Probabilmente il G7 che in questi giorni si tiene ad Hiroshima non inciderà più di tanto nella storia, proprio come del resto è accaduto anche con le edizioni precedenti ed in particolar modo con quella preparatoria, avvenuta sempre ad Hiroshima, solo due mesi fa. L’impressione che caratterizza tutti gli osservatori del mondo emergente, ormai sempre più contrapposto pur in tutte le sue diversità al mondo occidentale e/o sviluppato, è infatti che il G7 sia diventato sempre più un club d’attempati signori che di tanto in tanto si ritrovano per rimembrare insieme i bei tempi che furono ed illudersi d’essere ancora giovani. Nella sostanza, il G7 oggi ha un potere decisionale sulle sorti del mondo in costante diminuzione, risultando così sempre meno ascoltato o considerato da quei paesi del Terzo Mondo che oggi, avendo alternative politiche ed economiche nella Russia e nella Cina, non lo giudicano più come unico referente o interlocutore internazionale a cui appellarsi per poter risolvere i propri problemi. Lo stesso processo di “marginalizzazione” ha parimenti colpito anche tutte le altre istituzioni economiche e finanziarie occidentali, in primo luogo la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale, che hanno perso l’esclusiva ed il monopolio a livello globale soprattutto per colpa della nuova banca dei BRICS e di quella per l’industria e gli investimenti in Asia voluta dalla Cina, e a cui peraltro anche alcuni paesi del G7, come l’Italia, hanno deciso di partecipare.

Eppure questo processo di progressiva emarginazione del G7 poteva essere evitato, o perlomeno attutito e maggiormente spalmato nel tempo, se solo non fossero state prese alcune decisioni che si sono rivelate davvero autolesionistiche e controproducenti. Aver accettato nel G7 la Russia, per esempio, era stata una grande idea, da cui era scaturito il G8. Il club rompeva con la sua precedente natura prettamente atlantica, che ne faceva un’appendice economica della NATO, e si candidava a diventare qualcosa di più grande e soprattutto di maggiormente rappresentativo degli equilibri e degli schemi mondiali. Il club del G7, divenuto G8, guadagnava così un maggior respiro ed anche una maggior autorevolezza e credibilità a livello mondiale. Tuttavia quest’ottima intuizione è stata poi abiurata dall’Amministrazione Obama, che pensando di punire la Russia per la fermezza dimostrata nella crisi ucraina decise l’espulsione di Mosca dal G8, riportandolo così alla fisionomia precedente.

Questa è stata una mossa decisamente autolesionistica, che ha ridimensionato il G7 a livello internazionale, privandolo di molta influenza e soprattutto di gran parte del suo prestigio, giacché a tutti a quel punto è apparso evidente come esso fosse soltanto uno strumento diplomatico nella mani di Washington, e nulla più. Ecco perché difficilmente i paesi in via di sviluppo potranno guardare al G7 con rispetto o anche solo con interesse: ai loro occhi esso è solo una delle tante maschere dietro a cui si nasconde il solito Occidente a guida statunitense, e di cui non c’è più uno stringente bisogno per sopravvivere o svilupparsi dal momento che esistono solide alternative come la Cina. Del pari, anche la Cina stessa non è molto portata a considerare come di particolare importanza le decisioni e le raccomandazioni del G7, in particolare quelle riguardanti il Mar Cinese Meridionale, perché sono sempre e comunque le stesse cose che si sente dire da Washington e da Tokyo nel resto dell’anno ed in altre occasioni.

Senza la Russia, che aveva un forte effetto di controbilanciamento dentro il G8, il G7 diventa anche politicamente più spinto, perdendo quella moderazione che contribuiva a renderlo un consesso un tempo molto più ascoltato e considerato. Adesso è soltanto la grancassa degli Stati Uniti, al punto da apparire quasi superfluo visto che anche Washington può esprimersi benissimo da sola, senza dover far ricorso all’aiuto dei suoi partner tradizionali. E non è da escludere che un possibile insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca non lo svuoti ulteriormente di significato. Trump, qualora si trovasse in un “muro contro muro” con Mosca o con Pechino, sicuramente preferirebbe agire da solo anziché far ricorso ad organismi internazionali che considera alla stregua di “ferrivecchi”, quali la NATO o il G7.

Quello di Hiroshima, dunque, è un vertice che testimonia sempre più la progressiva e a quanto pare anche difficilmente contrastabile marginalizzazione del G7: un vero e proprio declino.

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