Gianluigi Buffon, portiere e capitano della Juventus e della Nazionale, nella conferenza stampa precedente a Italia-Lichtenstein si è dichiarato “orgoglioso di non essere come quelli che hanno fatto i caroselli dopo la finale di Cardiff”.

A nostro modesto parere, queste non sono le parole che più si confanno ad un capitano azzurro, poiché indicano l’idea di una propria superiorità morale rispetto ad altri che non sono tifosi juventini, ma sono comunque tifosi dell’Italia.

Il punto è che festeggiare sconfitte altrui è una cosa che i tifosi fanno molto spesso. Anche i tifosi juventini qualche volta godono delle sconfitte di Roma, Napoli, Torino, Fiorentina, Milan e soprattutto Inter.

Gli sfottò tra opposte fazioni sono la normalità e ogni sconfitta può offrirne il destro. Il fatto che si tratti di un atteggiamento diffuso non significa che non possa essere condannato, soprattutto nel caso di eccessi. Per tentare di approfondire la comprensione del fenomeno può essere utile la lettura del libro ‘Schadenfreude: il piacere delle disgrazie altrui’ (Edizioni Edra, Milano, 2016).

‘Schadenfreude’ è una parola tedesca che non ha un corrispettivo in italiano, tanto che per tradurla è necessaria una parafrasi: Wilco W. van Dijk e Jaap W. Ouwerkerk, gli autori della succitata opera, la definiscono “l’immagine speculare dell’invidia”, cioè “quella sensazione di felicità che si prova quando un’altra persona va incontro a una sventura”. Colui che gode della sfortuna altrui non è in tal caso parte attiva, ma semplicemente uno spettatore.

L’undicesimo capitolo dell’opera è dedicato a ‘La Schadenfreude nello sport e nella politica’: non è un caso che si associno i due campi, considerato che nella politica cosiddetta post-ideologica, come è stato fatto notare da più parti, l’atteggiamento degli elettori di un partito sia molto simile a quello dei tifosi di una squadra di calcio.

E’ necessario fare una distinzione: se due parti sono impegnate in una competizione diretta è del tutto normale, nonché innocente, “gufare”, come i tifosi di una squadra in lotta per lo scudetto che sperano nella sconfitta delle altre formazioni in lizza, come pure i sostenitori di un partito politico che si augurano un cattivo risultato elettorale delle compagini rivali. In questi caso non ci si augura malignamente sfortune altrui, ma si spera di approfittarne, di ottenere un vantaggio diretto, come avviene in ogni genere di contesa.

E’ del tutto comprensibile, in questo senso, che molti godano in maniera malcelata dei recenti risultati elettorali del M5S (fa sorridere un po’ che lo facciano anche i renziani, abituati a dare dei gufi a chiunque li contesti). Ma perché molti tifosi italiani godono della sconfitta juventina nella finale di Champions League, visto che le loro squadre non ne ottengono beneficio alcuno?

Semplice: perché potranno sfottere gli juventini anziché esserne sfottuti. Perché i tifosi spesso non sanno perdere, ma neppure vincere con classe: non si trattengono dal far pesare ai tifosi rivali che “noi siamo dei vincenti mentre voi siete dei perdenti”, che più o meno vuol dire “siamo orgogliosi di non essere come voi” e in ultima istanza non rappresenta nient’altro che un insulto.

Tra soggetti che fondano parte della loro identità sulla squadra per cui tifano non c’è da sorprendersi del fatto che da una presa in giro si possa arrivare a liti o alla violenza.

Quest’identificazione, che fa dire al tifoso non “la mia squadra ha vinto”, ma “abbiamo vinto”, mentre a vincere (e a guadagnare) sono i componenti della società sportiva, cioè atleti, tecnici, dirigenti e così via, ha qualcosa di grottesco, soprattutto nei casi, frequentissimi in Italia (in ogni città, escluse Roma e Napoli, quasi tutti si definiscono, con scarsa fantasia, juventini, interisti oppure milanisti) in cui con la squadra non sussiste neppure un collegamento di tipo territoriale.

In tutti i casi nei quali l’identificazione con la cosiddetta “squadra del cuore” influisce pesantemente sull’umore di una persona essa è da considerare in tutto e per tutto patologica, come la stessa parola “tifo” suggerisce.

Concludiamo consigliando la lettura di ‘Febbre a 90’ di Nick Hornby, scritto nel 1992 e dal quale è stato tratto nel 1997 l’omonimo film: il romanzo, che l’autore ha ammesso essere in larga parte autobiografico, narra di come un bambino diventa tifoso, crescendo diventa un tifoso patologico ma poi raggiunge finalmente un equilibrio, senza mai abbandonare peraltro i propri colori, in questo caso quelli biancorossi dell’Arsenal.

Come tutte le storie a lieto fine quella di Paul Ashwort, interpretato nel film da Colin Firth, può aiutare chi sta soffrendo a non mollare e, più nello specifico, aiutare ogni sportivo a ricordarsi che il calcio è uno sport bellissimo e che esiste anche un modo sano di essere tifosi.

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