Joe Biden è stato eletto 46esimo presidente degli Stati Uniti. Il senatore di lungo corso torna alla Casa Bianca dove per otto anni è stato il braccio destro di Barack Obama. Al suo fianco per la prima volta ci sarà una vicepresidente donna, Kamala Harris. La vittoria, non ancora riconosciuta da Donald Trump, che ha annunciato azioni legali e richieste di riconteggio dei voti, è arrivata dopo quattro interminabili giorni. La fatidica soglia di 270 Grandi elettori necessaria per conquistare la Casa Bianca è stata raggiunta con il successo in Pennsylvania, che per giorni era apparsa saldamente in mani repubblicane. La “svolta”, auspicata da decine di media militanti e think tank influentissimi con campagne milionarie, è destinata ad incidere sugli equilibri internazionali.

Biden non è un rivoluzionario. E’ un uomo d’apparato, anche più di Trump, con solidi legami con quel deep-state che è il vero estensore della politica estera statunitense. Parafrasando Gore Vidal, è l’altra ala destra di quell’aquila che è la democrazia americana. Se l’annunciata ‘onda blu’ non c’è stata, è ancora meno probabile che ci sia quella ‘arcobaleno’. Per essere chiari e brutalmente sintetici, è il caso di ricordare che l’anziano democratico ha appoggiato l’intervento americano in Jugoslavia tra il 1994 e il 1995, promosso insieme al repubblicano John McCain, suo grande amico, la ‘Kosovo Resolution’ del 1999 (il via libera alla guerra contro la Serbia dato all’amministrazione Clinton), avallato l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e votato a favore dell’autorizzazione all’uso della forza contro Saddam Hussein e l’Iraq nel 2002,salvo poi ravvedersi qualche anno dopo, a disastro già compiuto.

Sull’agenda di Biden sono ben evidenziate due scelte care ad un ben determinato apparato economico-politico-finanziario: l’immediato ritorno degli Usa nell’Oms, abbandonata da Trump perché accusata di essere troppo filo–cinese e poco limpida nella gestione dell’emergenza Coronavirus e l’accordo di Parigi sul clima.

Tantissime le attenzioni che osservatori di grido, artisti, influencer e social media stanno riservando a Kamala Harris, la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente nella storia americana. La ex procuratrice, di origini afroasiatiche, era nel ticket democratico. Anche nel suo caso, non ci troviamo certamente al cospetto di un personaggio anti-sistema.

Delle posizioni della Harris in tema di giustizia penale e regime carcerario ha scritto Lara Bazelon, docente di Legge, in un pezzo sul ‘New York Times’ intitolato “Kamala Harris Was Not a Progressive Prosecutor”. Nel 2015 si è opposta a una legge che richiedeva al suo ufficio di indagare sulle sparatorie da parte dei poliziotti. Punto di forza della senatrice è la comunicazione. Molte persone che lavorano adesso nel suo staff hanno in precedenza lavorato per Hillary Clinton. La Harris può contare anche sul supporto decisivo della sorella Maya, commentatrice della MSNBC e membro del Council on Foreign Relations (CFR).

L’establishment di Washington non consentirà cambi di spartito sostanziali nei rapporti con i tre antagonisti principali degli States: Cina, Iran e Russia. A Trump non è stata perdonata una politica estera confusionaria, troppo urlata e poco adeguata a garantire gli interessi dell’imperialismo a stelle e strisce in un contesto internazionale che ha visto rafforzarsi nuovi attori.

Chi parla di svolta in senso “progressista” e pacifista degli States, dovrebbe dismettere gli abiti pacchiani del tifoso illuso e fanatico per indossare quelli più sobri dell’osservatore, riflettendo e meditando sulle posizioni realmente espresse dal neo presidente statunitense. Biden ha più volte scavalcato Trump a destra, accusandolo di non essere stato risoluto nella gestione delle crisi internazionali degli ultimi anni: dal tentato golpe in Venezuela allo scontro con la Corea del Nord, dal contenimento della Cina all’offensiva contro la Russia, fino al coinvolgimento nel conflitto siriano.

Il Deep state ha di nuovo un falco di fiducia alla Casa Bianca: è la ‘colomba’ Biden.

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