Joshua Wong

È stato condannato a sei mesi uno dei più influenti attivisti della cosiddetta Rivoluzione degli Ombrelli, Joshua Wong, dalla magistratura di Hong Kong.

Wong è stato accusato insieme agli attivisti Nathan Law e Alex Chow di aver organizzato un’assemblea non autorizzata il 26 settembre del 2014, quando un gruppo di attivisti ebbe modo di occupare il cortile del Parlamento, il Legislative Council Complex, come forma di protesta contro la riforma del sistema elettorale.

Law e Chow sono stati condannati rispettivamente a sette e otto mesi e né lui né Wong avranno la possibilità di partecipare alle elezioni per i prossimi cinque anni.

Da parte sua Wong ha dichiarato tramite twitter che la battaglia per il suffragio universale va avanti e che sebbene si possano imprigionare i corpi non si può limitare la mente umana.

Va detto però che malgrado le battaglie dei liberali, la questione Hong Kong è già chiusa da un pezzo. Occupata dai britannici in seguito alla Guerra dell’Oppio nel 1841 e ceduta ufficialmente alla corona inglese con il Trattato di Nanchino nel 1842, la regione, situata nel Guandong divenne un porto franco che attrasse diversi interessi economici.

Con la rivoluzione cinese, Hong Kong divenne anche un posto di rifugio per i dissidenti che scappavano dal Partito Comunista, che potevano diventare cittadini dell’Impero Britannico. Ma negli anni ’70 Pechino chiese e poi ottenne la fine dello status di colonia della regione sotto controllo britannico che affaccia sul Mar Meridionale.

Da quel momento iniziarono delle lunghe trattative che si conclusero, grazie alla spinta diplomatica del Presidente Deng Xiaoping, soltanto nel 1984 con la dichiarazione congiunta sino-britannica, firmata dal premier cinese Zhao Ziyang e dal premier britannico Margaret Thatcher.

La dichiarazione, che constava di otto paragrafi, restituiva Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese a partire al primo giugno 1997 in cambio di una forte autonomia amministrativa dell’ex colonia per i successivi cinquant’anni. Ovvero la politica estera e l’esercito sono gli unici campi affidati direttamente a Pechino, mentre il potere esecutivo, legislativo e giuridico sono autonomi.

Le rimostranze e le pretese dei liberali di Hong Kong risultano alla luce di ciò abbastanza irrealistiche. La legge elettorale prevede infatti che vi sia una prima scrematura dei candidati alla camera unica di Hong Kong in base ai criteri di fedeltà alla patria, e altri stabiliti dal Comitato Nazionale. Questa riforma del sistema elettorale viene vissuto dai liberali come un eccessivo controllo di Pechino su Hong Kong, ma non si può privare la Repubblica Popolare Cinese della propria sovranità, soprattutto se parliamo di un paese che prima di ritornare alla madrepatria non era un paese indipendente, ma vittima del colonialismo europeo e ben privo di qualunque elezione democratica.

Ma l’irrealismo politico dei liberali antipechino è andato persino oltre, quando nel 2016 due deputati eletti al Consiglio Legislativo (il parlamento locale), Sixtus Leung e Yau Wai-ching si sono rifiutati di giurare fedeltà alla Cina. Un irrealismo fomentato dalla volontà di ingerenza dei paesi dell’Occidente nei confronti di Pechino, ma che difficilmente si trasformerà in qualcosa di concreto contro la Repubblica Popolare. Nessuno vuole oggi avere uno scontro frontale con Pechino e l’atteggiamento accomodante del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di Xi sul fronte coreano lo dimostra ampiamente. I liberali e gli indipendentisti di Hong Kong dovranno mettersi il cuore in pace.

 

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