da parte di chi intende accedere alle attività, di cui si dovrà occupare il gestore dell’attività in questione o il personale da lui adibito al controllo attraverso l’app Verifica C19. Dopo tale accertamento, “si dovrà dimostrare la propria identità mediante un documento che ha come scopo quello di contrastare i casi di abuso o di elusione”.

In questo secondo momento, entrano in gioco i pubblici ufficiali: “Trattandosi di un’attività che consiste nella richiesta di esibizione di un documento d’identità, la disposizione opportunamente indica tra i soggetti investiti di tale verifica in primo luogo i pubblici ufficialinotoriamente muniti del potere di identificazione delle persone per fini di controllo stabiliti a vario titolo dalla legge”. Un’attività, questa, non sistematica, “ma a richiesta dei verificatori”, a campione.

Se i dati riportati sulla carta d’identità non coincidono con il soggetto descritto sulla Certificazione verde, la persona potrà essere denunciata per falso. In tal caso la circolare non prevede alcuna conseguenza per l’esercente, perché avrà assolto il suo dovere di controllo e verifica dei dati.

Le sanzioni di cui all’art.13 del decreto-legge n.52/2021 risulteranno applicabili nei confronti del suo avventore, “laddove non siano riscontrabili palesi responsabilità anche a carico dell’esercente“, scrive ancora il Viminale.

Sulla spinosa questione dei dati sensibili nel controllo del pass sanitario, è intervenuto anche il Garante per la Privacy, sconfessando anche in questo caso Luciana Lamorgese: “Le figure autorizzate alla verifica dell’identità personale sono quelle indicate nell’articolo 13 del Dpcm del 17 giugno 2021 con le modalità in esso indicate, salvo ulteriori modifiche che dovessero sopravvenire”.

La disciplina procedurale, scrive il Garante, “comprende, oltre la regolamentazione degli specifici canali digitali funzionali alla lettura della certificazione verde, anche gli obblighi di verifica dell’identità del titolare della stessa, con le modalità e alle condizioni di cui all’art. 13, c.4, del citato Dpcm”. Il trattamento dei dati personali per il controllo della regolarità di Carta verde è dunque pienamente confermato.

Due chiarimenti che palesano anche in maniera piuttosto imbarazzante, il corto circuito nella comunicazione di alcuni ministri di quello che si cerca di far passare ostinatamente per “governo dei migliori”. Tra furbate, mancanza di personale, insofferenza diffusa e sovrapposizione delle indicazioni da parte di chi è titolato a fornirne, non ci sorprenderebbe un nuovo fronte di scontro a colpi di denunce, ricorsi e controricorsi.