Una foto di Jennifer e Sarah Hart coi loro figli adottivi.

Negli ultimi dieci anni, in curiosa e non casuale concomitanza con la disgregazione economica indotta dai “piani alti” globalisti, si è assistito a una parallela e progressiva disgregazione della famiglia e dei suoi fondamenti basilari, ormai chiamati “tradizionali” come se fossero dei prodotti tipici in estinzione. Una martellante campagna ideologica, attuata con ogni mezzo, ha spacciato per possibile ogni modello familiare che esulasse dal classico schema marito/moglie/figli. I diritti LGBT, da legittime recriminazioni da parte di categorie sociali da sempre perseguitate, sono diventati col tempo il “cavallo di troia” per distruggere l’ultima barriera identitaria umana contro la logica dell'”uomo fluido”, cioè la famiglia classica (ormai dobbiamo giocoforza chiamarla anche noi così).

Ma non si tratta solo di mescolanza sessuale: anche origini e identità devono essere disgregate e mischiate in un enorme melting pot. I media, ormai mero megafono delle élites “ordoliberiste”, sono schierati compatti a favore di questo processo di atomizzazione generale delle identità umane. Occorre partire da questa premessa per capire come mai in Italia la strage della famiglia Hart sia emersa nei media italiani solo un anno dopo, peraltro omettendo, con un clamoroso quanto curioso autogol, che le due donne formassero una coppia anche nella vita (Carta di Roma docet).

Jennifer e Sarah Hart erano sposate da diversi anni. La prima, in particolare, aveva un tipico passato da femminista ultraradicale: assaltava i negozi con una motosega e tagliava i capezzoli ai manichini femminili, considerati “sessisti”. Col tempo, le due avevano formato una “famiglia alternativa”, adottando dei bimbi di colore. L’intenzione, nemmeno tanto velata, era quella di dimostrare come si possa creare una famiglia da elementi completamente diversi e aggirando ogni problematica etica e psicologica, in nome di una sorta di ideologia “no borders” applicata ai legami umani. Niente confini, niente barriere, nè umane nè materiali. “Solo amore”, come recita la dialettica hippie-chic. E, in effetti, ci erano riuscite, almeno da quel che appariva in pubblico. La coppia aveva una pagina Facebook venerata dagli esegeti del melting pot umano, con tanto di foto felici e magliette con slogan sorridenti, del genere “tutti insieme appassionatamente”. Alcune foto erano diventate virali, con uno dei bimbi che esponeva il classico cartello “revolution” o che abbracciava un poliziotto bianco.

Due donne omosessuali bianche e sei bambni di colore: una pacchia da copertina per la propaganda global. Peccato che la natura, le identità, le pulsioni umane escano rispettivamente fuori a recriminare il loro ruolo quando qualcuno cerca di minimizzarle in nome del “tutto è possibile”, concetto alla base dell’umanità fluida neoliberista. La realtà in quella casa era ben diversa. Le due avevano già adottato una ragazzina anni prima con esiti disastrosi, abbandonandola al suo destino. Ciononostante non avevano fatto un passo indietro e avevano adottato negli anni non uno, ma ben sei bambini, a volte a scapito di parenti di colore (zie, nonne) che erano sulla carta più adatti e vicini alle esigenze dei piccoli. La più determinata della coppia, Jennifer, gestiva la sua “famiglia feticcio” con il pugno di ferro. I bambini, provenienti da contesti difficili e ben diversi da quelli di due donne appartenenti alla middle/upper class bianca di sinistra, venivano regolarmente maltrattati, tenuti continuamente in casa, denutriti (pare anche a causa del veganesimo estremizzato delle due) e sottoposti ad abusi continui. Persino le foto su Facebook (non sorprendentemente) erano costruite artificialmente: spesso i bimbi venivano costretti a sorridere, il set delle scenette familiari era accuratamente preparato, pennarelli, giochi, mani piene di colori per mostrare il trionfo della “società arcobaleno” sul retrogrado mondo omofobo e razzista. E le due non mancavano di scriverlo nei loro post trendy e pieni di like festosi. Ma dopo quelle foto, i piccoli tornavano nelle loro camerette, come dei piccoli bambini-soldato arruolati per una lotta di principio: quella “multicolore” della coppia Hart, ansiosa di dimostrare al mondo la propria rivincita.

C’è di tutto in questa storia: gli arroganti e deliranti desideri dell’ideologia “fluid gender” LGBT (uteri in affitto, maternità surrogata, adozioni improvvisate), il senso di colpa della “white class” di sinistra che in realtà cerca di soddisfare il proprio narcisismo, le umane frustrazioni di chi si ostina a forzare la mano pur di ottenere qualcosa che, giocoforza, non può essere ottenuto. E i nodi vengono al pettine il 26 marzo 2018. Le due, dopo aver drogato se stesse e i bambini, si lanciano con un van in un precipizio. Una fine alla Thelma e Louise, ma questa volta non c’è nessun maschio meschino ad inseguirle: anzi, con loro ci sono sei bambini di colore innocenti. Morti per il capriccio e la frustrazione di chi non vuole guardare in faccia la realtà.

Ovviamente questo caso di cronaca non vuole essere una “reductio ad Hitlerum” dei nuclei familiari “arcobaleno” (tattica quasi sempre, invece, utilizzata da questi ultimi per ridurre i critici appunto a razzisti e fascisti). Nondimeno è un caso assolutamente esemplare che racchiude in sè tutte le dinamiche presenti nelle ideologie multiculturali/multigender. Le dinamiche interculturali, sessuali, interclassiste e personali non possono essere aggirate con una semplice scrollata di spalle. E se qualcuno obietterà che è un caso singolo di fronte alla strage quotidiana della vituperata “famiglia tradizionale”, vale la pena fargli leggere qualche dato sulle violenze domestiche nei rapporti “same-sex”, numericamente analoghe a quelle delle coppie tradizionali (perché l’uguaglianza non c’è soltanto nel bene, ma anche nel male).

Una cosa è sicura: la retorica multicolore, ancora una volta, subisce un duro colpo. E viene meno, al contempo, la superiorità morale di chi accusa il “mondo tradizionale” di ogni nefandezza, nascondendo per bene il proprio marciume interno. Finché questo non viene fuori, chiendendo in cambio delle vite che non avevano certo chiesto di essere “salvate” dagli esportatori di civiltà alternative. In quel precipizio, oltre al van della famiglia Hart, sta finendo anche il turbine di assurdità di una società in declino. Una tragica lezione che, almeno credo, non servirà ad aprire gli occhi ai ciechi.

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