Le elezioni politiche tenutesi nella giornata di domenica 4 marzo, ci hanno consegnato un’Italia spaccata in due e con un centrosinistra prossimo all’estinzione.

Il Paese che ci raccontavano Renzi e Gentiloni, con la complicità di TV e giornali, si è dimostrato un mondo del tutto ideale, che rispecchia soltanto la realtà dei ceti più abbienti e delle multinazionali, ma che è ben lontano invece dalla realtà produttiva del Paese, dove la struttura delle nostre medie e piccole aziende è sempre più in difficoltà e dove disoccupazione e sottoccupazione interessano circa il 30% della popolazione italiana.

Al di là delle polemiche sul reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle, è evidente che la causa del successo del movimento grillino nel sud Italia vada trovata nella precaria situazione economica delle regioni meridionali. È nel Meridione, infatti, dove si concentra maggiormente la maggioranza dei cittadini disoccupati. Il sud, deluso da Renzi, si è tuffato in massa a votare Luigi di Maio, speranzoso che con lui le cose possano finalmente prendere una piega positiva.

Il centrodestra ha trionfato nelle regioni del centro e del nord, mentre ha tenuto botta al sud, dove si è tenuto su percentuali vicine al 20%. Cifre di tutto rispetto, ma che diventano misere dinanzi all’exploit dei 5 Stelle.

La Lega di Salvini, ha vinto il suo duello personale con Berlusconi. Il suo partito ha trionfato non solo nelle sue roccaforti tradizionali di Lombardia e Veneto, ma ha guidato il centrodestra alla vittoria anche nelle regioni del centro, un tempo roccheforti della sinistra. Il partito di Matteo Salvini, alla prima apparizione per le politiche al sud, ha ottenuto ottimi risultati anche al Meridione e non ha potuto costituire un’alternativa al M5S soltanto perché è ancora forte al sud il ricordo dei tempi bossiani e maroniani del “prima il Nord” e della “Padania libera”.

Al di là di tutto ciò, è importante ormai notare la grande fluidità del voto, che può spostarsi da un blocco ad un altro senza limitazioni ideologiche e senza tenere conto della vecchia contrapposizione destra-sinistra. La disfatta del Partito Democratico, insieme allo scarsissimo risultato dei partiti alla sua sinistra, dimostra che i problemi reali delle famiglie e delle persone sono talmente importanti e prioritari che se il prossimo governo a guida pentastellata o leghista dovesse fallire come sono falliti i governi Renzi e Gentiloni, il voto si sposterebbe tutto verso il partito anti-sistema concorrente. Sarà quindi possibile vedere altre débâcle simili a quella del PD: anche i grillini potranno passare dal 32% al 10% se non risolveranno i problemi del Paese, vendendosi rubare così voti dalla Lega, la quale otterrebbe percentuali bulgare anche nel sud.

È necessario quindi che il nuovo governo abbia la piena consapevolezza di quali siano i problemi reali del Paese e abbia la volontà di attuare le ricette necessarie a risolverli. Sono necessarie politiche economiche anti-cicliche, che rigettino l’austerità voluta dalla UE e facciano spesa pubblica a deficit per investire nella detassazione, nella re-industrializzazione e nel miglioramento delle infrastrutture.

È qualcosa che deve tenere a mente soprattutto Luigi di Maio, il quale in questa campagna elettorale ha di molto ammorbidito le posizioni del suo Movimento. Strategia che certamente gli ha fruttato l’ottimo risultato elettorale, la calma dei mercati finanziari dello spread oltre che l’endorsement post-voto di Sergio Marchionne e della Confindustria, ma che allo stesso tempo potrebbe trasformare il Movimento 5 Stelle nel nuovo Partito Democratico (e fargli fare la stessa fine). In questo caso, di Maio diventerebbe soltanto un nuovo Macron e il suo partito avrebbe una storia simile a quella dell’ “En Marche!” francese, che ha sconfitto e estinto il partito socialista, ma che alla fine si è sostituito a questo, inglobando anche la destra centrista e ponendosi su posizioni ancora più moderate.

La stessa proposta del reddito di cittadinanza rischia di essere troppo simile (forse da lì l’hanno copiato) alla Hartz 4 tedesca, dove il sussidio governativo ha il solo scopo di tenere bassi i salari, offrendo a coloro che entrano nel programma lavori poco qualificati e a bassa paga, che devono essere accettati per forza pena la sospensione del sussidio stesso.

In queste righe, si vorrebbe consigliare al prossimo esecutivo di agire nell’interesse nazionale valutando attentamente la situazione europea e internazionale. Commenteremo qui di seguito alcuni fatti che stanno accadendo in questi giorni.

La Commissione Europea rileva “forte squilibrio” nell’economia italiana

Il primo fatto da analizzare è certamente la reazione dell’Unione Europea al voto italiano. Due giorni fa, infatti, la Commissione Europea ha presentato il “pacchetto d’inverno del semestre europeo” con le valutazioni sulla situazione economico-sociale, degli squilibri e delle riforme strutturali degli Stati membri UE. Per l’Italia, i commissari Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici disegnano una situazione difficile, con una crescita che si è rafforzata nel 2017, ma che “è ancora molto sotto la media europea”, e con un debito pubblico che è il secondo più elevato in UE. Inoltre, la Commissione Europea rileva che anche se la competitività esterna è migliorata, la produttività rimane debole e debole rimane lo stato del sistema bancario.

Da qui l’appello al Presidente Mattarella di discutere con i partiti per assicurare un Governo stabile che “permetterà all’Italia di confermare il suo impegno europeo e la sua posizione nel cuore d’Europa”.

Per la Commissione Europea, quindi, qualsiasi sia il Governo che si insedierà in Italia, esso dovrà continuare il lavoro volto alla riduzione del debito pubblico, nel rispetto degli impegni presi. Da notare poi che la Commissione Europea (a differenza di quel che si è discusso durante la campagna elettorale), non tiene conto tanto del limite del deficit al 3% o del pareggio di bilancio in Costituzione, quanto piuttosto pone l’attenzione sul “saldo strutturale”, ovvero il saldo di bilancio corretto per il ciclo economico, ossia al netto della componente ciclica e delle misure di bilancio una tantum (il cui calcolo è assai complicato e astruso e del quale potrete farvi un’idea qui).

Come spiegato in questo ottimo video esplicativo di FEF Academy, date le condizioni strutturali ed economiche del nostro Paese, è possibile utilizzare il calcolo del saldo strutturale per aprirsi margini importanti per gli investimenti e politiche a favore dell’occupazione, riservandosi perfino la possibilità di sforare il tetto del deficit al 3% (che è nominale) pur mantenendo un saldo strutturale in linea con quanto richiesto dalla Commissione Europea, seguendo l’esempio di Francia e Spagna. Sarebbe questa una buona arma che il prossimo governo potrebbe utilizzare in Europa, almeno per i primi tempi, quando è sconsigliato arrivare subito allo scontro frontale con le istituzioni UE.

Trump approva i dazi: gli Usa hanno bisogno di rivalutare il Marco tedesco

Altra notizia importante da analizzare è quella che riguarda i dazi su alluminio e acciaio che il presidente americano Donald Trump ha approvato e che interesseranno anche l’Unione Europa, la Germania soprattutto. Questi dazi (25% sull’acciaio e 10% sull’alluminio) entreranno in vigore tra 15 giorni, fatta esenzione per Paesi come Canada e Messico e altri che potrebbero entrare in questa lista di esenzione come l’Australia.

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di introdurre questi dazi e perché Donald Trump è così deciso a rischiare una guerra commerciale anche con i suoi alleati europei? Sicuramente perché la politica protezionista di Trump vuole proteggere il lavoro degli operai americani, con la stagione obamiana dei grandi Trattati Transatlantici che si appresta ad essere accantonata (a proposito di questo, 11 Paesi del Pacifico hanno firmato il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, un nuovo TPP senza Stati Uniti), ma c’è sicuramente di più: gli USA sono in forte deficit commerciale (566 miliardi di dollari), cioè importa più di quanto esporta e questo a lungo andare crea problemi, soprattutto nell’economia interna. La bilancia commerciale USA deve essere quindi riequilibrata, difendendo la produzione interna USA e limitando le importazioni dall’estero.

Chi è che in UE sta esportando talmente tanto da accumulare record su record di surplus commerciale? I Paesi del Nord, capeggiati dalla Germania.

Ecco il motivo dei dazi americani e la guerra commerciale dichiarata all’Unione Europea. A causa dell’Euro, la Germania è favorita da una moneta che non rivaluta a fronte di elevate esportazioni. Ciò è aggravato dalla politica espansiva della BCE che pur avendo limitato il QE, non ha ancora intenzione di interrompere gli acquisti dei titoli di Stato, ufficialmente perché gli obiettivi inflattivi prefissati non sono ancora stati raggiunti, ufficiosamente perché il QE tiene in vita l’Eurozona e evita il default dei Paesi del sud.

Paesi come Germania e Olanda, quindi, agiscono sui mercati internazionali facendo concorrenza sleale alle altre industrie concorrenti, a causa di un cambio per loro troppo favorevole e che non può nemmeno rivalutarsi. Sono le famose “svalutazioni competitive”, che sono brutte e sbagliate solo quando a farle (è cosa tutta da dimostrare comunque) era l’Italia.

Gli Stati Uniti hanno pertanto bisogno di veder rivalutarsi il Marco tedesco, ed è quindi inutile che dalla UE protestino perché sanno benissimo quali sono i problemi strutturali dell’Eurozona e sanno che la situazione attuale non può rimanere tale a lungo.

Il prossimo governo italiano potrebbe diplomaticamente sfruttare questa situazione, facendosi alleato Donald Trump e chiedendogli un aiuto per riuscire a smantellare l’Eurozona in maniera concordata con gli altri Stati membri UE: sarebbe la soluzione più semplice e più favorevole per tutti, perché le guerre commerciali a lungo andare penalizzano purtroppo tutti i contendenti.

Otto paesi europei rifiutano una maggiore integrazione Ue

Il prossimo governo dovrebbe anche smettere di rincorrere il sogno degli Stati Uniti d’Europa e pensare maggiormente a difendere in Europa gli interessi nazionali, perché gli altri Paesi europei già lo fanno e da tempo hanno abbandonato qualsiasi voglia di integrazione europea.

Martedì scorso, Olanda, Svezia, Finlandia, Danimarca, Irlanda, Estonia, Lettonia e Lituania hanno firmato all’Aia un documento comune nel quale ribadiscono la loro contrarietà al processo di maggior integrazione europea. Essi rifiutano categoricamente i trasferimenti fiscali, il bilancio comune dell’Eurozona e il ministro delle Finanze unico e negano le cessioni di sovranità dagli stati a Bruxelles. Chiedono inoltre il rispetto rigoroso del Fiscal Compact e la trasformazione del MES in un Fondo Monetario europeo con “poteri decisionali saldamente nelle mani degli Stati nazionali”. Inoltre si dichiarano disponibili soltanto all’Unione bancaria e alla riforma dei mercati finanziari.

Questo nuovo fronte capeggiato dal premier Olandese Mark Rutte nega quindi le prospettive di “più Europa” desiderate dall’Italia e dalla Francia di Macron e potrebbero minare definitivamente alla realizzazione del sogno degli Stati Uniti d’Europa. Rifiutare i trasferimenti e il bilancio comune vuol dire rifiutare la creazione di uno Stato unico europeo. E se lo Stato unitario non è realizzabile, a che serve tenere in vita una moneta comune che per funzionare ha bisogno proprio di uno Stato che la gestisce?

Il cavallo di troia degli “European Safe Bonds”: la denuncia dell’Europarlamentare Marco Zanni

Dopo la crisi dello spread e del debito sovrano nel 2011, in Europa si è discusso molto per trovare alcune soluzioni che potessero mettere fine ai rischi di default. Ecco allora che la Commissione Europea, la BCE e le banche centrali nazionali stanno mettendo una proposta per raggruppare parte del debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona in uno strumento chiamato “European safe bond”, che permetterebbe di offrire titoli di stato europei a zero rischio default e totalmente garantiti, una proposta simile a quella degli eurobonds di cui già avete sentito parlare.

Sembrerebbe una cosa bellissima, senonché dietro la bella proposta di facciata si nasconde un rischio maggiore, soprattutto per il nostro Paese. A denunciarlo è Marco Zanni, eurodeputato ex M5S e ora nel eurogruppo della Lega e della Le Pen, e membro della Commissione bilanci e della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo. Intervistato da “La Verità” Zanni dice:

“Il primo problema riguarda la struttura di queste obbligazioni. Gli Esbies infatti sono la sintesi di due strumenti finanziari: i Cdo (collateralized debt obbligation o cartolarizzazione complessa), che hanno contribuito allo scoppio della crisi USA dei subprime del 2008, e i titoli del debito pubblico dell’eurozona, alla base della crisi del debito sovrano del 2010.  Il secondo problema riguarda la sostituzione che gli Esbies avranno sui singoli titoli di Stato nelle banche private italiane. L’ultimo grande problema riguarda il fatto che gli Esbies siano un’altra pericolosissima riforma spinta dalla Germania e dall’Olanda: il bail in degli Stati. Creare degli strumenti cartolarizzati e organizzati in tranche permetterebbe di attenuare gli effetti di un default dentro l’eurozona (cosa fortemente voluta da Schaeuble per la Grecia) istituzionalizzando il bail-in per i titoli di Stato”

Avete capito bene: si sta parlando di default ordinato degli Stati. Esattamente ciò che Jochen Andritzky, segretario generale del Consiglio tedesco degli esperti economici, aveva rivelato in un’intervista al Corriere della Sera e che noi a suo tempo abbiamo riportato qui su L’Opinione Pubblica.

Il prossimo governo italiano è chiamato ad affrontare una situazione molto delicata in Italia e nel contesto internazionale ed europeo. Va rifiutato tutto ciò che può essere dannoso per la sicurezza del nostro Stato e per la tenuta della nostra economia e allo stesso tempo vanno effettuate politiche di piena occupazione e di re-industrializzazione del Paese, cercando appoggi dentro e fuori il continente europeo per sistemare una volta per tutte i problemi strutturali dell’Eurozona, abbandonando i sogni irrealizzabili di più integrazione.

Marco Muscillo

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