Karl Marx, a metà Ottocento, divideva il mondo in salariati e padroni. Non aveva tutti i torti: l’urbanizzazione e l’industrializzazione erano fenomeni all’inizio del loro sviluppo, e le masse contadine che divenivano proletarie, erano per lo più omogenee.  Sono passati quasi due secoli da quando il filosofo tedesco scriveva, e oggi le condizioni dei lavoratori europei sono molto diverse: i diritti sociali hanno avuto periodi di sviluppo e recessione, ma tutto sommato rimangono ancora in piedi, seppure la loro esistenza sia agli sgoccioli. Sarebbe stato impossibile, nel 1867* immaginare le assemblee di fabbrica, la sanità e l’istruzione universalizzate e il diritto alla libera associazione politica e sindacale .Quello che ci preme dire in questa sede, è che ora i campi che all’epoca di Marx erano omogenei (Salariati e padroni) ora coltivano delle notevoli diseguaglianze al loro interno. La sinistra europea, però, chiude gli occhi: dopo aver fatto abiura d’ogni principio e metodologia propria del marxismo classico, difende tenacemente l’idea che il mondo sia diviso in due poli contrapposti. Facciamoci, allora, qualche domanda:

Come fa notare l’economista Thomas Piketty**, il peso di salari e capitali sul PIL francese, è pressoché invariato dalla metà degli anni ’90 a oggi. Il salario pesa il doppio del capitale, eppure in Francia le fasce di povertà aumentano. Come spiegarsi questo fenomeno? La risposta è molto semplice: alcuni salariati sono più retribuiti di altri, e alcuni capitali sono più vasti di altri. Se la risposta è semplice, non lo è, però, la soluzione, tanto meno la comprensione del fenomeno. I lavoratori dipendenti, o salariati, sono una categoria fortemente eterogenea: Marchionne, checché se ne dica, è un dipendente. Percepisce certo un compenso mostruoso, ma non si tratta di capitale o profitto, bensì di stipendio. Anche α, operaio dell’azienda X, è un lavoratore dipendente eppure guadagna anche 20 volte meno rispetto al dirigente della FIAT. Questo si può spiegare in tre modi, che analizzeremo in almeno una parte delle loro sfumature:

  • Alcuni lavori sono più ricercati e retribuiti degli altri. Vale, in un’azienda, più un uomo che ne sposta i soldi e capitalizza che un uomo che produce materialmente i prodotti dell’azienda.
  • Le aziende sono sempre più simili alle banche, e viceversa. Con l’economia finanziaria senza controllo, chi produce la ricchezza non è l’operaio, ma il rentier.
  • Senza un tetto massimo e una copertura minima agli stipendi dei lavoratori dipendenti, le diseguaglianze sono destinate a crescere. Questo meccanismo è voluto, perché aumenta le divisioni interne ai ceti non proprietari e dei salariati in generale.

Il punto 1 e il punto 2 sono strettamente collegati: il produttore della ricchezza non è più l’operaio, ma il rentier, il broker. Chi gioca in borsa crea ricchezza, non chi costruisce il prodotto: la vendita di un oggetto è meno remunerativa della fluttuazione di capitale attraverso gli attivi finanziari. Quindi, i motti “Potere a chi lavora” e “Ai produttori il prodotto del loro lavoro”, sono pienamente rispettati. L’area di pensiero socialista, per vincere la battaglia contro le diseguaglianze, deve inventarsi nuove prassi e nuovi motti. Il punto 3, invece, contiene il germe della possibile risposta al problema: c’è bisogno di stabilire un limite massimo agli stipendi, per impedire che lievitino senza barriere, e anche un tetto minimo. Senza un salario o reddito minimo, infatti, è impossibile compattare la griglia salariale per restringere le diseguaglianze. Ma la sinistra non vede tutto questo, e le uniche “diseguaglianze” che vuole abolire sono quelle tra i sessi. In realtà, oltre la morale che si nasconde dietro questa battaglia, comprimere e ridurre le diseguaglianze in un paese serve ad allargare la possibilità dei cittadini di partecipare al mercato, consumare e di conseguenza creare occupazione attraverso le industrie che producono beni reali. La lotta contro le diseguaglianze a favore di un consumo e una partecipazione economica allargata, devono però muoversi su due fronti: Il primo è quello di stabilire, come già detto, tetto minimo e massimo agli stipendi, il secondo è quello di ridare peso all’economia reale mettendo sotto stretta sorveglianza quella finanziaria. Centinaia di miliardi di dollari sono nei database dei computer dei grandi investitori, senza che essi abbiano alcun effetto sull’economia reale di un paese. Se un paese potesse consumare di più, l’industria dovrebbe necessariamente ripartire, creando occupazione, eliminando progressivamente le importazioni a favore dell’indipendenza economica nazionale. Sta però ai dirigenti politici, ora, capire che non tutti i salariati sono buoni, e che qualche piccolo imprenditore potrebbe invece essere un buon alleato.

*Anno di uscita del Capitale

**Il concetto proposto appare nel libro “Si puo’ salvare l’Europa?” edito dalla Bompiani

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