S’è ufficialmente aperto ad Hiroshima il nuovo incontro del G7, che stavolta vedrà affrontare nello spazio di due giorni temi d’indubbio e grave spessore come la sicurezza nucleare (con particolare riferimento alla minaccia nordcoreana), le crisi militari e politiche della Siria e della Libia, il terrorismo (in primo luogo l’ISIS), l’emergenza migranti, ed infine la sicurezza marittima (e qui l’accenno è tutto rivolto alla questione del Mar Cinese Meridionale, che vede gli Stati Uniti, il Giappone e le Filippine entrare in collisione con la Cina). Malgrado le parole beneauguranti del ministro degli esteri giapponese, Fumio Kishida (“Spero che un forte messaggio di pace, stabilità e prosperità possa essere mandato al mondo dalla riunione di Hiroshima”), questo vertice sembra già tuttavia destinato a risolversi nell’ennesimo nulla di fatto. In ogni caso l’appuntamento avrà, almeno nella memoria collettiva dei giapponesi, un valore anche per il futuro: per la prima volta, infatti, il più alto esponente in grado di un’amministrazione statunitense, John Kerry, si recherà in visita al Parco della Pace e al Museo dell’Atomica, onorando le vittime dell’olocausto nucleare che proprio gli Stati Uniti provocarono ad Hiroshima nel 1945.

Ma, a parte questo e come già dicevamo, il G7 di Hiroshima non sembra destinato a produrre altro che la solita montagna d’inutili carte. Forse andrà meglio col prossimo, quello di Shima, sempre in Giappone, che si terrà a fine maggio e dove dovrebbe partecipare anche Barack Obama: a quell’occasione, probabilmente, saranno infatti riservate le tematiche e le decisioni di maggior consistenza. Non che l’attuale vertice, comunque, debba essere considerato di seconda o di terza categoria; ed infatti proprio per questo motivo preoccupa i suoi partecipanti il fatto che possa avere una scarsa incisività sui fatti del mondo.

Nel migliore dei casi questo vertice servirà a prendere decisioni unilaterali da parte dell’Unione Europea, del Giappone e degli Stati Uniti, su questioni come la Corea del Nord, il Mar Cinese Meridionale o la Libia e la Siria per le quali invece è sempre più dimostrato come sia praticamente indispensabile il dialogo anche con gli altri grandi attori del mondo. Difficilmente si può parlare della Corea del Nord e del Mar Cinese Meridionale senza interpellare anche la Cina, che su questi temi ha molta voce in capitolo. Ancor più difficilmente si può pensare di trovare una linea da seguire nei confronti dell’ISIS o della Siria senza confrontarsi con la Russia, che è il paese maggiormente impegnato in quello scenario proprio nella lotta al terrorismo e nel garantire il ristabilimento dell’antico status quo. Di fatto, senza la Russia e la Cina qualsiasi consesso internazionale risulta incompleto e conseguentemente anche inefficace e poco ascoltato.

La realtà è che il G7 sta diventando sempre più uno dei tanti club internazionali del “vorrei ma non posso”, nel quale si producono dichiarazioni mirabolanti che però raramente trovano poi un seguito. Metà dei paesi che lo compongono, poi, non sono nemmeno più fra le prime sette economie del mondo: il G7 non è più il club dei più ricchi al mondo, ma una sorta di confraternita che riunisce la NATO (nemmeno tutta, chè i nuovi arrivati dell’Est Europa contano quanto il due di briscola e servono solo a far numero e a portar manovalanza quando si tratta di sbraitare contro la Russia; ed in ogni caso anche questa logica sta cambiando, come dimostrato dalle recenti evoluzioni dell’Ungheria, della Slovacchia e della Cechia) ed il Giappone. Se si dovesse fare un vero e nuovo G7, formato dalle prime sette economie mondiali, la geografia di quello attuale ne risulterebbe completamente sconvolta.

Anche questo ci fa capire come il G7 sia ormai, di fatto, uno strumento obsoleto, una reliquia o un ferrovecchio ereditato dal passato. In un mondo sempre più nuovo e sempre più multipolare, non è coi souvenirs provenienti dal passato che si può pensare di fare qualcosa; men che meno, qualcosa di davvero incisivo.

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