Lo scorso fine settimana, dal 26 al 28 giugno, si è tenuto a Mantova il primo ‘International Children’s Rights Festival’: per tre giorni si sono tenute iniziative, mostre, workshop, dibattiti, incontri con i numerosi ospiti. Secondo Giovanni Malagutti, fondatore e presidente dell’omonima Onlus che ha ideato e promosso l’evento, lo scopo è “far riflettere, stimolare l’attenzione dell’opinione pubblica generale su quelle parti di mondo in cui i diritti dei bambini non contano, in cui lo sfruttamento dei minori è all’ordine del giorno, sotto gli occhi spesso inconsapevoli o indifferenti delle società occidentali, sperando che questo sia solo l’inizio di un lungo e fruttuoso percorso”.

L’inaugurazione è stata una festa che ha visto i cieli della città virgiliana invasi da palloncini bianchi: 195, come le nazioni che ad oggi hanno aderito alla Convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Il documento, promulgato nel 1989, consta di 54 articoli, la prima parte (articoli 1-41) contiene l’enunciazione dei diritti. In particolare il numero 3 recita: “Gli Stati, le istituzioni pubbliche e private, i genitori o le persone che ne hanno la responsabilità, in tutte le decisioni che riguardano i bambini devono sempre scegliere quello che è meglio per tutelare il loro benessere”: il significato è sovrapponibile a quello della frase con cui ho chiuso il mio pezzo della scorsa settimana, dal titolo ‘Parlando di Family Day e dintorni’; “I bisogni dei bambini devono sempre prevalere sui desideri degli adulti”

Sarebbe ingeneroso accusare solo gli attivisti dei diritti dei gay di andare contro questo principio, piuttosto è la società nel suo complesso a farlo, quel che è peggio in maniera inconsapevole. Molto spesso i cosidetti paesi occidentali, come si evince anche dalle parole dell’organizzatore della lodevole manifestazione di Mantova, rivendicano una loro superiorità sul resto del mondo proprio per come vi si trattano i minori e, per alcuni punti specfici, lo fanno a ragione: non hanno niente a che fare con le violazioni dell’articolo 35, che vietano “il rapimento, la vendita o il traffico di bambini”, e col problema dei ‘bambini soldato’ cui si riferisce in maniera esplicita il 38.

Per quanto riguarda però i diritti sanciti da molti dei punti della dalla Convenzione, siamo ben lontani dalla loro completa effettività. Ad esempio il punto 2 prescrive che i bambini devono avere gli stessi diritti chiunque siano i loro genitori e non devono essere discriminati per “il colore della pelle, né il sesso, né la religione, non ha importanza che lingua parlano, né se sono ricchi o poveri”, ci sarebbe da dire molto di più, ma soffermiamoci solo sull’ultima parte: la violenza economica è invece un elemento strutturale del sistema in cui viviamo, quindi i bambini poveri sono sempre discriminati. Un caso eclatante riguarda l’aumento della mortalità infantile verificatosi negli ultimi anni in Grecia: pensiamo allora a cosa significhi di preciso chiedere altri ‘sacrifici allo stato ellenico’. Ma ovunque esistano forme di esclusione sociale che penalizzino i meno abbienti, senza un sistema di welfare capace di ammortizzare tali effetti, molti punti della convenzione sono elusi in maniera automatica: quindi, anche in Italia.

Si potrebbe analizzare punto per punto tutto il documento, qui facciamo ancora un cenno al solo articolo 34, che recita: “Gli Stati si impegnano a proteggere i bambini da ogni forma di sfruttamento e violenza sessuale, compresa la prostituzione e qualsiasi forma di pornografia”; si chiede insomma agli Stati di contrastare pedofilia e pornografia. Ebbene, a livello legislativo sul contrasto alla pedofilia non c’è granché da obiettare e la condanna sociale è totale, come è ovvio che sia. C’è molto da discutere invece su cosa si debba intendere per “qualsiasi forma di pornografia”: c’è il grosso problema rappresentato dalla rete, ma oltre a ciò possiamo affermare con certezza che non ci sia niente di pornografico in certe scene che si vedono ogni giorno in televisione, anche nella cosiddetta fascia protetta? Crediamo di no, soprattutto per quanto riguarda alcuni spot pubblicitari.

Nel libro ‘Erosi dai media. Le trappole dell’ipersessualizzazione moderna’ (2011) scritto assieme agli psichiatri Tonino Cantelmi, Emiliano Lambiase e Stefano Lassi, lo psicologo dello sviluppo Daniele Mugnaini afferma: “L’importante è assecondare fantasie e curiosità, emozionare ed eccitare, per vendere. Non ci si cura se tali stimoli possano giocare un ruolo nel nuocere alla persona e nel dis-educare all’amore. Non ci si cura, insomma, se la stimolazione diventi eccessiva e inappropriata, se può modellare negativamente persone e cultura”. L’autore defisce “tossici” le immagini e i sistemi di credenze ai quali siamo esposti. Le prime vittime di una siffatta iperstimolazione sono come ovvio i bambini e gli adolescenti: si assiste così a una sessualizzazione della fanciullezza.

Le conseguenze cliniche che l’opera attribuisce al fenomeno, citando una ricca serie di studi scientifici a riguardo, vanno dal disagio psichico diffuso fino a patologie molto gravi, l’ipersessualizzazione del corpo e gli ideali ad essa connessi provocano fenomeni depressivi, bassa autostima, frustrazione: nei bambini smarrimento, stati di ansia, sensi di inferiorità, negli adolescenti disturbi dell’alimentazione, pensieri ossessivi, perdita di interessi, immaturità, assimilazione di modelli di comportamento violenti.

Speriamo che quanto detto sia già sufficiente a far svanire l’illusione di una superiorità occidentale. Per concludere accenniamo ai motivi per cui si fanno o non si fanno bambini. Sia chiaro che si tratta di scelte entrambe rispettabili, se fatte con consapevolezza. Però a volte i figli si fanno per riempire un vuoto, oppure per tentare di salvare un rapporto, come denunciava con spietata lucidità Massimo Troisi in ‘Pensavo fosse amore invece era un calesse’: “Uno dice viviamo insieme quando vuol dire che le cose non vanno…Infatti quando poi peggiorano dice: perché non ci sposiamo? Se proprio cominciate che non ce la fate più a…Dice: facciamo un figlio”. A volte i figli invece non si fanno perché perché li si considerano dei “parassiti”, come afferma la psicanaslista francese Corinne Maier nel suo libro ‘No Kid. Quaranta motivi per non avere figli’ (2007), dove sfoga così il suo rimpianto: “se non avessi avuto dei figli, sarei stata libera di girare il mondo con i soldi guadagnati dai miei libri. invece sono costretta a rimanermene a casa, ad alzarmi alle 7 del mattino, a cucinare per tutti e a fare lavatrici”.

Insomma a volte i figli si fanno o non si fanno per il motivo sbagliato: soddisfare i desideri degli adulti. Alto che superiorità occidentale: più che mai ci sentiamo di condividere la terribile sentenza di Walter Siti nel suo romanzo ‘Troppi paradisi’ (2006): “Sono l’Occidente perché detesto i bambini e il futuro non mi interessa”.

Michele Orsini

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