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Qualche anno fa, in un’intervista rilasciata ad un noto giornale italiano, il Generale Khalifa Haftar aveva dichiarato: “Sono un combattente e mi batterò fino alla fine per il mio Paese”. In questo momento, però, la sua lotta principale forse è contro il male, che lo costringe in un letto d’ospedale a Parigi. Questo lascia spazio a molti interrogativi e anche a molte speculazioni, non ultima la falsa notizia che era circolata ieri a proposito della sua morte per un’emorragia cerebrale.

A riprova che Haftar sia ancora vivo, non c’è soltanto l’annuncio dato dall’emittente saudita Al-Arabiya, ma anche quanto affermato con un tweet dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia, secondo cui “L’inviato ONU in Libia, Ghassan Salamé e il feldmaresciallo Khalifa Haftar hanno parlato oggi per telefono ed hanno discusso della situazione generale e gli ultimi sviluppi politici”. Dunque, Haftar almeno per il momento è ancora in vita, anche se permangono molti dubbi su quanto a lungo possa sopravvivere e soprattutto se, in caso di guarigione, riesca a riprendere pienamente il controllo di sé e del proprio paese.

Haftar è una figura storica per la Libia: aveva combattuto per Gheddafi in Ciad, e successivamente contro di lui quando il Qa’id lo rinnegò addebitandogli la responsabilità del fallimento militare libico nel paese. IPrigioniero dei ciadiani, era stato quindi liberato dagli americani ed era passato armi e bagagli dalla parte della CIA con l’obiettivo proprio di rovesciare il Qa’id Muammar Gheddafi col quale pure aveva iniziato la Rivoluzione Verde. Nel 2011 era tornato in patria presentandosi al Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi per offrire il suo aiuto, ma i capi islamisti lo avevano prontamente messo da parte. Così, da quel momento, la sua lotta s’è incentrata proprio contro di loro: i Fratelli Musulmani, l’ISIS e le altre bande jihadiste fino a quel momento dominatrici di Bengasi e della Cirenaica sono state ben presto messe all’angolo dalla sua efficace azione militare, e ciò pur contando su quello che molti osservatori hanno definito come un “esercito straccione”.

Presentandosi come l’unico uomo forte in grado di riunire la Libia dopo Gheddafi, aveva ben presto attirato l’attenzione dei francesi, intenzionati ad utilizzarlo soprattutto per continuare a tenere l’Italia al di fuori della Libia ovvero per impedirne un possibile rientro. Abiurando l’accordo internazionale che riconosceva come unico vero e legittimo governo libico quello di Tripoli, Macron aveva infatti invitato a Parigi Haftar e Serraj per firmare un patto che tagliava fuori l’Italia. Per Macron non si trattava di un gioco molto difficile, visto il poco amore di Haftar per l’Italia, al punto da minacciare più volte la nostra Marina qualora avesse cercato d’intervenire per fermare i barconi coi migranti. Sempre in materia d’emigrazione, e sempre su istigazione della Francia, lo scorso settembre aveva attaccato le milizie di Sabratha, pagate dai nostri servizi di sicurezza proprio per impedire le partenze dei migranti verso l’Italia.

Tuttavia Haftar non intratteneva solo rapporti con Macron, ma anche col presidente egiziano al-Sisi, il suo omologo russo Vladimir Putin e con gli Emirati Arabi Uniti. Tutti lo avevano armato e finanziato vedendo in lui, pragmaticamente, l’unico argine ad una deriva fondamentalista della Libia, e Haftar non li aveva delusi scacciando le milizie islamiste da Bengasi e da buona parte della Cirenaica.

Tuttavia, una sua eventuale scomparsa o anche solo un suo indebolimento riaprirebbe i giochi, mettendo nuovamente la Libia in balia di una possibile rimonta delle fazioni legate all’ISIS e ad al-Qaeda. Non è certamente un mistero che molti reduci jihadisti del conflitto siriano ed iracheno abbiano trovato riparo proprio in Libia. Molti di loro sono proprio nativi della Cirenaica, altri della Tunisia, ovvero le due aree che hanno fornito più volontari alla causa fondamentalista, e si sentono pertanto di casa, con una conoscenza del territorio ed un’esperienza militare che ne fa dei temibili combattenti.

Certo, la scomparsa o l’indebolimento di Haftar potrebbero ridare linfa anche al debolissimo governo di Tripoli, che quantomeno potrebbe riacquistare il proprio status di unico referente politico per la Libia agli occhi anche di quanti l’avevano abbandonato, o perlomeno vedersi facilitato nel raggiungimento di un simile e sperato risultato. Ma, soprattutto, farebbe di Saif al Islam al Gheddafi, il figlio di Muammar, l’unico vero uomo in grado, a questo punto, di riunire la Libia, restituendole quell’unità politica e tribale che s’era persa proprio con la morte del padre. Ed è su di lui, fino ad oggi tenuto come “carta di riserva” dalle tribù libiche ma anche dai grandi attori regionali ed internazionali come la Russia e l’Egitto, che a questo punto in molti comincerebbero a puntare. Dopotutto non è una novità che il clan dei Gheddafi, capeggiato dal cugino 65enne di Muammar, Ahmed Gaddaf al Dam, ormai dal 2014 s’incontri spesso con al-Sisi al Cairo, per parlare proprio del futuro della Libia. Saif, inoltre, ha già dichiarato di volersi candidare alle future presidenziali libiche e che il suo intento sia quello di rispolverare almeno in parte la Jamahiriya non è un mistero per nessuno. L’attuale giallo libico, a quel punto, potrebbe cominciare a tingersi di verde.

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