Questo è uno sfogo. Ma quanno ce vò ce vò.

Kadyrov organizza un’amichevole a Grozny con vecchie glorie del calcio italiano in onore a Putin? Una pacchiana dimostrazione di megalomania e di culto della personalità. Putin per il suo compleanno giochicchia in una partita di hockey su ghiaccio e segna sette reti? E ci credo, nessuno aveva il coraggio di fermarlo, giocava da solo. In poche parole: panem et circenses e propaganda. Questi i commenti medi che si leggono sui giornali (quelli buoni). Poche volte ho sentito le stesse parole rivolte a Barack Obama. Eppure non mi pare di aver mai visto il Mr. President stoppato davanti ad una telecamera durante una delle sue sessioni di pallacanestro. Eppure.

Eppure è una cosa ovvia. Se sei un hockeysta e ti dicono “oggi giocherai contro Putin” che fai? Pensi che lo fermerai ad ogni costo o farai in modo di non intralciare il suo cammino verso l’ennesimo gol? Ma nessuno ha giocato in un torneo aziendale dovendo magari marcare il megadirettoregalattico di turno?

Fin qui lo sfogo.

Ma trovo stucchevole che ogni qual volta uno dei cattivi (sia esso Putin, Kadyrov, Kim Jong-Un, Assad, Maduro o Castro…o chiunque altro) si impegni nel campo sportivo, partecipando ad un evento, finanziando una struttura, spendendosi per lo sviluppo sportivo del suo paese sia bollato come “propagandista di basso livello”, che riesuma il nazismo, il Mein Kampf, il “Mussolini corpo della nazione”.

In ogni luogo, ad ogni latitudine lo sport è cosa buona. Se Kim Jong-Un finanzia la costruzione di una scuola di calcio a Pyongyang lo fa perché il calcio da quelle parti è in continuo sviluppo e perché immagina che una forte nazionale di calcio o un movimento sportivo di massa possa migliorare il benessere generale del suo popolo.

Se Afewerki, Obiang o qualsiasi altro “cattivo” cattivo del Terzo Mondo celebra i suoi campioni sportivi e le vittorie del suo paese si comporta come un qualsiasi Matteo Renzi (in trasferta a New York per il tennis) o una qualsiasi Stefania Melandri (in brodo di giuggiole tra i campioni del mondo del 2006). Propaganda, entusiasmo, megalomania o semplice percezione dello sport come elemento “traino del paese”? Eppure, a seconda degli attori, la nostra concezione è diversa.

“Cattivi” e “buoni”. Siamo sempre alla “Norimberga eterna”.

Eppure mai, ripeto mai, ho sentito parlare di propaganda in merito agli incontri (dovuti e certamente non criticabili) di Barack Obama con i vari campioni americani. Nonostante che se c’è un paese che il “soft power” l’ha studiato, migliorato ed applicato questo paese siano proprio gli Stati Uniti d’America. Perfino Joseph S. Nye Jr, il principale “teorico” del “Soft Power made in USA” l’ha scritto nero su bianco: “persino gli sport popolari possono costituire un fattore importante per comunicare valori”. Ma si sa. Loro sono i buoni. Di pacchiano, nelle loro azioni, non c’è nulla.

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