Il Consiglio dei Ministri ha scongiurato l’attuazione del cosiddetto bail-in per le quattro banche italiane (CariFerrara, Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti) che fino a ieri erano a rischio fallimento. Il bail-in non è altro che lo strumento secondo il quale, dal primo gennaio 2016, il salvataggio delle banche a rischio fallimento dovrà avvenire con il supporto dei creditori della banca stessa. Infatti, la normativa europea a riguardo (la Brrd, Bank Recovery and Resolution Directive) stabilisce che non sia il denaro pubblico a dover risanare i conti delle banche a rischio fallimento: pertanto, dovranno essere gli azionisti, i possessori di obbligazioni subordinati e i correntisti con depositi superiori a 100mila euro  a pagare in caso di fallimento (con un contributo pari all’8% per passivo della banca in questione, il restante del passivo invece sarà a carico del sistema bancario attraverso il “Fondo di risoluzione”).

Il salvataggio delle quattro banche già commissariate da tempo e che erano a un passo dal fallimento, pur se scongiura il bail-in sui conti correnti, è avvenuto rispettando la normativa europea recepita dal nostro ordinamento la scorsa settimana:  le sofferenze dei quattro istituti sono confluite in una “bad bank” e ammontavano originariamente  a 8,5 miliardi di euro, che dopo le dovute massicce svalutazioni prudenziali sono arrivati a valere 1,5 miliardi, con l’obiettivo di cederli sul mercato il più rapidamente possibile. Le perdite sono state assorbite dagli azionisti, dagli obbligazionisti subordinati (che sono stati azzerati) e dal Fondo di risoluzione per un totale complessivo di  3,6 miliardi di euro (dei quali 140 milioni saranno necessari a rendere operativa la bad bank, 1,7 miliardi andranno a copertura delle perdite e 1,8 a ricapitalizzare la parte delle banche ripulita dalle sofferenze) che sono stati anticipati da crediti a 18 mesi aperti a tassi di mercato da Unicredit, Ubi Banca e Intesa-San Paolo.

Le quattro banche sono liquidate con procedura coatta, mentre la parte sana del loro bilancio, ripulita dalle sofferenze, andrà a costituire dei nuovi istituti che si chiameranno “Nuova Banca Marche”, “ “Nuova Banca Etruria”, “Nuova Carife” e “Nuova CariChieti”. A presiedere il CdA tutti e quattro i nuovi istituti sarà Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit. L’accordo con la UE prevede che queste nuove banche siano al più presto messe all’asta e vendute con l’obiettivo di ricavare gli 1,8 miliardi spesi per ricapitalizzarle.

Emblematico il caso di Banca Marche:  citata in giudizio presso il Tribunale di Ancona per 282,5 milioni di danni contro gli ex amministratori e l’ex società di revisione Price Waterhouse Coopers, per aver riscontrato “un gran numero di irregolarità, carenze e violazioni commesse da amministratori, sindaci e funzionari che si sono succeduti dal 2006 nella gestione di Banca Marche” in particolare “riferiti a 37 grandi finanziamenti plurimilionari che sarebbero stati concessi a costruttori e imprese marchigiani e non, senza una adeguata valutazione di merito o garanzie”, la banca è finita in dissesto con un buco superiore ai 2 miliardi di euro. La Banca d’Italia, con provvedimento del 27 luglio 2013, aveva disposto la sospensione, in via temporanea, degli organi con funzioni di amministrazione e controllo di Banca delle Marche, ai sensi dell’articolo 76 del Testo Unico Bancario. Il 15 ottobre successivo, su proposta della Banca d’Italia, il Ministero dell’Economia e delle Finanze aveva disposto lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo di Banca delle Marche, e la sua sottoposizione alla procedura di amministrazione straordinaria, resa operativa in data 25 ottobre. Il commissariamento è scaduto dopo due anni, il 13 ottobre 2015 e dopo la bocciatura dell’UE ai piani di salvataggio precedente proposti, la Banca d’Italia ha disposto la risoluzione dell’Istituto come da normativa Brrd approvata dal Governo recentemente.

A pagarne il prezzo maggiore sono i piccoli risparmiatori, famiglie e piccole medie imprese, che si sono visti azzerare le loro azioni (per un totale di circa 1,1 miliardi in totale) e obbligazioni subordinate (circa mezzo miliardo di euro totali). Nel computo totale delle perdite di azioni e obbligazioni, i piccoli risparmiatori si fanno carico di circa 600 milioni di euro, mentre il restante miliardo circa è a carico di investitori e Fondazioni  azioniste di Banca Marche.

Questa vicenda mette in luce tutte la reale situazione del sistema bancario italiano. Oltre a Banca Marche, Banca Etruria, le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, si conoscono altri istituti che non vivono in acque tranquille: Monte dei Paschi di Siena e Banca Popolare di Spoleto su tutte.

Cosa hanno in comune tutte queste banche? Semplice: la vicinanza al Partito Democratico. Il padre del Ministro Maria Elena Boschi era vicepresidente di Banca Etruria e nel complesso, le quote azionarie più importanti di queste banche sono tutte in mano a Fondazioni che fanno capo al PD.

E le altre banche italiane non possono dire di passarsela certo meglio. Ringraziando Paolo Cardenà per il lavoro svolto nel diffondere notizie riguardanti in particolare la situazione di Banca Marche, di cui abbiamo approfittato e usufruito per la realizzazione di questo articolo, concludiamo citando un post pubblicato nella sua pagina facebook:

“8,5 miliardi le sofferenze delle quattro banche “salvate”, che sono state girate alla bad Bank al valore di 1,5 miliardi. Quindi “valgono” circa il 17% del valore nominale. Le sofferenze delle banche salvatrici sono valutate a circa il 35/40%. Ho detto tutto.”

 Marco Muscillo

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