Recep Tayyip Erdogan

Il nuovo anno è iniziato fin da subito alcune importanti novità in merito all’azione dei gruppi legati al fondamentalismo islamico e dediti ad azioni terroristiche in varie parti di quella vastissima area centroasiatica che va dalla Turchia allo Xinjiang, passando per il Caucaso e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. Si tratta di un’area, come dicevamo, immensa, e della quale tuttavia nel nostro paese ancor poco si parla; ma ciò è indubbiamente un male, poiché essa ospita al proprio interno un immenso patrimonio economico (non soltanto energetico, sebbene esso sia al momento quello forse più considerato e con oltretutto un potenziale ben più ampio persino in rapporto a ciò che già oggi vediamo) oltre ad esser crocevia d’importanti traffici non soltanto legati alla fornitura d’energia al mercato europeo affamato di tali risorse, ma anche di tipo commerciale ed infine culturale (un aspetto, quest’ultimo, certamente non valutato ancora del tutto nella pienezza della sua entità). Ecco perché è essenziale parlarne, soprattutto nella nostra Italia che, protesa nel mezzo del Mediterraneo, è a sua volta testimone e spesso comprimaria (peraltro solitamente inconsapevole) delle tensioni che da Oriente proprio si rifrangono nel “Mar Nostrum”, così come di quelle provenienti da Sud, entrambe destinate poi ad intrecciarsi con la vita e la politica del Continente Europeo di cui il nostro paese è incontestabilmente parte, e non soltanto in senso meramente geografico.

Proprio ad inizio gennaio, infatti, il sito di RaiNews ha diramato un’importante notizia, del resto rinvenibile anche su molte altre testate sia online che cartacee dello stesso periodo, con un titolo molto chiaro: “Xinjiang: Pechino chiede ad Ankara l’estradizione degli uiguri che si rifugiano in Turchia “. E’ molto importante leggersi questo tipo di notizie, soppesandone ogni singola parola e frase, perché tra le righe vi si possono sempre rinvenire contenuti che l’autore, in qualche modo, è costretto sempre a veicolare all’interno di una sorta di “ufficialità”, quindi senza smentire una linea politica ed editoriale che, nel contesto occidentale, rimane comunque “inaggirabile” o comunque “incontrastabile”. Infatti fin dall’inizio si legge, all’interno della stessa frase, che nello Xinjiang vi sarebbe una “campagna di repressione” nei confronti della minoranza turca uigura musulmana, tuttavia “legittimata” dalle autorità centrali col “pretesto di combattere il terrorismo islamico”, risultando quindi una “operazione propagandata” sebbene alla fin fine pure s’ammetta (e non si potrebbe, del resto, fare diversamente) che vi siano stati “atti violenti attribuiti agli uiguri che si sono effettivamente verificati nella  regione”. Come possiamo ben vedere, dunque, si parte parlando di una “repressione”, “legittimata” mediante la “propaganda”, ma pur sempre motivata da “atti violenti (…) effettivamente verificatisi nella regione”. Potremmo parlare di un linguaggio molto diplomatico, che cerchi d’accontentar ogni sorta di lettore, in base al proprio orientamento politico e culturale: pur scendendo a compromessi, sia chi parla con certezza di una campagna di repressione contro i musulmani e gli uiguri nello Xinjiang sia chi invece ne dubita potrà tutto sommato promuovere l’informazione presentata dall’articolo; quindi, per farla breve, la stragrande maggioranza del pubblico potrà ritenersene soddisfatto. E lo stesso ovviamente si potrà dire per l’editore, ed ancor più per le varie forze politiche italiane, grandi o piccole che siano, che dedicano una parte del loro tempo alla discussione di questi temi, indipendentemente dal loro punto di vista.

La vera notizia, tuttavia, è quella relativa alla richiesta da parte di Pechino alla Turchia di sviluppare una legge per l’estradizione degli uiguri che vi si rifugiano, e che è parte di un più vasto pacchetto di provvedimenti in materia di sicurezza nazionale che sono stati delineati in un recente Plenum del PCC dallo stesso Presidente cinese Xi Jinping. La notizia, in sé, non dovrebbe suscitare particolari preoccupazioni a nessuna persona che conosca il funzionamento della giustizia e del diritto nelle relazioni estere e bilaterali in particolari. Del resto, l’estradizione non si chiede mai per “un cittadino qualunque”, ma per una persona che è ricercata per aver acclaratamente commesso dei reati o perché rappresenta un pericolo per la sicurezza del proprio o di altri paesi. Tant’è che, come viene anche correttamente raccontato nell’articolo, un accordo in tal senso fra Cina e Turchia era stato già firmato nel 2017 in occasione della visita a Pechino di Erdogan, che però poi ha preferito lasciarlo lettera morta. Secondo Pechino il trattato avrebbe una forte valenza nella lotta al terrorismo islamico, dato che “la Cina come la Turchia combatte da tempo contro questa minaccia per la società”, come anche riferito al South China Morning Post da Li Wei, esperto di antiterrorismo al China Institute of Contemporary International Relation di Pechino. Tuttavia, come anche abbiamo esaminato in altri articoli del passato e come del resto è ormai ampiamente noto anche a livello d’opinione pubblica, il ruolo della Turchia nei confronti del terrorismo di matrice islamica è da sempre alquanto “ambiguo”, essendo risultata anche alla luce dei conflitti in Siria e in Libia più come una madrina dei gruppi islamo-terroristi che come una loro reale e riconoscibile nemica. E proprio questa ambiguità, che ha suscitato dapprima i malumori della Russia ed in seguito anche degli Stati Uniti e dei loro alleati dell’Unione Europea, spiega alla fine dei conti la “riluttanza” del governo turco a ratificare dei provvedimenti come quello a suo tempo siglato con la Cina e che riassicurerebbero molti terroristi riconosciuti come tali alla giustizia del loro paese.

Tuttavia, nel contesto politico e mediatico odierno, la riluttanza turca viene in un qualche modo giustificata anche dai paesi occidentali, Italia in primis, perché in contemporanea vengono coltivate ormai da molto tempo delle “gravi perplessità” (tanto per usare un eufemismo) in merito al modo con cui la Cina tratterebbe questi terroristi una volta ritornati in patria. Insomma, diventa un’ennesima campagna sui diritti umani, come se in tale contesto la Turchia ne fosse addirittura una nazione paladina, totalmente esente da critiche in questo senso. Eppure tutti noi ci ricordiamo non soltanto il trattamento riservato da Erdogan agli oppositori e ai rivoltosi all’indomani del fallito golpe del 2016, ma anche i giornalisti “sepolti vivi” in carcere, o ancora i leader e i combattenti curdi come Ocalan che hanno fatto la stessa fine, o per finire i rapporti oltremodo loschi ma al contempo innegabili con le formazioni islamo-terroriste in Siria come al-Nusra o l’Isis, le cui autobotti cariche di petrolio siriano quotidianamente varcavano il confine turco alimentando da Ankara una cospicua fornitura di uomini, armi e denari all’allora Califfato.

Tuttavia, nella politica internazionale (e non solo), i diritti umani in sé non rappresentano assolutamente nulla al di fuori di una carta da giocare solo quando fa comodo; altrimenti, si fa finta che non esista. I criteri con cui si sceglie se usarla o meno si basano unicamente sull’interesse strategico, politico ed economico, ed è per questo che anche in un’altra situazione avvenuta di recente la Turchia, che in altri momenti viene sempre attaccata dai governi occidentali per il suo mancato rispetto dei diritti umani, venne elevata ad una sorta di loro paladina insieme al suo Presidente, Erdogan: per la precisione quando vi fu il barbaro omicidio dell’oppositore saudita Jamal Khashoggi, all’interno del consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul. Certo, in quell’occasione la Turchia si trovava ad essere teatro di quel delitto, sebbene avvenuto all’interno di una struttura consolare che, per diritto internazionale, era parte della sovranità dell’Arabia Saudita (e dunque era come se l’omicidio fosse avvenuto a Riyad); ma in ogni caso quella struttura consolare era ad Istanbul e pertanto la Turchia si ritrovava suo malgrado tirata in ballo in una vicenda gravissima e che comprensibilmente avrebbe magari preferito evitare. Ma proprio per questo principio, anche a Pechino in più di un’occasione si sarebbero aspettati o quantomeno non avrebbero ritenuto inopportuna un po’ di solidarietà quando si sono verificati certi gravi fatti di terrorismo, alcuni anche recenti, imputabili sia alla mano violenta del terrorismo di matrice islamica sia ad altre mani, non meno violente, e di cui talvolta abbiamo parlato nei nostri articoli (si pensi, ad esempio, alle azioni del Falun Dafa o a quelle della Chiesa di Dio Onnipotente, o ancora all’operato di gruppi armati di tutto punto, compresi fucili mitragliatori americani d’ultima generazione, ad Hong Kong). Invece raramente s’è vista una qualche solidarietà, men che meno attenzione, e addirittura non di rado vi è stato proprio il tifo da parte di molti governi, organizzazioni e partiti occidentali per questi facinorosi, evidentemente identificati come degli eroi che combattevano contro una Cina da essi immaginata alla stregua di un Leviatano. Proprio questo modo di ragionare spiega anche la “compresione” che quegli stessi occidentali hanno oggi per il comportamento di un Erdogan che, in altre situazioni, invece attaccano, sia pur senza neanche lontanamente arrivare al livello di violenza politica e verbale che invece manifestano nei confronti di Pechino: forse perché, sotto sotto, quelle riservate ad Erdogan alla fine dei conti sono soltanto critiche di maniera, di quelle che si devono fare perché proprio non se ne può fare a meno, ma che alla fine non sono mai davvero realmente sentite o sincere.

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