L’Arabia Saudita non solo si è sparata in un piede, ma è anche riuscita a far rimbalzare il proiettile fino agli Usa e ‘impallinare’ con quello uno dei “pet project” preferiti di Obama, cioè l’industria dell’estrazione del petrolio di scisto, che avviene tramite la controversa procedura di fratturazione idraulica, detta “fracking” in lingua anglosassone.

È infatti dall’estate del 2014 che Riyadh ha iniziato a inondare i mercati mondiali di inusitate quantità di greggio, con l’intenzione (che incontrava la piena approvazione della Casa Bianca) di schiantare l’economia russa, percepita sulle rive del Potomac come un traballante carrozzone totalmente legato alla continua esportazione di idrocarburi: una volta abbassata la redditività di quel cespite, teorizzavano le Teste d’Uovo washingtoniane, l’intero edificio si sarebbe sgretolato esattamente come accadde nella seconda metà degli anni ’80 con l’URSS, che aveva la sua massima fonte di reddito nell’export petrolifero e che la vide soffocata dal ‘glut’ generato da Iran e Irak impegnati nelle ultime, sanguinose, costosissime fasi della Guerra del Golfo, che forzavano entrambe i contendenti a esportare enormi quantità di greggio anche oltre e al di fuori di qualunque sistema di quote OPEC.

Anche in questo caso si nota come al di là dell’Atlantico non sia mai stato fatto nessun vero passo avanti per uscire dalla mentalità “da Guerra Fredda”, visto che una pedissequa riproposizione di quello scenario di trent’anni fa era totalmente inapplicabile alla realtà attuale per diversi ottimi motivi: a) Il fatto che nel 1985 al
Cremlino sedesse l’ondivago travicello Gorbachev e oggi invece sia insediato Vladimir Putin, b) il differente ruolo geopolitico della Cina, c) la ben diversa situazione economica odierna della Russia rispetto a quella dell’URSS degli Ottanta.

Come scrivevamo molti mesi fa negli anni ’80 gli Usa beneficiavano ancora di quel vero e proprio ‘asso pigliatutto’ politico e strategico lasciato loro in eredità da Henry Kissinger che era il perdurante “Sino-Soviet Split”, con Beijing se non propriamente ‘alleata’ di Washington, quantomeno fortemente e fermamente antisovietica, mentre oggi le relazioni tra i due ‘Giganti d’Oriente’ sono ottime, come confermato dalla gran massa di accordi bilaterali Mosca-Beijing ratificati anche solo negli ultimi mesi e dalla scelta della Repubblica Popolare di eleggere la Russia a suo fornitore privilegiato di petrolio sia per le necessità interne di un’economia che, sola al mondo, “tira” ancora con ritmi di crescita superiori al 5 per cento annuo (e che in termini di valore monetario assoluto genera più sviluppo oggigiorno che negli anni della crescita ‘a doppia cifra’ di un decennio addietro) e per la costituzione di una ciclopica “riserva di emergenza” che dovrebbe consentire al Regno di Mezzo di continuare a funzionare economicamente per alcuni anni persino in caso di catastrofiche distruzioni dei normali sistemi di approvvigionamento energetico.

I responsabili dell’industria estrattiva russa non hanno alcun timore di ulteriori abbassamenti di prezzo fino ai venti dollari Usa per barile e, stando a simulazioni effettuate di recente, potrebbero essere in grado di ricavare ancora utile persino se il greggio si svalutasse ancora fino a costare nove dollari per barile; certo, non ne sarebbero entusiasti (l’ideale sarebbe un barile prezzato attorno ai 50-60 dollari), ma il fatto che dopo il tentativo di ‘attacco al rublo’ portato tra dicembre 2014 e gennaio 2015 la divisa nazionale russa, pur recuperando molto, si sia mantenuta un po’ più debole rispetto alle altre monete internazionali aiuterebbe ulteriormente Mosca, che si fa pagare il petrolio in monete straniere e poi le converte in rubli per finanziare le proprie spese interne (avendone quindi a disposizione una quantità non poi troppo diversa contro un minor valore in valuta straniera).

Chi invece ha subito per intero le conseguenza del rischioso e avventato ‘blitz’ da sovrapproduzione petrolifera é stato in primo luogo il suo diretto responsabile, il reame saudita, che, dissanguato dagli ingenti costi del mantenimento dell’aggressione terroristica alla Siria, dalle spese e dalle perdite derivanti dal proprio avventato intervento militare in Yemen, e dai crescenti costi per garantire la quiescenza sociale interna, ha per la prima volta dovuto far ricorso al mercato internazionale del debito per coprire un deficit interno del 20% per le spese preventivate dal budget 2015 (e chi sa rivelatesi superiori di quanto, visto che le previsioni negative spesso e volentieri peccano per ottimismo).

In secondo luogo, il ‘boomerang’ lanciato da Riyadh, ha colpito, e ha colpito duro anche Oltreoceano, “falciando” 70mila posti di lavoro e costringendo nell’ultimo trimestre del 2015 ben nove compagnie americane di ‘fracking’ a portare i libri in tribunale, rivelando perdite per oltre 2 miliardi di biglietti verdi. La natura dell’industria del petrolio di scisto é infatti tale che una volta che si é iniziato a pompare acqua in un ‘giacimento’ l’operazione non possa mai e poi mai venire messa in pausa o interrotta, pena la penetrazione di agenti estranei negli strati di terreno fratturati che si mescolano agli idrocarburi intrappolati corrompendoli e rendendone impossibile il successivo recupero: quindi, se io sono una compagnia estrattiva del petrolio di scisto e ho iniziato ad “attaccare” un giacimento da cui estrarre un barile di petrolio costava 80 dollari di costi vivi quando il prezzo internazionale del greggio era 120 dollari per barile (circa nel 2009) io avevo un guadagno netto di 40 dollari per unità estratta, ma, appena il costo del barile internazionale ha iniziato a precipitare sotto gli 80$ (grossomodo dall’anno scorso), non solo non posso smettere di estrarre (e la mia produzione contribuisce direttamente a deprimere sempre più il prezzo del barile), ma con 40 e passa dollari di costi incompribili per barile estratto, tutto il mio ‘business’ si trova tra l’incudine e il martello, una scomoda posizione da cui solo un tempestivo rialzo dei prezzi globali potrebbe riscattarlo.

Ora si sa che tale rialzo non vi sarà, non solo nel corso del 2016, durante il quale anzi, si potrebbe avere un’ulteriore discesa, ma quasi sicuramente nemmeno entro il 2020, anno per cui sarà già tanto se verrà mantenuta, dollaro più o dollaro meno, l’attuale asticella del prezzo.

Usando una metafora vetusta e persino “orientalistica” si può concludere che Riyadh abbia fatto uscire dalla folkloristica lampada un ‘genio’ che non sa più controllare e che, per di più, ha anche gravissimamente danneggiato chi di Riyadh stessa si compiace di considerarsi ‘controllore’, mentre il loro bersaglio principale, cioè Mosca, pur non completamente incolume, é riuscita finora a negoziare le secche più pericolose di una situazione che avrebbe dovuto schiantarla e distruggerla.

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