Il calcio italiano oggi ha perso molti punti e viene spesso poco considerato, sia in termini economici/societari, sia in rapporto all’aspetto tecnico-tattico. In altre parole, il nostro gioco non è solo limitatamente apprezzato ma viene oltremodo declassato partendo proprio da chi lo dirige e gestisce.

Quando la Serie A era ambita da tutti

L’Italia ha sempre avuto una posizione di rilievo nel panorama calcistico passato e moderno. Chi ha buona memoria ricorderà come il nostro gioco all’italiana abbia avuto il suo periodo d’oro, personaggi da panchina ma di caratura internazionale e autentici fenomeni in campo, sia di stampo nostrano che straniero. Il calcio azzurro non si è smentito per decenni, evolvendosi secondo le esigenze delle circostanze, seppur con poco appeal in termini di spettacolo, esso era inevitabilmente un magnete per i giocatori all’estero, i quali, una volta tentata la strada Europea imboccavano sempre e comunque quella italiana. Si parla quindi non solo di giocatori spagnoli francesi o tedeschi, l’élite del vecchio continente, ma anche e soprattutto di calciatori sudamericani.

Si potrebbero fare numerosi esempi, tra questi, partendo dagli anni ’50 a oggi: Sivori, Altafini, Schiaffino, L.Suarez, Hansen, Liedholm (prima da giocatore e poi da allenatore), Zico, Matthaus, Platini, Maradona, Rijkaard, Van Basten, Ronaldo (O Fenomeno), Batistuta, Zidane, Shevchenko e per finire Ibrahimovic. Ricordando solo alcuni nomi (la lista sarebbe ancor più lunga), si evince come il nostro calcio abbia affascinato a lungo i paesi che lo circondavano, rappresentando sempre e comunque il punto d’arrivo, o per meglio dire l’apice di una tipica carriera calcistica. Chiunque volesse mettersi davvero in mostra, fosse egli un difensore, un centrocampista o un attaccante, sapeva perfettamente come il campo italiano sarebbe stato il banco di prova finale per essere riconosciuto a tutti gli effetti un gran calciatore. La Serie A divenne perciò nel corso degli anni un ambizione sempre crescente tra i calciatori provenienti dall’estero, desiderosi di testare le proprie capacità solamente dopo un percorso ben strutturato, nel campionato più difficile dell’epoca.

Dal recente passato ai giorni nostri

La prima differenza sostanziale che possiamo scorgere da quel recente passato ai giorni nostri, è il ribaltamento delle parti. Se circa un decennio fa i grandi calciatori puntavano con un occhio di riguardo il nostro campionato, oggi è vero il contrario.

I pochi talentuosi che si discostano dalla massa prediligono il calcio estero, indirizzandosi in tornei spagnoli o inglesi, prosperosi di possibilità e ingaggi maggiori. Avviene dapprima un acquisto dalle rilevanti società straniere per accaparrarsi il talento in erba (o il fuoriclasse maturo), e in seguito una rivendita alle nostre società del medesimo giocatore oramai in fase di declino. Succede per giocatori nati e cresciuti qui, e nuovamente per gli ex Top Player. Le società nostrane vengono perciò beffate in entrambe le situazioni, costruendo un circolo in perdita che non sembra avere fine, in quanto il nostro campionato è divenuto nel corso di un decennio un punto di riciclo di vecchie glorie e giocatori oramai poco rilevanti.

Giovanili, il vero problema del movimento calcistico italiano

Il problema di fondo che sembra primeggiare su tutti è quello inerente alle giovanili, categoria bistrattata e spesso lasciata ai margini. A differenza delle cantere spagnole o di quelle teutoniche, oggi stracolme di talenti pronti e affamati di gloria, quelle azzurre sembrano vuote e malconce.

Non si investe nel settore giovanile, forse per poca fede o probabilmente perché vi è la tendenza a ricercare il calciatore “fatto e finito”, ovvero quel giocatore che ha già un bagaglio proprio di esperienze e che può essere in grado di integrarsi in una rosa da massima serie senza incontrare serie difficoltà.

E qui sta il secondo errore che azzera le possibilità di crescita del nostro calcio attuale. Il mare magnum di calciatori internazionali presenta spesso più insidie che vantaggi, perché eliminando dal contesto i cosiddetti “top player” (oltremodo esosi in termini di acquisto e ingaggio), il mercato estero offre infinite possibilità di “calciatori occasione” che non sempre si rifanno alle caratteristiche ricercate dal club, ma che in un primo momento dal punto di vista economico appaiono convenienti.

Diventa perciò un problema gestionale nel momento stesso in cui il giocatore entra in squadra, anche se l’errore a monte è societario. Negli ultimi anni questo “fenomeno di opportunismo” si è fatto costante, spesso si macchiano di tali errori proprio le società più importanti, come: Juventus, Milan e Inter. Logicamente non solitarie in un mercato che investe tutti senza esclusione.

Ma se tale tattica finanziaria può essere recepita in modo ragionevole dai club minori, diverso è il discorso per le società maggiori. Molti imputano questo cambio di marcia e di amministrazione, all’entrata in scena di personaggi che nulla hanno a che fare con il mondo del calcio, bensì vicini al mero business. Prendendo per vera tale ipotesi e confutandola, si deve prendere in considerazione il fatto che alcune famiglie importanti hanno sì lasciato la direzione societaria a banche o magnati (la famiglia Sensi per la Roma e i Moratti in favore di Erick Thoir), ma altre come gli Agnelli e Berlusconi rimangono sempre attive e al centro della propria amministrazione.

Il problema gestionale

L’elemento da sottolineare a questo punto è la scelta oculata della spesa per il club, dettata sostanzialmente da due motivi: il fair play finanziario (introdotto specificatamente nel 2011) e dalla crisi finanziaria globale che dal 2008 ha colpito tutti indistintamente, calcio compreso.

Dovendo far fronte a determinate soglie, la spending review rappresenta un limite rilevante, anche se, come visto la problematica basilare è la gestione della spesa non costruttiva. Legata ad essa permane un altro problema, strettamente correlato, ossia il rendimento delle varie compagini italiane in Europa.

Qui il discorso resta irrimediabilmente cupo, in quanto da alcuni anni le squadre italiane faticano a spiccare tra le squadre che contano, venendo spesso (e sfortunatamente) superate da club stranieri di ogni livello.

Le difficoltà in Europa

Analizzando frettolosamente l’ultimo decennio appena trascorso, sobbalza agli occhi come in soli dieci anni l’Italia abbia vinto solamente due volte la Champions League (Milan 2007 – Inter 2010). Nel secondo caso, il Treble messo a segno, è un lavoro di stampo prettamente straniero, in quanto i giocatori italiani presenti in rosa non hanno disputato partite rilevanti, con eccezion fatta per Balotelli.

Guardando ai risultati in termini di posizioni, nuovamente si può constatare come le squadre italiane dal 2011 in poi non siano riuscite per quasi quattro anni consecutivi a superare i quarti di finale di Champions League, portando solamente una squadra a quel turno. In Europa League, con la sola esclusione dell’anno scorso, le squadre italiane non hanno più raggiunto le semifinali, uscendo sempre prima dalla competizione. L’ultima vittoria in questa manifestazione UEFA risale alla stagione 98/99 con il Parma di Malesani.

La rivoluzione tattica del calcio moderno

Proseguendo con l’ultimo punto, ovvero il cambio tattico e di ruoli che sta avvenendo, vi è senz’altro una trasformazione difensiva drastica.

I nostri difensori, conosciuti da sempre come i più arcigni, nel corso di questi anni sono divenuti l’ombra dei loro predecessori. I terzini non pressano più allo stesso modo, e questo porta inevitabilmente a subire gol nella maggioranza dei casi da cross (solitamente dai tre quarti). I difensori centrali non sembrano più capaci di “sentire l’avversario”, di interpretarne le mosse e di scardinare gli schemi offensivi di altri club stranieri (spesso più vari rispetto ai nostri).

Parlando di attacco oggi non vi è più un calciatore offensivo letale, quel centravanti che gioca rivolto verso la porta. Proprio come il difensore gli viene richiesto di giocare la palla, comincia la manovra 20 metri prima e si propone spalle alla porta. In questo modo, chi non ha sufficiente tecnica e dribbling, non punta al difensore e perde conseguentemente il fiuto per il gol.

Cambiamenti che portano a considerare oggi giocatori oramai in fase calante o addirittura prossimi al ritiro come: Toni, Pirlo, Barzagli, Di Natale ecc, dei Top Player nei propri reparti. Certamente calciatori di peso che all’apice della propria carriera hanno dato molto in termini di quantità e qualità, ma se oggi in Seria A riescono ancora a fare tutta questa differenza, forse il campionato italiano non è più quello conosciuto.

Il ranking FIFA è un’altra nota dolente, a livello di club tra le prime dieci vi è soltanto la Juventus, all’ottavo posto, mentre per quello nazionale l’Italia occupa addirittura la 15esima posizione. Una classifica desolante che non lascia adito a dubbi, il calcio italiano ha perduto lo scettro, e nonostante un anno più soddisfacente in rapporto alle posizioni conquistate dalle italiane in entrambe le manifestazioni UEFA, nessuna vittoria è giunta. Il cammino bianconero, come quello del Napoli e della Fiorentina in Europa League rimane una stagione sicuramente più esaltante rispetto a quanto visto negli ultimi anni, potrebbe essere il punto di una rinascita oppure un fuoco di paglia.

L’impoverimento tecnico del calcio italiano

Anche quest’anno il pallone d’oro non ha visto nessun calciatore italiano nella lista, è dal lontano 2006 che non accade, quando fu proprio il nostro ex capitano azzurro Fabio Cannavaro a trionfare in quella magica notte, con lui gareggiava anche l’attuale capitano Buffon.

Da quel giorno fatidico sono trascorsi dieci lunghi anni, nei quali appunto, dopo la vittoria mondiale, vi è stata una discesa inesorabile agli inferi per il calcio italiano. Il popolo italico da allora sogna e spera che quel gioco che ci ha fatto conoscere al mondo ritorni, magari sotto mentite spoglie, forse più forte e vitale di prima. Per fare questo si deve anzitutto cambiare prospettiva di spesa e gestione, puntare dal basso e da quelle giovanili che troppe volte abbiamo lasciato in un angolo, convinti che solamente l’esterno ci possa dare quel che ci occorre. Rifiorire la gioventù con dedizione e sacrificio permetterà un ringiovanimento non solo del campionato italiano, con più presenze azzurre nei vari club ma soprattutto della nazionale.

In questo modo non si dovrà più ricercare altrove il meglio, ma lo si coltiverà direttamente qui. Una volta che i vari talenti saranno debitamente cresciuti allora queste generazioni sapranno di nuovo farci sognare, ancora una volta, forse dipingendo nuovamente il cielo di azzurro in una calda sera d’estate.

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