Continuando la nostra rassegna dei protagonisti della vittoria finale dell’URSS contro la Germania Nazista, oggi commemorata a Mosca con la consueta parata militare, dopo aver trattato la figura di Georgy Zhukov é d’obbligo passare immediatamente a quella del suo più immediato concorrente per il titolo di migliore comandante dell’Armata Rossa, cioè Ivan Stepanovic Konev.

Nato a Lodenyo, nella parte nordoccidentale dell’Oblast di Kirov, lungo il Volga, anche Konev ebbe umilissimi natali e iniziò da ragazzo a lavorare come boscaiolo fino a quando, nel 1916, non venne arruolato nell’Armata zarista. Anziché alle formazioni di fanteria, però, Konev fu assegnato a un reggimento di artiglieria pesante, venendo anche inviato a Mosca per addestramenti tecnici una volta che ebbe dimostrato versatilità ed efficienza nei compiti ricevuti, e vedendosi promosso sottufficiale giusto in tempo per partecipare alla purtroppo disastrosa ‘Offensiva di Kerensky’ del luglio 1917.

Lo sbandamento delle unità dell’Esercito seguito alla Rivoluzione d’Ottobre vide Konev inizialmente abbandonare l’uniforme e tornare a casa, ma solo per indossare, nel 1919, l’ushanka con la Stella Rossa e contribuire come ufficiale d’artiglieria alle vittorie nell’Estremo Oriente russo, dove ebbe modo di incontrare e di farsi notare da Klimenty Voroshilov, il Generale che divenne plenipotenziario per gli affari militari sovietici dopo la morte di Mikhail Frunze.

Voroshilov, impressionato dalle qualità del giovane ufficiale, lo raccomandò per una serie di corsi avanzati all’accademia militare, che questi completo brillantemente tra il 1926 e il 1931 venendo poi nominato comandante del Distretto Militare del Transbajkal prima e del Nordcaucaso dopo e quindi della Seconda e infine della Diciannovesima Armata.

In questo periodo di formazione, dimostrando il profondo amore e rispetto per l’Alta Cultura che spesso contraddistingue i cittadini russi anche di modesta estrazione, Konev sviluppò una vera passione per la storiografia antica, specialmente per le opere di Polibio e Plutarco, tanto che per tutto il resto della propria vita non viaggiò mai senza una piccola collezione di classici in edizione tascabile, nei quali si immergeva nei momenti di riposo, come a volersi confrontare con le anime dei Grandi dell’Antichità.

Non coinvolto nella debacle finlandese che rovinò la carriera di Voroshilov, Konev venne sorpreso dall’invasione nazista come Comandante della XIXesima Armata a Vitebsk, riuscendo, pur tra mille difficoltà, a condurre una serie di ordinate battaglie di retroguardia fino a Smolensk e quindi a rischierare le proprie forze residue su solide posizioni difensive sulla strada per Mosca alla vigilia dell’inverno 1941.

Ivan StepanovicL’efficacia della sua azione difensiva contro l’Operazione Taifun scatenata dai tedeschi gli fruttò la promozione a Comandante prima del Fronte Occidentale (1942- Febbraio ’43), poi del Fronte NordOccidentale (Febbraio-Luglio ’43) e quindi del Fronte Ucraino dall’estate del 1943 in avanti.

In questa qualità Konev venne coinvolto nell’epica Battaglia di Kursk, con la quale l’Armata Rossa strappò definitivamente l’iniziativa strategica al Comando della Wehrmacht e respinse le armate tedesche profondamente all’interno dell’Ucraina, iniziando quella serie di avanzate che ne avrebbero portato le forze nel cuore della Germania e dell’Europa Centrale.

Dopo Kursk le unità sotto il comando di Konev riconquistarono città da anni occupate dal nemico come Belgorod, Odessa, Kharkov e infine Kiev, la cui perdita nel ’41 era costata la perdita di seicentomila uomini tra morti e prigionieri e subito dopo si distinsero nella durissima battaglia della Sacca di Korsun (Cherkassy), dove in una specie di contrappasso per gli accerchiamenti e gli assedi di tre anni prima, quanto restava del 42esimo Corpo d’Armata del Generale Lieb, dell’Undicesimo Corpo di Stemmermann e del Distaccamento ‘B’ dell’Ottava Armata di Woehler vennero stritolati e distrutti come unità militari coerenti.

Uscendo dall’Ucraina, con l’attacco da Leopoli a Sadomierz, il Fronte Ucraino di Konev conquistò un’importantissima testa di ponte sulla Vistola, riuscendo ad attraversarla quasi contemporaneamente al Fronte Bielorusso di Zhukov e ricevendo quindi il compito di assisterlo da Sud nel suo successivo assalto diretto contro Berlino.

Si dice che Stalin amasse ‘attizzare’ la rivalità professionale tra Zhukov e Konev, spesso impiegandone i Gruppi di Armate in settori contigui del fronte, ansioso di vedere chi sarebbe riuscito a compiere le avanzate più clamorose o ad infliggere al nemico le perdite più pesanti; è certo che, pur rispettandosi da un punto di vista professionale, i due grandi generali russi non si stimassero reciprocamente, in particolare Zhukov, che era partito dal grado di soldato semplice, sembrava ritenere la carriera di Konev troppo ‘dipendente’ dalla protezione ricevuta da Voroshilov.

Tuttavia nell’occasione della battaglia per la capitale del Reich Konev si comportò in maniera altamente corretta, mantenendo il grosso delle sue forze gravitanti verso la Cecoslovacchia e Praga e non iniziando una personale ‘corsa per la gloria’ nemmeno quando il rinculare della IVa Armata di Schoerner gli aprì la teorica possibilità di lanciare alcune sue unità verso il centro della metropoli nemica, anzi, una parte delle sue forze schierate sul fianco Nord si unirono ordinatamente alle unità di Zhukov avvolgendo e isolando la grande città nemica.

Il 26 aprile fu una Divisione dell’Ordine di Battaglia di Konev, la 58esima di Fanteria della Guardia (Quinta Armata) a incontrare a Torgau, a SudOvest di Berlino, le prime avanguardie della 69esima Divisione di Fanteria americana (1st Army), fornendo ai fotografi di Life e Star and Stripes l’occasione di realizzare i famosi scatti di Strelkovy e G.I. che si abbracciano e si scambiano bevande e sigarette.

Un breve periodo come Alto Commissario sovietico per l’Austria e Primo Viceministro della Difesa dell’URSS non esaurirono completamente la carriera post-bellica di Konev, che, schieratosi come l’ex-collega Zhukov con la fazione anti-Beria dopo la morte di Stalin non venne immediatamente ‘pensionato’, continuando a servire come Comandante Supremo delle forze di terra sovietiche, Comandante in Capo del neonato Patto di Varsavia e supervisionando personalmente l’intervento del 1956 in Ungheria.

In seguito, pur mantenendo una grande visibilità pubblica e una grandissima popolarità, venne destinato a incarichi cerimoniali come Ispettore Generale del Ministero della Difesa.

Nel 1969, quattro anni prima della morte, fece pubblicare il proprio memoriale di guerra, limitato agli eventi dell’ultimo anno di lotta e perciò intitolato semplicemente “Quarantacinque”; con quell’asciuttezza ‘latina’ che certamente aveva imparato ad apprezzare nelle sue frequentazioni dei Classici.

Paolo Marcenaro

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